Talora, quando la sabbia è scorsa nelle clessidre ed il “Tempus edax” sta per calare definitivamente il sipario su di un’epoca, accade d’imbattersi in taluno che voglia immortalare gli ultimi barbagli crepuscolari d’un giorno fulgente, prima di sperdersi nel buio, insieme alle memorie di quella sua epoca trascorsa.
Spesso, accanto alla desolata cronaca condotta intorno alla dissoluzione d’un mondo, traspare, insieme, la melica fuga in un glorioso passato, descritto in termini tanto più tangibili, quanto più quest’ultimo, nella realtà, non possa che apparire come inesorabilmente estinto.
Inconsciamente, il nostro panegirista si trova ad essere spiritualmente avvinto da quel misterioso fascino che, immancabilmente, aleggia intorno ad ogni tempo perduto; egli sembra quasi cercare un rifugio, rinchiudendosi nell’interiore culto necromantico d’ombre spettrali, scegliendo, in tal modo, di svanire fra le tenebre dell’oblio, insieme alla memoria di quel giorno fulgente. Egli non desidera rilucere tenuemente delle pallide e più volgari luci di quella nuova era che gli para innanzi, tentando, in quest’ultima, un’inadeguata trasposizione di parte degli antichi valori, ma ci pare comunicare l’impressione di volere soltanto ricordare per un’ultima volta ancora, prima di congedarsi da noi per sempre.
Così, dalle brume corrusche del tardo impero, sembra affiorare anche l’immagine della persona di Claudio Rutilio Namaziano; il suo “De Reditu”, come ebbe ad osservare il Norden: « ... è la pietra tombale dell’antichità ... » che, in quest’opera, appunto, sembra trovare una propria dignitosa ed estrema conchiusione.
Il viaggio del senatore gallo - romano ha inizio a Roma, ormai ridotta a vuoto simulacro di una potenza in pieno disfacimento, e, in maniera incredibilmente emblematica, s’interrompe repentinamente nella visione spettrale delle mura biancheggianti di Luni, superstite reliquia d’un’antica civiltà scomparsa.
Nella cronaca del cammino che lentamente si dipana, conducendo il nostro autore verso la sua terra, tutto sembra suonare come il cupo presagio di una fine imminente: le celeberrime strade romane, che tanta parte avevano avuto nella scorsa grandezza dell’impero, « ... plana madent fluviis, cautibus alta rigent ... » e le province, percorse da orde barbariche e da torme di non meno rapaci funzionari statali, appaiono pervase dalla sedizione. Tuttavia, agli occhi del pur raziocinante Namaziano, alto quanto non mai, l’eterno Nume consolatore della Roma Immortale ancora si erge dominatore sul mondo e sulla storia ed un valore puramente accessorio rivestono, per il nostro autore, la chiusura dei templi pagani, il sacco d’Alarico e l’empia pira dei Libri Sibillini: l’idea di Roma, nella sua grandezza, è comunque destinata all’eternità.
Il fascino misterioso che accompagna ogni opera che non ci sia giunta nella sua intierezza si dispiega d’un tratto e, ad un’improvvisa svolta di quel suo cammino che lo riconduce alla propria desolata terra gallica, Namaziano dispare quasi per incanto, senza nemmeno accomiatarsi. Solo in quell’attimo, rimasti ormai soli, realizziamo come, insieme a lui, nel cielo lividamente lugubre d’una sopravveniente era di barbarie, sia svanito anche l’ultimo rutile lume d’un giorno fulgente ed ormai irraggiungibile.
Claudio Rutilio Namaziano. testo di Michele 57