Contenuti per adulti
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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Non si finisce mai di imparare, è fantastico ripetere sempre gli stessi errori.
Non si finisce mai di mettere a posto, il disordine cronico è il mio regno.
La lavatrice ha avuto un incidente di lavaggio, i sanitari del bagno sono accorsi subito (ironia di bassa lega...ma valida anche per altri partiti).
Stirare non è male: ho comprato un ferro da stiro con la caldaia in pressione che è una sciccheria.
Sto morendo da quando sono nato e me ne accorgo solo adesso.
Come inizio non c'è male, il peggio arriverà con calma.
Non si finisce mai di pagare, soprattutto quando ti addebitano due volte la rata dell'affitto.
Fare sesso allunga la vita ma di questi tempi non ne fa nascere altre.
Potrei morire prima del previsto o vivere anni di troppo.
Aveva camminato tanto sulla spiaggia, davvero tanto.
Finché non era finito con i piedi nell'acqua e aveva sentito il freddo ed il bagnato, scoprendo che poteva continuare a camminare e che la cosa aveva un suo perché. E che il veleno era la cosa più facile del mondo. Crearlo, tenerselo dentro, farlo crescere. Il veleno si poteva creare dal nulla. A buon mercato. Ma il veleno era il padrone, non uno schiavo. Un padrone che arrivava travestito da schiavo.
Dove sfocia il fiume Po? Una volta lo sapevo.
E chissenefrega degli affluenti e dei confluenti. Che poi, non si sa com'è, finiscono tutti nel Mar Ionio.
Qualcosa del genere, vaghi ricordi.
Mi sento quasi sempre in ritardo, come se tutto fosse avanti a me. Il presente, l'intelligenza artificiale, la deficienza umana. E io il necessario conguaglio di tutto, una bolla della scia che c'è perché c'è la nave.
Beh sempre meglio di niente.
Il fatto di chiudere le finestre appena sembra che faccia buio. Il fatto del telegiornale, delle serie tv. Il fatto di preparare la minestra con le stesse dosi, tutte le sere. Il fatto degli ottant'anni. Il fatto che queste cose, stranamente, hanno un certo ordine. Mentre l'onda dei giorni passati si ingrossa fino a diventare un gigantesco richiamo; rossastro, come il tramonto. Un'onda in cui scomparire, teneramente abbracciati.
La vita è quella cosa che più cerchi il sogno e più trovi la realtà, e più cerchi la realtà più trovi il sogno.
Vuoi giocare con me?
Ho detto: vuoi giocare con me?
Era difficile prendere la palla. Era una palla strana, con dei pesci colorati. Come erano colorati quei pesci. E quella palla non si lasciava prendere. E poi aveva un certo modo di cadere. Cadeva e rimbalzava, cadeva e rimbalzava e poi d'improvviso si fermava o si nascondeva dietro qualche tenda. Profumava di plastica, ma non sapevo ancora quanto sarebbe durato quell'odore nel mio naso. E non sapevo che un giorno non sarebbe stato più così grande e bella colorata. E profumata.
Le valigie non si chiudono mai, ci portiamo appresso tanti fardelli superflui.
Gli piaceva guardare quei recinti in Trentino; pali di legno e poi a primavera escono le gemme.
Era difficile starsene in silenzio. Ma prima o poi doveva decidersi. Era tutto lì. Spense la tv. La vita cambiava impercettibilmente, piccoli sussulti. Uscì sul balcone che si affacciava sul traffico del corso. Solo rumori per lui.
10.30, una volta aveva posseduto qualcosa. Aveva capito che le cose inutili sono quelle che valgono di più. Che fossero inutili era la migliore garanzia che valessero veramente, senza aver bisogno di appoggiarsi a qualcos'altro.
E più inutile di tutto la vita, quel buffo mistero che odiava e amava . Non aveva molta forza, il suo medico diceva perché gli mancava il potassio. Rientrò in casa. Aveva visto abbastanza. Il rossiccio del paramano e il verde scuro dei tigli. Ritrovò le pareti color crema del salotto con sollievo. Era stanco. Avrebbe voluto dormire e rilassarsi, ci riusciva raramente.
S'affacciò alla finestra. Vide Fulvio passare. Lo conoscevano tutti in città. S'alzava all'alba e continuava a camminare con le cuffie sulle orecchie. Ammirava la sua disciplina. Forse era una droga come un'altra. Chissà che mostri aveva Fulvio in testa, se li faceva uscire camminando.
Era tentato di fare il paragone, tra loro due, su chi stesse vivendo di più.
Mi senti? Ho detto: vuoi giocare con me?
Sì.