FINALINO.

scritto da Frantizan
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Una cosa da nulla.
- Nota dell'autore Frantizan

Testo: FINALINO.
di Frantizan

Il Paradiso è un mondo di luce e di bontà assolute, pacifico come un cimitero. L'Inferno, si sa, è un bordello in perenne fermento orgiastico, infestato da frotte di diavoli ermafroditi dai sessi incandescenti, acconciati come puttane, le zinne setolose che schizzano merda, i culi che spandono gas e lubrificante esausto. Nonostante il livore instancabile e il frastuono da macellazione è una landa desolata e morta quanto il Paradiso, una specie di polaroid gremita di corpi nudi e laceri, ferma, schiacciata, senza aria.
Da una parte il bene assoluto, il Paradiso, dall'altra il male assoluto, l'Inferno, due realtà distinte, una situazione facile da comprendere come tutto ciò che è netto e chiaro, aut aut, o qui o lì. Ma è una falsa comprensione, artificiale, una conoscenza che appaga la mente, calma l'ansia e basta, non coinvolge affatto il mondo, l'esistenza, che è parecchio più complessa. Per questo in mezzo c'è il Purgatorio, dove vegetiamo noi, terra ambigua e mutevole, priva di certezze e disseminata di trabocchetti, la sola però che possiamo sperimentare e conoscere, l'unica organica, tangibile, viva. Sudata.
Oggi il Purgatorio me lo voglio immaginare così: le luci sono basse, l'aspro del tabacco si mesce all'acido della birra, il frastuono del biliardino, in fondo, nell'angolo buio, è un tormento, il bruciore alla vescica è un martirio, l'odore guasto di fritto vecchio è un'inutile sevizia. Ma la sensazione di virile amicizia, i tic noti da tempo, le pacche sulla spalla, le chiacchiere libere, le smargiassate fra colleghi, la cameriera che riattizza nostalgie dimenticate, queste cose sono un balsamo. Panunzio porta la mano dove duole, assorbe in bocca il labbro superiore e succhia la spuma che si è imbrogliata fra i peli. Ozioso valuta quante volte avrà ripetuto nel passato questo gesto, il suggersi i baffi, certo migliaia solo a questo tavolo, e sempre con il medesimo piacere infantile.
Nunzio Panunzio, investigatore di penultima classe, ora che il momento si avvicina non ha nessuna voglia di andare in pensione, e, anche se non lascerà nulla che abbia per lui un grande valore, già sa che rimpiangerà tutto questo, è quindi intenzionato a godersi ogni sorso.
Nunzio terge le lenti degli occhiali e tossisce. Non fuma, è purtroppo l'unico della compagnia, una nube densa quanto tossica galleggia addosso al tavolo dove siede con i colleghi. Sa per esperienza che non serve protestare, neppure a limitare i danni, gli altri farebbero giusto spallucce. E' da anni che subisce, ma si schiarisce più volte la gola e finge attacchi di tosse. Sopportare sì, ma non senza un lamento, una piccola protesta.
Nunzio è provvisto di una gonfia faccia rubizza dal quale sporge il nasone ingombrante da nano disneyano, è munito di un corpo da gnomo, cioè un pancione teso bene su gambe corte e robuste, e su dei stramaledetti piedi piatti che gli costarono la divisa da carabiniere. Strano rimpianto per uno che è poliziotto. Invece giacca e cravatta borghesi, comodi mocassini in pelle di cervo e una capigliatura posticcia, una cascata di capelli sintetici, paglia sfumata fieno, dritti e un po' rigidi. Una chioma a covone.
Il locale è davvero qualunque, ora l'insegna dice pub, con i tavoli di legno che nuovi hanno un'aria antica, ricca di storie e bubbole. Apparenze, li fabbricano già così. L'unica cosa degna di nota sono le natiche della giovane cameriera e, forse, a seconda di come la pensate, una sparatoria avvenuta anni prima, quando il posto era un avviato ritrovo di spacciatori e prostitute e dei loro numerosi clienti. Ora no, ora è un tranquillo pub, quasi inglese, impassibile, sempre a corto di avventori, a parte loro, i poliziotti. Ha avuto l'imprevisto di trovarsi propri dinanzi al sito della nuova questura, da allora ne ha cambiato di mani, di gestioni, si sono succedute le ristrutturazioni, tutto inutile, sempre i soliti habitué, i poliziotti, che vi fanno colazione, il break di mezzogiorno, gli aperitivi a tutte le ore e giocano un po' a biliardo scaldando una birra a fine turno. Probabile che siano i poliziotti a tenere lontani gli altri clienti, oppure no, forse doveva andare così, comunque loro sono l'unica risorsa del locale.
"Vaffanculo" esclama un piccoletto soprannominato dai colleghi il Piccolo Sceriffo, o semplicemente Kit, per il suo zelo qualora ci sia da estrarre l'arma o fare il bullo con uno sfigato. "E' impossibile arrivarne a capo. Un puzzle maledetto". Un ghigno malefico e giù una golata di birra che lascia scorrere libera per la strozza e il davanti della camicia.
Nunzio produce una smorfia di disapprovazione, a suo parere il linguaggio volgare e gratuito del collega ne rivelano i difetti morali e la mancanza di spina dorsale, entrambe le cose tipiche della gioventù contemporanea, che corre di qua e di là con il culo, è il caso di dirlo, che pare gli bruci, trasformandosi e mutando parere con la rapidità che impiegano a cambiarsi d'abito. Si muovono tanto che pensano di essere vivi ma sono morti e perduti perché spiacciono a Dio, la Somma Autorità. Secondo Nunzio Dio ha le mostrine e i gagliardetti.
"Il punto incredibile e fondamentale" riattacca il Piccolo Sceriffo sollevando l'enorme boccale "E' . . ." fa una pausa solenne e birrata giacché la faccia scompare nella cavità vetrosa e la lingua si tuffa e guizza come un pesce "Il punto fondamentale è perché il cadavere sia stato mosso due volte. Una non bastava?" Scruta intorno con aria trionfante, non so neanche dirvi il perché ma lui si sente vincente. Il suo vero nome, o perlomeno così ancora oggi si ostinano a chiamarlo mamma e papà, è Michele. Neppure trentenne, i capelli neri e lisci ma, come Nunzio si compiace ogni giorno di notare, è già visibile l'aureola, la piazza, ha ancora tanti capelli ma non ci vorrà poi molto tempo. Di piccola statura, spalle strette e tonde, smilzo ma animato da abbondante energia che consuma in una gestualità ampia e nervosa. Nel corso di una conversazione in piedi di continuo gli capita di spingersi sulle punte, quasi a volere spiccare il volo e sovrastare finalmente le teste degli interlocutori. Se è seduto si sporge sul tavolo, dispiegandosi sino a toccare quelli dall'altro lato, intanto con la mano libera tortura il cuscino su cui è collocato. Non gli capita spesso di non parlare, ma allora armeggia cupo con il cellulare o compila qualche rapporto o, di questo Nunzio è certo e lui è uno che conosce l'argomento, scrive lettere anonime di denuncia ai danni di qualche collega o superiore. Ha certi occhi lucidi, ma Nunzio si sbaglia sulla droga, devono essere psicofarmaci, roba che gli prescrivono per tenerlo calmo.
Oggi Kit indossa una camicia a piccoli quadri azzurri e rossi sopra un paio di jeans stirati e degli stivaletti texani, gli manca solo la stella appuntata sul petto, ha invece un paio di voluminosi e cinematografici ray ban appesi al taschino.
"Non ha senso la pista dell'albanese. Ora gli corrono dietro come tante vacche al pascolo ma statene certi che non condurrà a niente. Me lo sento. Ricordatevi delle mie parole".
"Prova a metterci sopra un centone e me ne ricorderò io" dice Romeo con uno slancio quasi metallico, no elastico, come se prima fosse stato compresso. "Mettilo qui! Fammelo vedere!". Distende in direzione del tavolo il dito scarno attaccato alla mano lunga e ossuta che sparisce nella manica consunta della giacchetta antica.
Romeo Peti è un omino, lo è per statura e peso, lo è perché così si sente. Indossa un maglioncino vecchio di almeno due decenni e un sorrisino laido, unto e agro, e certe mossettine da topino, i silenzi lunghi e le improvvise esplosioni di fatua energia. Non è giusto dire che è insignificante, è uno che si nota invece, almeno la prima volta che ci si imbatte in lui, e di cui si ride volentieri. Se non altro per l'assurdo riporto, i capelli a destra, lunghissimi e trattati a brillantina, accompagnati con amorevole cura, uno a uno, a formare una raggiera, una caniccia zeppa di fenditure, che risale la testa arrampicandosi sulle orecchie e l'aggira da dietro, dalla nuca, per ricadere sul lato opposto. Alle estremità i capelli sono sfiniti, secchi, paiono stirati.
Romeo terminata la battuta si ferma a mezz'aria, ebete, quindi sprizza un sorprendente sghignazzo, stridulo e fuori tempo come tutto ciò che lo riguarda. Nessuno lo accompagna. Che uomo sciocco questo Romeo, che omino, che uomo da poco. Il sorriso grande ma senza labbra pare congelarsi, poi si richiude a culo di gallina, gli occhi, prima lucidi e animati, si spengono, le braccia tornano aderenti al corpo che sembra farsi più piccolo, quindi crolla seduto ed è come si disattivasse e diventasse arredamento, invisibile, come una luce che nella notte si spenga.
Nunzio lo guarda con biasimo e riflette su come l'imbecillità ribolla e proliferi ad ogni generazione. Non ha un gran rispetto per Romeo, e del resto questi non è un uomo che induca stima, ma per Nunzio è piuttosto una questione gerarchica, l'altro non ha combinato nulla nella sua vita, un insetto. Come lui è sulla sessantina e dopo tanti anni di servizio la sua carriera è a livello larvale, zero, non è neppure iniziata, si può dire che è andata indietro, nel senso che il corpo di polizia ora lo conosce bene e sa con chi ha a che fare. Insomma Romeo non ha avuto neppure quell'umile promozione, quel unico grado che corona, solitario, la lunghissima carriera di Nunzio. Non è molto un grado, ma per Nunzio fa una grande differenza, un mare di differenza.
Nunzio è una persona incredibilmente formale, ligia, prona all'autorità. Credo sia per paura, spavento terrore orrore panico fifa sgomento sbigottimento angoscia smarrimento mancamento, in generale intendo, per la morte, la vecchiaia, l'esistenza, cose così.
Quando prova lui ad incarnare l'autorità, a essere l'autorità, e certo è il suo sogno, non riesce, non gli viene bene, ne avrebbe bisogno di mostrine e medaglie, e del resto a lui piace obbedire, è una cosa facile che non prevede responsabilità, né l'esercizio della fantasia.
E' una questione di scala gerarchica: qualcuno è sotto di lui, in questo caso Romeo, è inferiore e tale deve essere considerato, spesso con bonomia, a volte con disprezzo.
"Antonio Pecetti non c'entrava e neppure quel suo amico muratore. Io lo avevo detto ma il vecchio caprone bavoso giurava il contrario. C'è aria di incompetenza in Danimarca". Si guarda intorno Kit, vuole gustare l'effetto delle sue parole.
"Sei giovane ma non per questo meriti scuse. Ai miei tempi la prima cosa che si imparava era il rispetto per i superiori e per i veterani." E' Panunzio che parla, paonazzo, irritato e petulante "Ti assicuro che saperlo fare è già essere a metà dell'impegno che l'esistenza richiede".
"Ma piantala. Le solite questioni bavose. I tempi cambiano per fortuna. L'epoca della naftalina è terminata, si fa sotto la primavera".
"Ricordati che ti sono superiore e che devi rispettarmi". Le ultime sillabe Panunzio le pronuncia addirittura in falsetto. Irritandosi in questa misura davanti ai colleghi sa di sfiorare il ridicolo, per la verità dubita di esservi già sprofondato, tanto più che la sua autorità cade sterilmente nel vuoto morale che anima Kit.
"Nunzio non farla tanto lunga, altrimenti rischi di trovarti in pensione che la tirata non è ancora finita".
Panunzio è viola, sul punto di esplodere, lui se lo è appena concesso ma prima interroga con gli occhi Marco, fra loro il più alto in grado, per invocarne il permesso. Ma quello ne dribbla lo sguardo, finge di non intendere, ordina un nuovo giro di birra per distogliere l'attenzione della compagnia dalla contesa.
Marco non ha bisogno di parlare, in genere preferisce non farlo, per esempio per le birre è bastato un gesto. La faccia quadra ed un piglio alla Jean Gabin, un berretto blu da marinaio che non si toglie mai, una folta chioma grigia, la sigaretta che penzola perenne fra le labbra. E' alto e massiccio, le mani come tenaglie, gli occhi grigi e quieti. Si finisce per raffigurarselo come un lupo di mare, uno di quelli che nel fiore delle tempeste rimangono ritti sul ponte a cuore saldo.
Nunzio sembra essersi distolto dalla disputa, troppo gerarchico, ma è poco più di una finta, un segno di rispetto per il superiore, dopo una pausa di raccoglimento e un sorso ambrato riparte con una strategia sghemba ed aggirante. Racconta come, un paio di giorni prima, ha messo a posto, grazie alla sua autorità, un impiegato postale lavativo e inetto. Quello ha provato a sottrarsi alle proprie responsabilità, a resistere, ma è stato inutile, la potenza di Nunzio era travolgente, un giusto sdegno lo animava, si è placato solo con le scuse della direttrice, peraltro donna affascinate e finissima, provvista di una educazione d'altri tempi.
"Capace che gli hai fatto perdere il lavoro. Sei una mina vagante che esplode solo quando incontra obiettivi sufficientemente molli e delicati. Così non ti fai mai male". Dice il Piccolo Sceriffo, non ancora sazio di scherzi e sberleffi. Proprio come gli altri sa bene che tutta la vicenda raccontata da Nunzio è poco più di un'invenzione. E' una storia ascoltata mille volte, cambiano i personaggi e i luoghi, di volta in volta vengono raguarditi medici infermiere addetti alle pulizie baroni universitari tranvieri, e la cosa avviene per strada negli uffici ai caselli nell'ascensore, a vincere è sempre lui, Nunzio. A essere messi a posto, anche se solo con la fantasia, sono in genere figure socialmente modeste ma invecchiando Nunzio si è fatto +' ardito e ormai punisce e raddrizza dirigenti e primari, oltre non va, per i cardinali c'è tempo .
"Forse tu non sai chi sono io!?!" sibila Nunzio con la faccia congestionata "Mio padre, un vero uomo, integerrimo, tutto di un pezzo, ha dedicato la sua vita all'Arma. Anche la nostra. Noi, la sua famiglia. Ne ha comandato di caserme in giro per l'Italia. Sempre con onore".
Romeo accavalla le gambe e tira su col naso, Marco beve, gli occhi nel bicchiere, il Piccolo Sceriffo immobile e attento, le pupille dilatate che brillano per il piacere.
"Mio padre era amato e rispettato da tutti i suoi sottoposti, benvoluto e stimato dai suoi superiori"
Il gruppo conosce assai bene anche questi argomenti, rimane muto, pare attento ma è solo annoiato. Kit non è impressionato né da quello che finora ha ascoltato né da quello che già sa verrà dopo.
"Proprio l'altro ieri parlavo al telefono con un giovane che mio padre si è cresciuto. Mi prendeva sempre sulle ginocchia e mi offriva le stecche di zucchero. Lo chiamavo zio Gigio. Certo ora non lo posso +' fare. Ora è Generale. E non un Generale qualsiasi, sbarbato, intendi bene, ma uno di quelli che stanno a Roma". Queste ultime parole Nunzio le pronuncia ad alta voce con gli occhi conficcati in quelli del Piccolo Sceriffo che non abbandona un attimo la sua espressione beffarda.
"Non è che ultimamente ti ha chiamato quel senatore di cui mi hai parlato?" Kit è compiaciuto e freddo come un cobra in attesa di colpire.
"Certo." Nunzio si fa cauto "La settimana scorsa. Si è anche cortesemente informato sulla salute della mia famiglia e alla fine mi ha chiesto come andava il lavoro."chiude perfido.
"Cioè se c'era qualcuno da trasferire in una landa montuosa e desolata?" scherza Kit.
"Forse".
"Ora te lo domando io se sai chi sono." parte Kit eccitato "Lo sai chi sono?".
"A me non me ne frega un solennissimo cazzo delle tue sterili minacce. Io lavoro solo per il gusto di farlo. Per non annoiarmi alle Maldive. Non ho bisogno dello stipendio dello stato, potrei starmene meglio in una delle aziende di famiglia. Noi gestiamo un albergo, una pizzeria e due oreficerie".
"Ah, abbiamo anche tre licenze di taxi e siamo comproprietari di una pasticceria".
"Abbiamo avuto quattro rapine solo negli ultimi due anni. Tu non mi fai paura".
"Te lo ripeto, io non ho bisogno di lavorare, potrei starmene a casa a non fare un cazzo. Se sono qui è perché mi piace, ricordatelo bene. Che io i tuoi generali dei miei coglioni me li compro". Anche le tirate di Kit sono conosciute da tempo.
"I Generali non si comprano. La loro Autorità è al di sopra tutto. Anche del denaro. Imparalo".
"Fammi il piacere. Non sai proprio niente di quello di cui stai parlando. Ma voglio stare al tuo gioco, sappi che io sono stato fra i primi ad aderire alla Lega Nord. Non a caso conosco Bossi e tutta la sua famiglia. Sono stato a casa sua. Gli ho curato il cane".
"Chiamalo, fai il mio nome, basta che dici il Cobra. Da lì capisci tutto. Se pensa che sei mio amico ti riempie di feste e non ti molla +' ".
"Non me lo sogno nemmeno. Oltretutto farei torto al mio Re".
"Ma non dire cazzate, monarchico del belino".
"Devi imparare a rispettare il tuo Paese. Questo è il primo valore. Anche col linguaggio. Sì che non indossiamo l'uniforme dell'Arma, ma perbacco, un po' di contegno, con codesta licenza infanghi te e la pur modesta divisa della Polizia di Stato".
"Ma di quale divisa parli se siamo sempre in borghese?!".
"E consentimi di dubitare, e lo posso fare bene io che provengo da un a famiglia bennata, sulle tue reali disponibilità finanziarie. Dico una sola cosa, poi chiudo l'argomento. Non mi risulta. Affatto"
Kit si pensa pugnalato alla schiena, a tradimento. Teme la sbugiardatura che sente arrivare, avvampa e finisce per dire quello che non avrebbe mai voluto " Ma taci tu che vai in giro con la parrucca".
Il gelo cala sull'intero tavolo, no, questa è proprio una cosa che non avrebbe dovuto essere detta e che spinge Marco a emettere suoni primigeni in direzione del Piccolo Sceriffo. "Bisogna che ne parliamo, certe volte ti comporti proprio come uno stronzo".
Michele sbianca, si alza e porta una mano allo stomaco "non mi sento bene. Ho un attacco improvviso di diarrea." dice, e scappa via, ma non in direzione della gabinetto come sarebbe coerente ma fuori dal locale, verso chissà dove. Una scusa penosa, meriterebbe che una risata corale lo tallonasse, corresse con lui per tutta la sera, ma il gruppo preso di sorpresa non ne ha neppure il tempo.
Per Nunzio è un trionfo, oh come gongola il suo cuore ora che il malvagio è stato scacciato dall'uomo forte e giusto. Per compiacenza e semplice gratitudine getta sul tavolo l'unico argomento che sa intenerire l'animo di Marco e gli muove la lingua, l'Argentina, il Cile e il Sud America tutto.
E Marco parte, lento, tiepido, la sigaretta appesa al labbro, la voce bassa, a raccontare della sua gioventù e della luce speciale di quelle terre. Il cuore si scalda e quando principia a descrivere le donne di là, certe puledrine, il tono si fa nostalgico e di una dolcezza profonda, cremosa, sorprendente.
"Sono fiori colorati che spuntano nella polvere, tesi verso il sole a cui nulla chiedono se non una mollichina di calore".
"Gli uomini sono degli sfaccendati senza spina dorsale. Non capiscono il lavoro. Seminano figli qua e là che neppure lo sanno. Tanto non se ne curano comunque".
"Li si pagava a settimana, il sabato. Non tornavano al lavoro prima del mercoledì, quando avevano finito i soldi e gli era passata la sbornia. Non ci si poteva contare".
"Sempre uguale, appena li pagavi correvano a spendere tutto in bere e puttane fino a ridursi come porci".
"Si azzuffavano per niente, per il piacere di pestarsi a sangue penso. La maggior parte di loro già dalla prima notte finiva a dormire all'aperto. Buttati fuori di peso dalle cantine e dai bordelli, con le tasche già vuote".
"Le donne da quelle parti devono essere forti il doppio, devono fare anche la parte dei loro uomini, che su quelli non ci fanno affidamento. Anzi devono difendere dalle grinfie dei mariti ciò che guadagnano loro stesse, il necessario per l'affitto di casa e il latte dei piccoli".
"Per certe razze ci vogliono governi dal pugno di ferro" butta lì Nunzio.
Marco muove gli occhi, la cameriera si mette all'opera per un nuovo giro. Ai compagni che lo fissano con aria interrogativa spiega "Il finale." che nel loro gergo significa l'ultimo, quello della staffa.
"Ma ce lo siamo già fatti." protesta Nunzio.
"Vuol dire che ci facciamo il finalino." chiosa secco Marco.
"Sì facciamoci il finalino." squittisce Romeo.
"Ci dovevano essere grandi opportunità un tempo in quelle terre argentine per chi avesse avuto voglia di lavorare e senso di responsabilità." riparte Nunzio per piacere a Marco ma poiché questi, ancora sognante, non da segno di avere inteso, aggiunge con aria da fine conoscitore "Grande paese. Donne affascinanti. Enormi spazi. Ah, le pampas".
Nonostante tutto alla parola pampas a Marco scivola via un bel sorriso. "Già." si limita a dire ma si capisce che la sua mente ora è là, in estasi in una desolata landa di quaranta anni addietro.
E' il momento scelto da Romeo per dissociarsi dalla sedia e declamare con voce penetrante e occhi folli "Nella Pampa sconfinata Ringo fece una cagata, non avendo carta addosso si pulì con il dito grosso, e per farla +' finita si leccò le cinque dita." E a seguire una risata stridula, eccessiva, non solo scema, anche oscena, una di quelle cose che rendono tristi e fanno provare imbarazzo per l'intero genere umano.
La filastrocca ha su Marco un effetto comico, l'espressione dolce e nostalgica muta in truce disappunto, gonfia il petto, raddrizza le spalle, tende interi continenti muscolari, per un attimo sembra sul punto di esplodere in collera, poi no, rilassa il corpo, s'afferra al boccale, produce un mesto sorriso, si tuffa nella schiuma fino a trovane il fondo, quindi si alza e dice "In fondo non era così bello laggiù. Un sacco di sterpaglia e polvere, e non capitava abbastanza spesso di incontrare una nobile amazzone. Buonasera a tutti".
(continua)
FINALINO. testo di Frantizan
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