La sollecitudine del vivere senza saperlo

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 7 ore fa
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Se hai osservato con attenzione la presunzione, la brutalità, l’egoismo, l’ambizione, la paura, la vanità e tutte le qualità che ti compongono, non ti coglierà più alla sprovvista il loro rumore.
- Nota dell'autore Insideyou

Testo: La sollecitudine del vivere senza saperlo
di Insideyou

Aveva occhi chiari e lucidi, ma erano bagnati dalle lacrime dell’atroce sofferenza. Lo sforzo di amarsi per amare cercava di piangere lacrime di gioia, ma il sublime non può essere toccato dal desiderio e dalla volizione. Nello sfondo, nelle profonde acque del suo essere, c’era la disperazione di non aver raggiunto, c’era la verità di aver trovato solo quello che voleva e c’era la realtà dell’ego sotto le strabilianti spoglie del sé. Obliterando tutto ciò per non vederlo, era diventato il veleno che l’aveva maltrattata da sempre. Pertanto, non gli rimaneva altro che fumare erba, ripetere mantra, ascoltare musica, disciplinarsi con la meditazione imposta, torturarsi con l’esercizio ed illudersi con i viaggi astrali.

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Era una sorgente antichissima: la storia ne aveva seguito le molte tracce, ne aveva decantato le miracolose proprietà curative, ne aveva descritto anche la purezza, la fragranza, la freschezza ma, berla alla fonte nella sua forma sorgiva, non era assolutamente accostabile da alcun attributo noto. In realtà in quella città delle acque, di sorgenti ce n'erano state molte altre un tempo, ma la sete avida dell'uomo le aveva prosciugate tutte e quella, una delle ultime, l'acqua dei navigatori, era forse l’ultimo pianto di compassione della madonna che versava lacrime amare per lui.

Alcune ruspe stavano barbaramente tagliando il fogliame degli alberi che s'era permesso di affacciarsi sulla strada del cantiere navale, quella degli chalet, ma un fiore giallo alto, paglierino ed innocente, scintillava fiero al sole nascente: era solo, unico, a stento in piedi tra quei sampietrini non più allineati dal passaggio continuo delle molte macchine dei ricchi, ma felice di essere sopravvissuto al mostro meccanico mandato lì dagli umani per distruggere e che per quel giorno lo aveva schivato.

Un pescatore a bordo della sua piccola imbarcazione risistemava delle reti da pesca consumate dalle numerose calate nel mare, il pescato era misero quel mattino e c'erano molti rifiuti, ma tra essi anche qualche mazzone che gli avrebbe regalato almeno una buona cena, non solo a lui però: il gabbiano che lo accompagnava nei suoi viaggi era proprio dietro alle sue spalle a poppa e con fare disinvolto, aspettava che il pescatore gli lanciasse qualche alicetta o magari una sarda per sfamarlo. Ci mettemmo a discutere della vita, del vivere e del saper vivere. Sostenuto dalle tante giornate trascorse in mare, dai tanti soli cocenti delle abitudini e dalle estenuanti attese, dai molti anni di sacrifici e dagli stenti per vivere onestamente, dai travagli dei tanti mercanteggi e dalle innumerevoli esperienze nelle acque e sulle terre, ribadiva con curiosa ostentazione che occorre saper vivere nel mondo d'oggi.

Sapere nel senso di scegliere accuratamente cosa, come e quando fare, non rinunciare a nulla e definire passo dopo passo esattamente cosa si vuole, perché la vita è come una bella donna diceva ed il rispetto di essa non è altro che la pretesa di servirsene, la volizione di dominarla, il desiderio di possederla ed il piacere di cavalcarla, perché il vivere prima o poi finisce e non si deve lasciare mai nulla di incompiuto.

Rimanemmo qualche tempo in silenzio, ma l'agitazione del proferire non riusciva a quietarsi in lui e riprese a parlare così dei figli che non l'avevano mai ascoltato, della moglie che si era sottomessa a lui solo per usarlo e degli amici che lo andavano a trovare solamente quando erano interessati a qualcosa che lui aveva di buono. Pertanto tutto ciò che disse sul vivere sembrava quasi una reazione a questa immensa oppressione che era la sua vita, colorata in fondo solamente dai tanti dolori e dai molti rimpianti.

Sapere come vivere, non è però in effetti morire? Chi sa come vivere, chi ne descrive i modi, le essenze, lo schematico susseguirsi degli stessi eventi da sperimentare, del comportarsi in una certa maniera, del cosa raggiungere o dell'acquisire quello che si è àmbito, il dare oggi per ricevere e pretendere nel domani, il mostrarsi appariscenti per essere riconosciuti, il fare per sentirsi rispettati e l'agire moralmente per essere a posto con la reputazione, non sta proiettando forse i suoi desideri, ciò che sa già, ciò che ha deciso, uno schema precostituito cui conformarsi per ricevere in cambio la ricompensa chiamata fortuna, merito, destino, miracolo, grazia, premio o soddisfazione?

Davvero è possibile vivere in quiete, pace e serenità così? Oppure esteriormente si appare al mondo essere felici, buoni e giusti, sottolineando a destra e a manca il proprio modo di vivere retto, coeso ed idealizzato per essere considerati un modello da imitare, mentre all'interno di sé stessi vigono invece quelle numerose battaglie, gli innumerevoli sforzi, le vaste frustrazioni delle pulsioni e quelle aride e miserabili distese di insensibilità che non fanno altro che ottundere, isolare e deteriorare?

Quando si cerca di vivere secondo i propri intenti, pensando alla fine sempre e solamente a sé stessi, osservando il mondo con le proprie ristrettezze e pretendendo che debba avvenire questo o quello, non accade esattamente il contrario? Non è forse invece il vivere una questione di armonia, di integrità, di passione per la vita, quello slancio clamoroso e gioioso della scoperta momento per momento di ciò che accade senza ombra alcuna di egocentrismo, senza quell’oscuro grigiore che vede nel prima sempre ciò che deve esserci dopo, confrontando ciò che potrebbe accadere con ciò che è stato, valutandone la convenienza e determinando lo scegliere? Se deve esserci questa libertà, questa intensità, questa apertura senza difese, che posto ha allora la conoscenza psicologica nel vivere? Ovvero i valori cui tanto siamo legati tradizionalmente e socialmente?

Sforzarsi di apparire e sembrare buoni, è bontà?
Esercitarsi e misurarsi per apparire e mostrarsi onesti, è onestà?
Disciplinarsi e controllarsi per apparire e conformarsi alla moralità, alla rettitudine ed alla giustizia, è correttezza?
Seguire una autorità, che sia uno scritto, una immagine o un leader, è essere davvero responsabili e liberi?
Difendersi dal mondo con l’astuzia e con l’inganno, adoperando l’offesa e la reazione cruenta per respingere l’insulto, l’ingiustizia o l’acredine, fermerà davvero la violenza?
O non farà altro che rafforzarla? 

Non è che forse solamente quando abbiamo messo da parte tutti i metodi, tutti i propositi, tutte le ambizioni, tutti i maestri, tutte le credenze, tutti quei meschini interessi centrati in noi stessi, tutte le lotte, tutte le avidità, tutte le invidie, tutti i rimpianti, gli sforzi, i sogni, la paura e le speranze che c'è il vero vivere? Si può pensare di vivere bene certo, ma non c'è affatto il vivere diligente in ciò che si immagina. Si può credere di vivere, ma quando si pensa o si crede di vivere, siamo già nell'accaduto e non più nell'accadere: l'accaduto è la misura di ciò che è stato, per sentirci a posto e sicuri con ciò cui ci siamo conformati e che abbiamo scelto essere il nostro "giusto", che deriva dal collettivo, dal sociale, dalla credenza, dall'impresso e dal tradizionale, riconosciuto dalla nostra memoria per sentirci stabili e confermati.

Davvero è vivere questo?
Non è imitare e ripetere?
E ripetere, non è forse meccanicità?
Meccanicità non adduce ottusità, asprezza e crudeltà?

Forse non sapere affatto come vivere, non presumere, non ambire e non arrogantemente pretendere, è avere la giusta libertà per essere vitali, responsabili e scoprire davvero il nuovo ad ogni istante. Ma noi siamo molto pigri ed indolenti al riguardo per essere davvero liberi: vivere totalmente ciò che accade senza addomesticarlo col conosciuto non è facile, per questo il ripetere e l’imitare sono diventati per noi l'unico modo per andare incontro alla vita, per sperare di essere qualcosa.

La libertà è selvaggia, ha il valore dell'antico, dell’originale, il gusto del selvatico e questo implica la totale assenza di sicurezza, di regole, di certezze, di scelte, di posizioni note, di appoggi, di aiuti e di percorsi. La vita è una scoperta continua che è sollecitudine e viverla sapendo già come, quando e cosa fare, ripetendo sempre gli stessi schemi isolanti delle abitudini, imitando gli insegnamenti, lasciandosi direzionare dai desideri, dalle pulsioni, dal rispetto, dalla moralità e seguendo passivamente i modelli e le tradizioni per garantirci la rispettabilità, adduce solamente la morte dell'isolamento e non il vivere integrale ed ordinato dell'unità.

Sarebbe possibile vivere allora attimo dopo attimo con l'intensità inconoscibile dell'integrità e della coesione interiore che è la sublime pienezza dell'unità, che produce la gioia dell'essere nuovi e freschi ad ogni sfida, in luogo della logora meccanicità della frammentazione egocentrica del sé che presumendo di sapere, divide, isola e distrugge?

Sapete, solamente quando saremo realmente e completamente soli, senza evitare quella solitudine con il rifiuto della paura, quella intensità sublime dell'amore vero senza causa ci toccherà pervadendoci totalmente e quando accadrà, allora non saremo più gli stessi, perché non potremmo trattenere più a noi ciò che non è misurabile: ci accorgeremo che l'immensità è di tutti e non poteva mai appartenere solamente a qualcuno. C'è necessità di toccare questa intensità da parte dell'uomo, la sua eccelsa e somma bellezza, quella delicata, tenera e casta purezza, quel fiore dal profumo straordinario, senza farne di essa però un'idea, un ricordo, un costrutto, un'astrazione o un'esperienza appagante da trattenere ancora nella rete del tempo. Solamente con tale siffatta immensità, con questa intensa luce in grado di illuminare questo mondo così oscuro, buio e tetro, senza che vi sia cognizione di essa, la sollecitudine del vivere c'è ed è straordinario percepire il vero ad ogni istante senza più il falso proiettato come verità dal sé: scoprire che vivere senza nessun ieri che si proietta nel domani è vivere senza il tempo di riconoscersi, è proprio l'incommensurabile stato di quell'immensità che rende coesi, retti e soprattutto degli individui liberi, unici, integri e sani.

La sollecitudine del vivere senza saperlo testo di Insideyou
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