Hanno mani troppo giovani
per stringere il dolore altrui,
eppure le alzano
come fossero bandiere
in una guerra senza ragioni.
Si sfidano nelle strade,
cercano applausi nella folla,
confondono il rispetto con la paura
e la forza con il diritto
di spezzare un’altra vita.
Basta uno sguardo,
una parola fuori posto,
un’offesa affidata a uno schermo
per trasformare la rabbia
in una sentenza senza processo.
Poi qualcuno cade.
Le voci si spengono,
i telefoni continuano a registrare,
e chi avrebbe potuto intervenire
scopre improvvisamente
di avere fretta di andare via.
Ma dove sono finite
le parole che potevano fermarli?
Chi ha insegnato loro
che perdere la faccia
sia peggio che ferire un innocente?
Non basta accusare la strada,
il quartiere, la scuola, la famiglia.
Ogni gesto ha un responsabile,
ogni silenzio una conseguenza,
ogni indifferenza
un prezzo che qualcun altro paga.
Un ragazzo non nasce nemico,
non porta la violenza nel sangue
come un destino già scritto.
Ma può imparare a usarla
se nessuno gli insegna
a dare un nome alla rabbia,
a sopportare una sconfitta,
a riconoscere nell’altro
una vita che vale quanto la sua.
E allora non chiediamoci soltanto
quale punizione meriti
chi ha distrutto una speranza.
Chiediamoci anche
quante occasioni abbiamo perduto
prima che quel pugno si alzasse.
Perché dietro una giovinezza violenta
c’è una ferita da comprendere,
ma non un alibi da concedere.
La vera forza non è lasciare
un uomo a terra.
È avere il coraggio
di fermarsi un istante,
abbassare le mani
e scegliere, finalmente,
di non diventare
la paura di qualcun altro.