Se dal paese, che affiora dalla montagna come un'escrescenza ruvida, si segue la vecchia strada militare che porta all'estremo rifugio della sezione alpina, si è costretti a passare sul Ponte del Diavolo. Gli ultimi escursionisti della stagione vi transitavano in quei giorni, sempre con leggera trepidazione, come se l'irta gola sottostante potesse d'un tratto inghiottirli. Non tutti però erano a conoscenza delle due croci incise nella roccia, laggiù sul fondo.
Sul muretto vicino al torrente, che mostrava sconsolato il letto di magra, erano seduti due ragazzi. Sfumacchiavano qualcosa, mentre gli indaffarati vacanzieri si accingevano a partire nella sollecita sera montana. Anche per quest'anno il solito pellegrinaggio nei loro ricoveri estivi era finito. Nel letargo cittadino, non avrebbero visto quei muri di pietra e quelle strette finestre congelarsi e rattrappirsi, fino quasi a svanire, nel freddo invernale.
«Luca, quello col padre che ha il Mercedes, mi ha detto che il prossimo anno verrà su con degli amici. Mi fa di fargli trovare un po' di roba. Io gli ho risposto che al massimo è lui che ce la deve portare, visto che sta in città.»
«Figurati...»
«Mi ha detto di non contarci per quello, ma in compenso ci saranno delle ragazze.»
«Ah sì?»
«Non sei contendo Andre? Non sarai mica... eh?»
«Ma va' Fulvio!»
Un puntino incandescente si accese davanti alla spessa mascella e le guance glabre di Andrea.
«É solo che le ragazze di città a due come noi gli ridono dietro.»
«Sei proprio scemo! Basta che per allora ti lavi almeno una volta, così da non puzzare tanto di vacca! Ah ah...»
Fulvio non riuscì a portare a termine la risata, soffocato dal fumo. «Poi tu sei ben messo, no? Guarda che stazza che c'hai! Sei a posto.»
«Puzzo perché lavoro. Tu invece? Adesso che non ci sarà più nessun estraneo, chi vuoi che venga da voi in negozio, a parte i soliti vecchi?»
Fulvio guardò nervoso una famiglia salire su una station wagon colma di roba fino all'orlo.
«Ti rendi conto che per i prossimi nove mesi saremo gli unici due poveracci sotto i quarant'anni in 'sto posto?»
«Dimentichi il figlio del Mula.»
«Ma quello è scemo, non conta. In testa c'ha solo le sue pecore. Ogni tanto senti urlare il padre su per la montagna, pensi che ce l'abbia con le pecore, e invece sta urlando al figlio; neanche lui lo sopporta tanto è scemo! Ora che ci penso, ti assomiglia proprio, Andre!»
Fulvio sbuffò compiaciuto del fumo che invase i suoi baffi e il pizzetto da capra. Gettò il mozzicone nel torrente e fece per alzarsi. In quel momento un'ultima macchina svoltò oltre i resti dell'arco di pietra, antico confine tra il paese e il resto del mondo, lasciando dietro di sé un maleodorante ricordo di fievole smog.
Nelle estati piovose i due ragazzi passavano molto tempo a casa di Fulvio, in una stanzetta nel casale affumicato al centro del paese, costruito dalle prime genti stabilitesi su quella montagna, quasi due secoli prima. La stanza faceva parte dello stesso condominio dove si trovavano anche la tabaccheria-cartoleria e gli alloggi dei genitori di Fulvio, ma vi si accedeva da una stretta scala esterna. I due ragazzi speravano, così, di poter passare le loro serate senza il timore di essere disturbati.
«Oggi in negozio sono venuti due stranieri. Volevano sapere cosa significassero le croci sotto il ponte. Mia madre ha iniziato a raccontargli tutta la storia, ma quelli non capivano niente. Allora io gli ho fatto "op", saltellando da dietro il bancone, e quelli mi guardavano come due allocchi.»
«Chissà cosa ci trova la gente in quel ponte.»
«Chissà cosa ci trova in questo posto!»
«Ovvio che Luca non li porta i suoi amici quassù.»
«Sì, ma se non volevano venire, poteva sempre invitarci ad andare giù da loro.»
«Si sarà già dimenticato di noi, mi sa.»
Nella stanza dalle pareti color ruggine, aleggiava sempre del fumo giallognolo e denso, a mezz'altezza, attraverso il quale appariva tutta una serie di inutili oggetti, che saltavano agli occhi per l'assoluto contrasto con la mobilia antiquata della camera. C'erano un computer Macintosh, una televisione bombata con annesso videoregistratore, uno stereo con le casse dagli enormi orecchi; e poi poster e fotografie di uomini a torso nudo con le facce indiavolate, o di ragazze in pose angeliche col bikini, ritagliate dalle riviste che Fulvio ogni giorno aveva sottomano.
«Ci riguardiamo Gummo stasera, Andre?
«Ma non l'hai ancora buttata quella cassetta?»
«Ma se è una figata! Non capisci niente!»
«É troppo malato e senza senso.»
«Appunto... Pensa che 'sto attore ha dichiarato che se non riusciva a fare cinema, sarebbe diventato un serial killer. Che grande!»
«Che coglione!»
«Ok, allora se non vuoi vedere il film, ti tocca fare una prova di coraggio.»
Fulvio era davanti al pc e nel dire questo si girò verso l'amico, il quale stava sdraiato sul letto minuscolo, che quasi non riusciva a contenerlo.
«Tipo?»
«Guardare un video.»
«Tipo?»
«Tipo di un soldato americano catturato dai terroristi... che viene decapitato.»
«Va bene, tanto sono tutti finti quei video.»
«Questo no, fidati.»
Ogni tanto, in quelle serate, Fulvio veniva colto da un momentaneo entusiasmo, e iniziava a progettare la vacanza che di lì a poco avrebbero fatto lui e l'amico. Mostrava ad Andrea le foto dei posti in cui, tutti i giovani, almeno una volta nella vita, e prima che fosse troppo tardi, dovevano recarsi. Davanti ai loro occhi lucidi prendevano forma fantasie di notti di festa eterne, di luci e discoteche, di ragazze e droga facili.
Quando però l'entusiasmo scemava, Fulvio iniziava ad incolpare l'amico se quella vacanza, alla fine, non si era ancora potuta fare. Andrea infatti ripeteva sempre che il lavoro nella fattoria era tanto e che il padre e il fratello senza di lui non sarebbero riusciti a fare tutto; lui era il più robusto dei tre e quindi il più indispensabile. Per scusarsi Andrea finiva per promettere che, quando sarebbe giunto il momento, avrebbe prestato a Fulvio i soldi che gli mancavano per partire.
Dal Ponte del Diavolo è possibile scorgere i tetti di pietra e la solitaria figura del campanile del paese, la stalla e i recinti della fattoria di Andrea, e poi nulla: il versante cade a precipizio nella vallata sottostante, cosicché le montagne di fronte appaiono come un piatto fondale, al quale il villaggio pare incollato.
Andrea e Fulvio non guardavano quel panorama risaputo, ma le solitarie croci intagliate nella pietra. Non c'erano nomi o date, solo due croci stilizzate, ma tutti in paese sapevano a chi appartenessero. Lei abitava nella casa che il padre di Luca aveva comprato e fatto ristrutturare. Lui si dice venisse da fuori.
«Che ne so perché l'hanno fatto. Problemi di coppia. Lei voleva lasciarlo...»
«E perché si sono buttati entrambi allora?»
«Magari l'aveva messa incinta... che ne so io, Andre!»
Da molto tempo non scorreva più acqua nel crepaccio, perciò le due croci erano ancora ben visibili, come quando furono incise, circa trent'anni prima.
«Però ora tutti sanno di loro, non solo la gente di qui, ma anche tutti quelli che passano. Verranno ricordati per sempre. Capisci, Andre?»
«Ma non ci sono neanche due foto o due nomi, nessuno sa davvero chi erano.»
«Secondo me hanno creduto che queste montagne fossero il mondo e si sono sentiti in trappola. Lo so, perché a volte anche a me succede.»
Mentre parlava, Fulvio si lisciava i baffi ispidi per il freddo con una mano, lo sguardo puntato nell'angusta prospettiva della gola. Andrea rimaneva col grosso mento appoggiato ai pugni sul parapetto di pietra, e ogni tanto si girava a guardare l'amico.
«É la maledizione di questo posto.»
«Ma no, basta non farsi fregare come gli altri, come tutti quelli che hanno sempre fatto finta di niente e poi un bel giorno si sono ritrovati in gabbia, senza sapere come ci erano finiti.»
«Ma in quel caso, l'unica via di uscita è questa?»
«No, Andre, qui ci arriva solo chi non impara ad adattarsi alla prigione.»
Fulvio fece due passi verso l'altra sponda del ponte che dava verso il paese.
«Che schifo. Quei quattro vecchi laggiù non si distinguono neanche più dalle quattro pietre in cui abitano. Il Mula è così, suo figlio pure è già segnato. E sai chi saranno i prossimi? Io e te.»
«Che succederà?»
«Finiremo per confonderci anche noi con le pietre della montagna, in un modo o nell'altro.»
Fulvio diede due pedate alla schiena gelata del ponte, come per verificarne la solidità.
«Ce ne dobbiamo andare Andre! Non solo per una vacanza, ma per sempre! Quelli della nostra età se ne sono andati tutti appena hanno potuto, sono stati più furbi.»
«Ma non avevano niente che li trattenesse qua, come me.»
«Nessuno ti obbliga, Andre!»
«Lo dici te.»
«Io ai miei l'ho già detto più volte di non contare su di me. Non ho nessuna intenzione di passare la vita in quella merda di negozio. Se non sapessi che questa strada finisce in cima alla montagna, supererei il ponte e me andrei ora, senza più voltarmi indietro.»
«Allora dovresti farlo senza di me. Io non posso.»
«Non vuoi, Andre! Perché non senti quello che sento io e quello che hanno sentito quei due. Per te, andartene o meno, alla fine è uguale. Per me rimanere è come morire, e allora tanto varrebbe fare come loro.»
Visto dal paese, il ponte dalla singola arcata appoggiata sulle rocce, risalta come un oggetto estraneo, una specie di scheletro primordiale fatto riaffiorare dall'erosione dopo milioni di anni. Proprio a questa sua dissonanza col resto del luogo deve il suo nome: secondo la gente, una costruzione così ardita, sopra un crepaccio come quello, poteva essere stata realizzata solo con l'aiuto del demonio.
Una mattina, come spesso accadeva, Fulvio si era allontanato dal negozio vuoto, ed era salito verso la tenuta di Andrea. Trovò il padre e il fratello di Andrea intenti nel delicato lavoro della rottura della cagliata di quello che sarebbe diventato un formaggio a pasta cruda. Gli dissero che Andrea era salito con le mucche sul piano - come chiamavano il falsopiano appena sopra il paese.
Fulvio arrivò in cima tutto sudato, sfumacchiando e tossendo. Alla sua vista Andrea fece una smorfia seccata. Il vizio di Fulvio di andarlo a trovare mentre lavorava non gli era mai andato giù. Ma non era mai riuscito a dirglielo: aveva paura che Fulvio si offendesse.
«Gli ha comprato un caprone!» Fulvio non si trattenne e urlò la notizia ancora prima di essere vicino all'amico. «Un bestione con due corna grosse così!»
«Adesso l'hai visto? Dove?»
«Ma no, è nel recinto dei Mula. Il vecchio l'ha comprato al figlio.»
«Ma va'. E perché?»
«Che ne so, perché era dispiaciuto per lui, o magari come omaggio per grazia ricevuta.»
«Ma figurati! Guarda che adesso è periodo di monta, l'avranno preso per quello.»
«No no, fidati, gliel'ha regalato al figlio, così adesso se lo porta pure a dormire e gli fa la guardia.»
Padre e figlio, della famiglia detta "i Mula", erano soliti andare per funghi, una volta a settimana, a volte anche nei periodi dov'era quasi impossibile sperare di scovare qualcosa. Partivano di mattina presto con l'Ape, e salivano oltre il Ponte del Diavolo. I boschi su quel versante erano umidi, dal terreno pastoso e ricco, tanto che spesso tornavano a casa con intere ceste piene di funghi.
Era però successo di recente che il figlio si fosse un po' allontanato per conto suo, e, avendo un senso dell'orientamento molto scarso, aveva finito per perdersi. Una notte intera aveva passato in quei boschi e venne ritrovato solo il giorno dopo, con l'aiuto della forestale.
Il Mula - il padre - era come impazzito dopo quel fatto: si dice che avesse tenuto il figlio, l'unico che aveva, a letto per una settimana, fornendogli tutte le cure e attenzioni che neanche la madre era mai riuscita a dargli quando era in vita. Il caprone era stato comprato poco tempo dopo, ed entrambe le versioni di Fulvio e Andrea su quell'acquisto, erano in effetti plausibili.
Quel mattino la vallata era ricoperta da basse nubi, e i due amici se ne stavano lassù ad osservare quel mare assurdo e fasullo, con il solo paese a suggerire qualcosa di umano in quel panorama.
«Ieri sono passato con mio padre davanti al negozio e abbiamo visto i nuovi titoli sul tabellone. Ne hanno trovati altri, quindi?»
«Sì, e dicono che uno di questi tre dev'essere il capo. É lui che aveva detto alla coppia di ammazzare la ragazza l'altra volta.»
«E ce ne saranno ancora quindi?»
«Sì, secondo me deve essere una setta grossa, tipo a livello nazionale. Quello che hanno preso sarà il capo solo di questo gruppo.»
«Anche loro vivono in montagna, vero?»
«Beh, più o meno. Però hanno la nostra età.»
«Meno male che non abitiamo in quei posti.»
«Il nome, comunque, se lo sono scelto figo, le Bestie di Satana. Con un nome così la gente non se li dimenticherà per un bel po', fidati.»
Dalle nebbie sbucò il furgoncino della nettezza urbana. Da lassù Andrea e Fulvio riuscivano appena a sentirne il ronzio. Dopo aver fatto il giro del paese, come era apparso, sparì.
Non avendo altro da fare, Fulvio rimase lì con Andrea, e le mucche che pascevano, e i cani che correvano e abbaiavano su per i costoni.
«Fulvio...»
«Che c'è?»
«Sei mai andato per funghi?»
«No. Ti sembro il figlio del Mula, Andre?»
«Davvero, mai? Neanche con tuo nonno?»
«Macché, mio nonno ha sempre avuto la sindrome da negozio, come i miei. Se ci penso, riesco a solo a immaginarmelo dietro a quel bancone con un toscanello in bocca.»
«Io mi ricordo che mio padre ci portava da piccoli, a me e mio fratello. Anche noi andavamo là, oltre il Ponte del Diavolo, ma solo d'autunno, quando le mucche l'avevamo già chiuse nella stalla per l'inverno. Restavamo nei boschi tutto il giorno, mangiando dei panini che mia madre ci preparava. Poi siamo cresciuti, noi, e pure l'azienda, e adesso il lavoro che allora faceva mio padre da solo, riusciamo a malapena a farlo in tre.»
Andrea fischiò al cane e questo corse abbaiando verso una mucca che si stava allontanando dal pianoro.
«Sai, se avessi un figlio, credo che lo porterei anch'io per funghi. Gli insegnerei a trovarli e riconoscerli. É una cosa che, alla fine, da soddisfazione.»
«Sei proprio come il figlio del Mula, Andre. Forse ti divertiresti di più con lui che con me. A me non mi ci hanno mai portato per funghi, e meglio così, ci mancava ancora questa. Quando me ne sarò andato non voglio più ricordarmi nulla di questo posto, quindi meglio non imparare nulla.»
Poco tempo dopo, il Mula e suo figlio ripresero le loro uscite settimanali. Il padre si era preso un bello spavento, molto più del figlio, che al mattino venne trovato addormentato a fianco di una roccia, come se nulla fosse successo. Ma, per gente come il Mula, il pensiero di smettere quell'usanza era probabilmente un turbamento maggiore rispetto alla possibilità che potesse di nuovo succedere qualcosa al figlio.
«Madò quanto puzza! Tira giù i finestrini!»
«Ma perché fa sto casino? Non gli avevi tirato una botta in testa, Andre?»
«Sì, ma non so dove l'ho preso, non vedevo niente!»
«Cazzo, mi sfascia tutta la macchina adesso!»
«Vai piano, mi gira la testa.»
«Non è roba che scherza questa, vero? Stavolta ci hanno trattato bene.»
La vecchia Punto dei genitori di Fulvio inchiodò all'imboccatura del Ponte del Diavolo, alzando una nube di polvere che andò a mescolarsi alla nebbia. I fari cercavano inutilmente di penetrarla: si riflettevano come su una lastra di metallo, oltre la quale non si intravedeva nemmeno l'altro lato del ponte.
Quella sera i due amici si erano trovati nella stanza di Fulvio senza nulla da fare e da fumare. Fulvio aveva convinto Andrea a partire di nascosto per andare a procurarsi qualcosa da un conoscente in città. Nei cinquanta chilometri di andata erano stati quasi sempre muti, lasciando che la musica accompagnasse i loro pensieri intimi e nervosi. La strada buia gli aveva rivelato, occasionalmente, qualche cartello illuminato, o i fari di auto solitarie che sembravano vagare senza meta. Durante il ritorno non erano riusciti ad aspettare di tornare a casa, e avevano subito iniziato ad usare la roba comprata. Al loro arrivo il paese era immerso nella nebbia: a malapena riuscivano a distinguere la carreggiata. Superato l'arco di pietra, qualcosa apparve d'improvviso nella nebbia. Un volto triste e severo, i cui occhi spiritati, attraverso la staccionata della proprietà dei Mula, si posero su quelli dei due ragazzi.
«Occhio adesso che apro il bagagliaio, Andre.»
«Oh cazzo!»
«Tienilo, tienilo! Prendilo di lì, tienigli ferma la testa.»
«É una parola, questo è più sveglio di me!»
«Aspetta, prendi una pietra, Andre. Ok, ora dagli secco, qui, in testa.»
«No Fulvio, fallo tu, io sto male.»
«Sei un cagasotto. Dammi qua, prima che spacca tutto.»
Guardando dentro il bagagliaio, come un chirurgo sadico verso l'ignaro paziente, Fulvio iniziò a colpire con la pietra, una, due, tre volte...
«Basta Fulvio! Così lo ammazzi!»
Fumi sulfurei sembravano salire da sotto il ponte, dal bagagliaio e dalle bocche dei due amici.
«Cos'hai fatto! Dovevamo solo farlo scappare! Guarda che schifo!»
«Dopo passiamo da me e diamo una pulita. Dai, ora prendilo per le corna che lo buttiamo giù.»
«Come buttarlo giù?»
«Lo vedi anche tu che è morto, no?»
«Ma se ne accorgeranno! Dobbiamo trovargli un altro posto.»
«E dove, con sta nebbia! Stai tranquillo, al massimo penseranno che, scappando di notte senza vedere niente, sia caduto nel burrone. Dai, prendilo.»
Dalla buia gola colma di esalazioni come un calderone, arrivò un tonfo lontano, come se la nebbia l'avesse attutito. Qualche pietra ruzzolante gli si accodò in risposta, e poi fu di nuovo silenzio.
«E adesso?»
«E adesso andiamo a pulire il bagagliaio.»
«No, portami a casa, devo andare a dormire, ho la testa che brucia come una stufa.»
«E lasci il lavoro sporco a me? Poi ti sei visto, Andre? Anche tu ti devi dare una pulita alla giacca, non puoi andare a casa così. Sali, dai.»
«Devo dormire un po', dormire...»
Accanto alla piazzetta centrale del paese, il torrente scorreva stanco e secco, come sempre. Anche quest'anno i vacanzieri erano in procinto di partire; i primi freddi serali della montagna sembravano averli avvertiti che non era quella la loro vera dimora. Andrea e Fulvio se ne stavano seduti sul muretto, senza parlare e senza fumare. In mezzo a loro, un borsone da viaggio.
Il caprone l'aveva ritrovato il figlio del Mula, il giorno seguente. Tornò a casa piangendo e non riuscì a farsi capire dal padre, tanto che questo dovette prendere l'Ape e farsi accompagnare sul posto. Per tirarlo fuori da là sotto dovettero venire ad aiutarli alcuni compaesani, compresi Andrea e il fratello. Chissà come, nessuno pensò mai ad un incidente. Ad Andrea parve subito che tutti sapessero: dal modo in cui gli sembrava lo evitassero, credeva di aver scritta in faccia la sua colpevolezza. O forse lui e Fulvio non si erano accorti che qualcuno li aveva visti entrare nella proprietà dei Mula. D'altronde, in un piccolo paese come quello era impensabile riuscire a tenere nascosta una cosa del genere: ogni minima circostanza fuori dal normale veniva fiutata dai paesani, come il cane fiuta una volpe a un chilometro di distanza.
Durante l'operazione di risalita tra le pareti sdrucciolevoli della gola, Andrea sentì qualcuno dire che la macchia di sangue non se ne sarebbe andata fino alle prossime piogge.
I soldi messi da parte per la vacanza vennero spesi dai due amici per ripagare i Mula del caprone, e alla prima occasione il padre di Fulvio decise di mandarlo in città, da un vecchio amico, padrone di una ditta di forniture idrauliche, almeno finché ci fosse stato del lavoro. Per Andrea non c'era neanche bisogno di cambiare posto: il padre aveva detto di aver così tanto lavoro da fargli fare, che non avrebbe più avuto il tempo di distrarsi per i prossimi vent'anni.
Ora che Fulvio stava per partire, approfittando di una coppia di vacanzieri in ritorno verso la città, per un attimo ad Andrea parve di non conoscerlo. Guardando quel volto biancastro, senza più baffi e pizzetto, Andrea ebbe l'impressione che non fosse l'amico la persona che stava per partire, ma un Fulvio qualunque, passato di lì come turista. C'era una piega dolente di sconfitta sul suo volto: finalmente riusciva ad andarsene, ma non nel modo che si era immaginato.
Più tardi Andrea rimase a lungo ad osservare l'antico arco di pietra, oltre il quale si era allontanato Fulvio. Non era più convinto di desiderare di partire come lui, entrare davvero in quel mondo che aveva sempre solo intravisto. Ma, allo stesso tempo, non riusciva a voltarsi indietro, verso quelle case e quelle montagne che d'ora in poi sarebbero state la sua sola prospettiva.
Il ponte del diavolo testo di Kroger