IL PICCOLO SEME
Era finalmente sbocciata tenue la Primavera ed un piccolo seme, allegro ed incosciente, s’avventurò fiducioso nell’abbraccio di una fresca brezza, trovandosi così rapito dall’aria tersa di quel giorno tanto sereno e luminoso.
Per la prima volta, si affacciava alla finestra del mondo, contemplando estasiato quei nuovi orizzonti, assai differenti dal lembo di prato dove, sino ad allora, si era snodato il monotono correre della sua giovane esistenza. Sotto di lui, si stendevano ora le immense distese dei boschi e dei campi silenti, mentre, qua e là, occhieggiavano, quasi timorosi, i tetti delle masserie, che si perdevano nei morbidi verdi screziati delle campagne.
Scherzavano l’aure con quel piccolo seme e giuocavano con lui, recandolo tutt’intorno, in un rapido volo, sinché alfine, forse stanche o forse soltanto un poco dispettose, lo adagiarono delicatamente sulla sponda fangosa di un rivo.
Il piccolo seme si sentì immediatamente tradito: per qual mai ragione era stato sedotto ad abbandonare la tenera sicurezza del suo prato natio, gli si era fatta osservare la vastità del mondo e, poi, lo avevano crudelmente deposto lì, a giacere solitario fra le melme? Consumandosi di rabbia, in un empito d’impotente sdegno, decise allora di non lasciarsi incantare più, di non muoversi più, di radicarsi al suolo. Fu così che generò delle minute ramificazioni, che gli permisero di ancorarsi stabilmente al grembo della Terra: nessuno sarebbe mai più riuscito a condurlo via a suo talento.
Trascorsero i giorni, le settimane ed i mesi ed il piccolo seme era rimasto, sempre immobile, saldo in quella sua posizione. Era stato più volte scosso dal vento, irrigato dalle piogge, accarezzato dai raggi del sole, ma sempre fedele al suo originario proponimento, non si era mai mosso. Eppure, qualcosa in lui pareva essere mutato: poco a poco, una sua propaggine aveva preso ad elevarsi esile nella direzione del cielo, ricoprendosi poi di una chioma di timide foglie.
Altra sabbia ancora fluì rapida nelle clessidre del Tempo e, fra le sue fronde, crebbero anche dei delicati fiori turchini. Ora, il piccolo seme si avvertiva sensibilmente più leggiadro e, sempre più raramente lo coglieva il rimpianto del suo prato natio. Talvolta, qualche uccellino gli si insinuava fra i rami, intonando una quieta melodia e questo lo aiutava a sentirsi meno solo.
Senza nemmeno avvedersene, continuava a crescere sulla sponda solitaria del rivo ed ormai iniziava già a poter scorgere qualcosa dei lineamenti dell’orizzonte lontano ed a riconoscere il lento fluire delle nuvole che veleggiavano alte nel cielo. Non di meno era sempre lì, non si era mai mosso, radicato in quel medesimo punto nel quale era stato recato dal moto capriccioso delle aure di un tempo ormai lontano.
Nel meriggio di un giorno della fine di Maggio, nell’aria che odorava di fieno appena falciato, procedeva una giovane sulla strada che costeggiava il rivo; si era fermata un attimo per immergere le mani nella corrente, ma, alzando lo sguardo, aveva colto quel piccolo seme, mutato dalle stagioni in alberello solitario, tutto cosparso di vaghi fiori turchini. Allora, quasi per giuoco, ne volle cogliere uno, il più schiuso, e se lo pose fra i capelli, ad ornamento della corona nuziale che già le era stata apprestata per le nozze ormai imminenti e, poi, volse lesta i suoi passi verso casa.
L’albero rimase lì, appartato, sempre fermo sulla sponda del rivo, a mirare la fanciulla che si allontanava, confondendosi nel profilo lucente dell’orizzonte lontano, ma, in fondo, a ben pensarci, quel bel fiore turchino, che s’incamminava alla volta di ignoti confini, era pur sempre il vecchio piccolo seme, saldamente radicato sul suolo.
Il Piccolo Seme. testo di Michele 57