Chissà perché feste come il Natale, vissute come riti collettivi dove le parole felicità, serenità, gioia, solidarietà, amore sono d’obbligo, il più delle volte diventano occasione e spunto per riflettere sulla propria condizione e spesso si trasformano in feroci momenti di solitudine o immensi spaesamenti esistenziali. L’essere buoni a tutti costi, palesare una simpatia che non esiste, riunioni parentali forzate, sorrisi stereotipati d’occasione, tutto suona falso e artefatto ma anche quando la partecipazione è sentita e autentica c’è sempre chi subisce tutto questo frastuono e luccichio che non gli appartiene per costituzione mentale o per vicissitudini personali. E allora, o prende parte al grande teatro dei burattini recitando un personaggio o se ne sta in disparte a guardare , diventando spesso oggetto di plateali considerazioni che vanno dal compatimento alla definizione di strano e solitario, quando non affetto da un brutto carattere. E’ che il rito collettivo deve essere consumato assieme e chi se ne discosta, secondo il comune sentire, esce dai canoni della normalità, o meglio dai condizionamenti imposti da una società dove tutti si riconoscono nell’omologazione dei comportamenti. E allora ben venga l’essere considerati strani se per stranezza si intende riuscire a mantenere il proprio profilo autentico, quello che se sei infelice ti permetta di esserlo senza sentirti in colpa, anche se è Natale.
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