La disposizione delle cose

scritto da Cara Catastrofe
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Testo: La disposizione delle cose
di Cara Catastrofe

Quando aveva firmato il contratto d'affitto, la prima cosa che Elena aveva apprezzato dell'appartamento era stata la luce. Entrava dalle alte finestre del salone principale, attraversava le tende color avorio e si posava sul parquet a spina di pesce, mettendo in risalto le venature del legno e qualche imperfezione che, a suo modo di vedere, contribuiva al carattere del posto. Il fatto che l'appartamento si trovasse al secondo piano di un palazzo nel centro storico della città era stato un ulteriore vantaggio. Certo, le scale erano ripide, l'ascensore si fermava spesso tra un piano e l'altro e i piccioni che abitavano i cornicioni del tetto avevano l'abitudine di tubare alle cinque del mattino. Le tubature, inoltre, emettevano rumori fastidiosi e si intasavano troppo facilmente, ma erano inconvenienti sopportabili, soprattutto considerando che l'affitto era più che ragionevole.
Lo studio associato occupava tre stanze, un piccolo ingresso e un bagno cieco. Oltre a lei lavoravano lì una nutrizionista, un osteopata e una collega psicologa che riceveva soltanto due pomeriggi alla settimana. Gli ambienti erano stati sistemati con cura: alle pareti erano appese stampe botaniche, le sedie erano rivestite in tessuto naturale e sulle mensole comparivano piccole piante, candele profumate e oggetti decorativi scelti con un certo gusto.
La stanza di Elena era quella più grande, ricavata dall'antico salone dell'appartamento. Aveva una finestra a due ante che affacciava su un cortile interno, una scrivania in legno chiaro, due poltroncine color sabbia e una libreria bassa che occupava quasi interamente la parete di fondo. In un angolo aveva sistemato una lampada di sale rosa, un diffusore per oli essenziali e una piccola campana tibetana che utilizzava per accompagnare qualche minuto di respirazione consapevole tra un appuntamento e l'altro.

Elena aveva quarantadue anni e una discreta familiarità con le proprie fragilità. Era psicologa da quasi quindici, aveva frequentato corsi di mindfulness, meditazione e tecniche di rilassamento; negli ultimi anni aveva imparato a riconoscere i segnali che precedevano i periodi di maggiore difficoltà. Non considerava queste pratiche una cura miracolosa, ma strumenti utili per gestire una condizione che conosceva da molto tempo: il disturbo ossessivo – compulsivo. Nel suo caso, il bisogno di controllo si manifestava soprattutto attraverso la disposizione degli oggetti e la necessità che determinate cose occupassero posizioni precise. Non si trattava di semplice amore per l'ordine: una sedia spostata o un libro riposto nel verso sbagliato potevano provocarle un disagio sproporzionato, accompagnato da una sensazione di incompiutezza che non si placava finché la situazione originaria non fosse stata ripristinata.
Aveva lavorato molto su questo aspetto, anche in terapia, e sapeva che assecondare ogni impulso non era la soluzione. A casa, per esempio, si concedeva deliberatamente qualche piccola imperfezione: lasciava un cuscino fuori asse, qualche volta usciva senza controllare che tutte le ante degli armadi fossero chiuse. In studio, però, preferiva mantenere una certa regolarità. Era il suo ambiente di lavoro, il luogo in cui trascorreva gran parte della giornata e nel quale aveva bisogno di sentirsi a proprio agio.
Per questo motivo aveva stabilito una disposizione precisa degli arredi. Le due poltroncine erano collocate a centosessanta centimetri dalla scrivania, leggermente ruotate verso il centro della stanza, mentre il tavolino rotondo tra loro era distante quarantadue centimetri da ciascuna. La lampada da terra si trovava a sinistra della libreria e sulla scrivania il portapenne occupava il lato destro, a una distanza di dodici centimetri dal bordo. Alcune distanze erano diventate familiari con il tempo, altre erano state stabilite dopo piccoli aggiustamenti, fino a raggiungere una disposizione che le restituiva una sensazione di equilibrio. I colleghi conoscevano le sue abitudini e, pur prendendola bonariamente in giro, avevano imparato a non toccare le sue cose.

La prima anomalia si verificò una mattina. Elena arrivò poco prima delle otto, posò la borsa, si tolse il cappotto e raggiunse la propria stanza. Fu allora che si accorse che una delle poltroncine era stata spostata, sebbene non di molto: due centimetri – forse tre – verso la finestra.
Rimase a guardarla per qualche secondo, con le chiavi ancora in mano. La prima spiegazione che le venne in mente fu che l'osteopata avesse utilizzato la stanza nel pomeriggio precedente: aveva un appuntamento con un paziente alle diciotto e, anche se non ricordava che avesse chiesto di usare il suo ambiente, poteva averlo fatto. Elena rimise la poltroncina al suo posto e non ci pensò più, almeno fino a quella sera, quando prima di uscire scattò una fotografia alla stanza. Lo fece quasi senza rendersene conto, con la stessa naturalezza con cui controllava di avere spento il diffusore o chiuso le finestre. Il mattino seguente confrontò la fotografia con la disposizione reale degli arredi e tutto sembrava corrispondere.
Il venerdì trovò il portapenne ruotato di qualche grado e il martedì successivo una delle stampe botaniche appariva inclinata, anche se il chiodo al quale era appesa sembrava perfettamente stabile. Elena cominciò a fotografare la stanza ogni sera, da tre angolazioni diverse: voleva semplicemente verificare se i cambiamenti fossero reali o se fosse lei a ricordare male la disposizione degli oggetti. Quando si accorse che stava dedicando sempre più tempo a quell'attività, decise di parlarne con gli altri.
«Per caso avete usato la mia stanza questa settimana?».
La domanda arrivò durante una pausa caffè mentre Luisa, la nutrizionista, cercava di liberare il beccuccio della macchina espresso da un deposito di calcare.
«La tua stanza? No. Perché?».
«Ho trovato alcune cose spostate».
«Magari è stata la signora delle pulizie».
«Ci avevo pensato. Ma non dovrebbe entrare il martedì?».
Luisa sollevò le spalle. «Non saprei. Forse ha cambiato giorno».
«Comunque, intendo dire: non è un problema. Mi basta saperlo».
Quella sera incrociò la donna delle pulizie e le chiese se avesse spostato le poltroncine durante le ultime settimane; la donna la guardò con un'espressione perplessa.
«Io? No, dottoressa, non sposto mai niente. Passo l'aspirapolvere, ma le sedie le lascio dove sono. Ho sempre paura di graffiare ulteriormente il parquet».
Elena la ringraziò e tornò nel proprio studio. Prima di uscire controllò la posizione di ogni oggetto, scattò le tre fotografie e chiuse la porta. La mattina seguente la trovò esattamente come l'aveva lasciata. 

Per una decina di giorni non accadde nulla. Elena riprese la sua routine, cercando di non alimentare le proprie preoccupazioni; riprese anche a dedicare qualche minuto alla meditazione a ridosso del primo appuntamento. Accendeva il diffusore con due gocce di lavanda, sedeva sulla poltroncina vicino alla finestra e concentrava l'attenzione sul respiro.
Il primo lunedì di dicembre, però, trovò qualcosa di diverso. Le due poltroncine erano state spostate, e non di poco: erano state avvicinate tra loro e ruotate verso la parete di fondo, in modo da lasciare libero uno spazio rettangolare davanti alla libreria. Elena si fermò sulla soglia e per qualche secondo ebbe la sensazione che la stanza fosse stata preparata per qualcuno.
Si accucciò lentamente e controllò il pavimento. Non c'erano segni evidenti, le gambe delle poltrone avevano lasciato due sottili tracce nella polvere, ma era impossibile stabilire quando fossero state prodotte. Scattò una fotografia e chiamò Luisa.
«Hai spostato tu le poltroncine?».
«Quali poltroncine?».
«Le mie».
«No».
«Sei sicura?».
«Elena, sono sicura. È successo qualcosa?».
«Le ho trovate in una posizione diversa». Ci fu una breve pausa.
«Magari è stato qualcuno dei pazienti, magari non tuo?».
«La stanza era chiusa».
«La porta però si apre con la chiave che abbiamo tutti».
Elena non rispose. Quella sera, prima di uscire, fece una cosa che non aveva mai fatto: misurò la stanza, annotando su di un foglio le distanze degli arredi. Infine, controllò la serratura due volte. Il giorno seguente trovò una delle poltroncine spostata di nuovo; questa volta era stata avvicinata alla parete di fondo, con lo schienale quasi a contatto con il muro.
Si sedette alla scrivania e aprì le fotografie sul telefono, confrontando le immagini e ingrandendo i dettagli. La posizione era cambiata davvero, non c'era possibilità di errore.
Rispetto ai soprammobili presenti, che controllò scrupolosamente temendo che mancasse qualcosa, non trovò nulla di anomalo; si accorse però che uno dei suoi libri era stato riposto al contrario: era un volume di psicologia clinica che teneva lì da anni, un testo che non consultava quasi mai, con il dorso rivolto verso il muro e la copertina visibile soltanto se ci si avvicinava lateralmente. Lo rimise al suo posto.
Per tutto il resto della giornata non riuscì a concentrarsi. Durante un colloquio si accorse di aver perso il filo del discorso e dovette chiedere alla paziente di ripetere l'ultima frase. La sera rimase in studio oltre l'orario previsto e aspettò che tutti se ne fossero andati; quindi sistemò gli arredi e scattò le fotografie. Prima di chiudere la porta si fermò sulla soglia e guardò la stanza: le due poltroncine erano rivolte verso la scrivania, la lampada era spenta, il diffusore scollegato. Tutto era esattamente al suo posto. «Va bene così», disse a bassa voce. Non seppe dire perché o a chi lo avesse detto. 

Il giorno dopo, di nuovo, trovò la stanza diversa. Per la prima volta pensò seriamente che qualcuno potesse entrare nello studio durante la notte. Non necessariamente un ladro, forse qualcuno che aveva una copia delle chiavi, come un ex inquilino o una persona che conosceva il palazzo. Chiamò l'amministratore e gli chiese di controllare la serratura, poi scrisse un messaggio agli altri professionisti, invitandoli a non utilizzare la sua stanza senza avvisarla.
La risposta dell'osteopata arrivò quasi subito: “Tranquilla, Elena, nessuno entra nel tuo studio. Ma forse dovresti prenderti qualche giorno di pausa”.
Rimase a fissare lo schermo, non capendo se fosse una battuta o un consiglio sincero. Nel pomeriggio, dopo l'ultimo appuntamento, si chiuse in bagno e si concentrò sulla respirazione fino a quando il battito non rallentò. Quando tornò nella stanza, si accorse che la campana tibetana era stata spostata. Si trovava sulla scrivania, accanto al portapenne, e lei non ricordava di averla mai messa lì.
Concluse che sul serio era meglio prendersi un giorno libero. Passò la mattinata successiva a casa, cercando di dedicarsi ad attività tranquille: fece una doccia lunga, preparò una tisana e ascoltò una meditazione guidata. Nel pomeriggio trovò un messaggio dell'amministratore: aveva fatto controllare la serratura e non erano state rilevate anomalie; la porta era in buone condizioni e non aveva distribuito recentemente altri duplicati delle chiavi a nessuno. La sera, prima di andare a dormire, Elena decise che il giorno seguente avrebbe chiesto un appuntamento alla propria terapeuta. Probabilmente era una decisione che avrebbe dovuto prendere molto tempo prima. 

Il venerdì arrivò in studio con mezz'ora di anticipo. Non aveva intenzione di lavorare, voleva soltanto controllare la stanza e capire se fosse in grado di rimanerci senza sentirsi sopraffatta. Quando aprì la porta, tuttavia, si bloccò: le due poltroncine erano state spostate di nuovo e il tavolino era collocato al centro, a pochi centimetri dalla libreria. La lampada da terra si trovava nell'angolo opposto e il diffusore per oli essenziali era appoggiato addirittura sul pavimento, esattamente davanti alla parete.
Elena si avvicinò alla libreria e notò che il libro trovato al contrario era stato nuovamente spostato. Questa volta si trovava sul ripiano più basso, con la copertina rivolta verso l'alto. Lo prese e lo aprì: tra le pagine c'era una fotografia in bianco e nero, ingiallita ai bordi. Ritraeva una stanza che riconobbe immediatamente come quella in cui stava in quel momento: le pareti erano spoglie, il pavimento coperto da un tappeto scuro e al centro compariva un tavolo rettangolare, intorno al quale erano disposte quattro sedie. Due si trovavano accostate alla parete della finestra, mentre le altre due erano rivolte verso una piccola credenza addossata alla parete opposta.
Sul retro, scritto a matita, c'erano un indirizzo e una data: 1953. Elena li lesse più volte: la via era proprio quella dello studio. Non riusciva a capire perché fosse lì, né chi l'avesse messa nel libro. Forse apparteneva ai vecchi proprietari ed era stata rinvenuta da qualcuno durante i lavori di ristrutturazione; non ricordava di aver mai visto quel volume di psicologia aperto e soprattutto non riusciva a spiegarsi come la foto fosse finita tra quelle pagine.
La osservò più a lungo, cercando di riconoscere qualche dettaglio che potesse collegare l’immagine alla stanza in cui si trovava. Il tavolo era diverso, ma c'era qualcosa nella disposizione degli arredi che le risultava familiare. Le quattro sedie, infatti, erano orientate in modo da lasciare libero uno spazio al centro, proprio come quello che aveva trovato davanti alla libreria. Non riuscì a stabilire se fosse una coincidenza o se la somiglianza fosse soltanto il risultato del suo bisogno di trovare un ordine anche in quella fotografia. Infilò la fotografia nel cassetto della scrivania e se ne andò a casa. 

Il giorno seguente tornò in studio accompagnata da Luisa.
«Voglio che tu guardi una cosa», disse.
La nutrizionista la seguì senza fare domande. Quando entrarono nella stanza, Elena indicò le poltroncine, ancora rivolte verso la parete di fondo.
«Le hai trovate così?», chiese Luisa.
«Sì».
«E sei sicura di non averle spostate tu?».
«Ma certo!».
«Lo so che sembra folle, ma sei stanca. E ultimamente sei molto sotto pressione».
Elena si avvicinò alla scrivania e aprì il cassetto in cui teneva la fotografia antica della stanza. La confrontò con quelle sul telefono, cercando di ricostruire la successione degli spostamenti. Non era facile: alcune immagini erano quasi identiche, altre mostravano variazioni minime. Ma, osservandole con attenzione, si accorse di una cosa che non aveva notato prima: gli oggetti non venivano spostati a caso. Ogni variazione sembrava avvicinare la disposizione della stanza a quella della fotografia del 1953. Le poltroncine occupavano il posto delle due sedie più vicine alla finestra, il tavolino corrispondeva al tavolo centrale e la lampada da terra si trovava esattamente dove, nella vecchia fotografia, appariva la piccola credenza. Elena sentì un brivido salirle lungo la schiena.
«Che cosa stai cercando?», domandò Luisa.
Elena non rispose subito. Ripiegò con cautela la fotografia e la rimise tra le pagine del libro, poi tornò a guardare le poltroncine.
«Non lo so».
La collega le si avvicinò e le appoggiò una mano sul braccio.
«Credo che dovresti prenderti qualche altro giorno».
Elena si liberò delicatamente dalla presa.
«Non è una questione di giorni».
«Lo so. Ma non puoi continuare così».
Luisa rimase ancora qualche minuto, poi uscì per raggiungere il proprio paziente. Elena rimase sola e guardò a lungo la stanza, senza sapere se fosse più spaventata dall'idea che qualcuno potesse entrare di nascosto o da quella – certamente assurda – che non ci fosse nessuno di concreto da cercare. Quella sera non rimise gli arredi nella posizione abituale. Lasciò le poltroncine rivolte verso la parete e il tavolino davanti alla libreria, poi spense le luci e uscì. Per la prima volta da quando erano cominciati gli spostamenti, non scattò fotografie e non controllò le distanze prima di andarsene. 

Non tornò per tre giorni. Il lunedì successivo, quando arrivò, trovò Luisa nell'ingresso. La collega le sorrise con una certa cautela.
«Come stai?».
«Meglio».
«Bene. Volevo avvisarti che stamattina mi sono permessa di entrare nella tua stanza, prevedendo il tuo rientro: ho lasciato tutto come piace a te. Spero di non essere stata indiscreta».
Elena la ringraziò e raggiunse il proprio studio. Tutto era effettivamente al suo posto: le poltroncine erano rivolte verso la scrivania, il tavolino era centrato, la lampada si trovava accanto alla libreria. Il diffusore era sulla mensola e la campana tibetana sulla scrivania. Per la prima volta dopo settimane provò un senso di sollievo.
Accese il diffusore, versò due gocce di lavanda e si sedette sulla poltroncina vicino alla finestra. Chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi sul respiro, inspirando lentamente e lasciando uscire l'aria senza forzare. Per qualche minuto non pensò a nulla, finché un rumore non la costrinse ad aprire gli occhi: il portapenne sulla scrivania si era spostato di pochi centimetri.
Elena non si mosse e rimase seduta con le mani appoggiate sulle ginocchia, cercando di ripetere a se stessa che alcune cose non potevano essere controllate. Dopo qualche secondo, però, avvertì un altro rumore leggero e la poltroncina di fronte a lei si inclinò appena, come se qualcuno vi si fosse appena seduto. La donna abbassò istintivamente gli occhi sulle proprie mani. Inspirò ed espirò, senza fare altro. Quando Luisa entrò nella stanza per avvisarla che il primo paziente era arrivato da parecchi minuti e aveva chiesto di lei, la trovò in quella stessa posizione, apparentemente un po’ imbambolata.
«Tutto bene?».
«Sì», rispose lei.
Luisa guardò le due poltroncine. «Hai cambiato disposizione?».
Elena si voltò verso la collega. «Come hai detto?».
L’altra indicò la seconda poltroncina. «Mi sembrava fosse spostata».
La donna rimase in silenzio, poi sul suo volto comparve un sorriso piccolo e stanco. «Ti sarai sbagliata».
Luisa annuì e uscì. Elena aspettò che la porta si chiudesse, quindi abbassò gli occhi su un foglio che aveva in grembo e trasalì: era quello su cui aveva annotato le misure della stanza. Non ricordava nemmeno di averlo preso dalla scrivania. Lo aveva fatto davvero?
Si mise a riguardare le cifre, vergate a matita: centosessanta, quarantadue, dodici. Le lesse una volta, poi un'altra. Quelle tre le conosceva bene: erano le distanze esatte che aveva stabilito per la disposizione degli arredi. Sotto, però, con una grafia diversa dalla sua, compariva un’ulteriore annotazione: “Ventidue”. Lei non sapeva nemmeno a cosa si riferisse.
Da un punto davanti a lei arrivò un rumore lieve, simile a quello di una risata trattenuta. 

Poi la poltroncina di fronte alla scrivania scivolò indietro di qualche centimetro, come se qualcuno avesse deciso di farsi spazio.

La disposizione delle cose testo di Cara Catastrofe
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