Amore?

scritto da MoA
Scritto 7 mesi fa • Pubblicato 2 mesi fa • Revisionato 2 mesi fa
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Amore egoista?
- Nota dell'autore MoA

Testo: Amore?
di MoA

Mi fissava in silenzio, in attesa della mia risposta. La domanda era ancora sospesa nell’aria: leggera come una piuma, pesante come un’incudine. Io, incapace di sostenerne il peso, arrossii. Non volevo parlare. Ma alla fine cedetti.

 Era venerdì, l’ultimo giorno prima del fine settimana. Mi lavai il viso, feci colazione in fretta, mi vestii in modo distratto e mi avviai verso il lavoro. Mi accolse la solita routine, un infinito susseguirsi di compiti ripetitivi che non sfioravano nemmeno la superficie delle mie capacità. Il tempo si dilatava. Un secondo diventava un’ora. Eppure, da qualche mese, qualcosa era cambiato. Una scintilla si era accesa dentro di me. Una luce sottile, impercettibile, ma abbastanza potente da incrinare la densa coltre di buio che mi circondava. Anita. Era gentile, premurosa, sempre pronta a un sorriso. Tra noi si era creato qualcosa che non riuscivo a spiegare: una complicità silenziosa, intima. Ci raccontavamo le nostre fragilità, i nostri sogni. E più il tempo passava, più cresceva in me una certezza ostinata: eravamo destinati a stare insieme. «Oggi sarà il giorno», pensai. «Le dirò ciò che provo.» A metà mattina, durante la solita pausa, ci appartammo come facevamo ogni giorno. Ma quella volta il cuore mi martellava nel petto come un tamburo da guerra. Le mani sudavano. Il respiro era corto. Con un coraggio disperato, le parole scivolarono fuori da sole: «Anita, ti amo.» Lei arrossì di colpo. Un’esplosione silenziosa sulle sue guance. Poi si voltò e se ne andò, senza dire nulla. Rimasi lì, immobile, piantato al suolo come un albero malato. Avrei dovuto rincorrerla? Fermarla? Baciarla? O forse era solo troppo presto? Non lo seppi mai. Tornai alla mia postazione con un nodo alla gola e un vuoto che cominciò lentamente a divorarmi. Da quel giorno nulla fu più come prima. Il nostro legame si incrinò, divenne freddo, distante. Le giornate si fecero grigie, opache. Alla fine, non riuscendo più a lavorare, venni licenziato. Fu allora che compresi quanto, in fondo, la mia esistenza avesse perso ogni senso. Non servivo più a nulla. E poi…

«Ho sentito abbastanza», disse la voce, lenta e profonda. «Vede, signor Moreno, ciò che lei chiamava amore non era altro che il bisogno di sentirsi scelto.» La voce tacque per un istante, come a gustare il silenzio. «Ma non tema, amico mio. Qui all’inferno c’è posto per tutti.»

 

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