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Il canotto arancione riusciva a contenerci a malapena, grazie al fatto che loro -i nostri due figli- erano ancora piccoli.
Ogni volta che il remo saliva, vedevo l’acqua spumosa scende verso il mare azzurro, nel riflesso del sole. Il quale si divertiva a scaldarmi la pelle, per vedere fino a quanto potevo resistere; prova ne erano i goccioloni che scendevano contenti dalle mie ascelle.
Lsciavamo dietro di noi dei bei cerchi, là dove i remi erano usciti dall’acqua: sembra come quando si getta un sasso nella pozza queta di uno stagno.
Infine, arriviamo, finalmente, all’isolotto su cui avevamo messo gli occhi.
Subito, appena fermi, ecco lì, su uno scoglio, delle belle nere e lucenti cozze. Sotto il pelo dell’acqua trasparente, mezze coperte e mezze all’asciutto. Oggi avremmo pranzato come dei re.
Ma si sa che le cose non sempre vanno come dovrebbero o come vogliamo: quella pentola, con un sugo profumato, sembrava viva, animata da un diavoletto dispettoso. Così il nostro bel pranzo finì a terra, fra la monnezza e gli aghi di pino.
Rimasi impalato a bocca aperta e così anche quei tre volti. Penso che nessuno fu più odiato del sottoscritto, sulla faccia della terra.
Anche quel giorno tornammo alle solite scatolette.