Camminando per le strade, di notte,
calpestando le foglie in un freddo autunno,
il fruscio risuona nel deserto di bitume
che ricopre il terreno di fronte a me.
E i piccoli soli nel nero notturno
colorano le fronde, rischiarando la via, impedendo all’occhio di scorgere
le sorelle che veramente risplendono alte.
Urla di puttane squarciano il cielo,
sgommate di auto lacerano il silenzio,
risate ubriache, sguardi persi e
una libidine tormentosa governano nell’impossibilità di controllo ogni momento rapido e fugace di uno stesso, sempre uguale, monotono, insensato sabato sera.
Tutto è più lento, colpisce ogni cosa, ogni oggetto è fonte di immaginazione. Il riso è una peste incontrollabile che non necessita di pulci, ma solo della vista. Offuscati la mente, il giudizio, il pudore. Ogni renitenza per convezione sociale si dissolve nel fumo di una sigaretta e nell’alcool di un bicchiere.
Marci giovani ondeggiano intontiti tra un bacio e un abbraccio fraterno, e il sentimento amoroso li coglie indifesi dalla durezza dell’esistenza. Tanto l’amore quanto l’odio fuoriescono tempestosi con varchi aperti, e un si o un no possono stare per pace o guerra. Incontrollate reazioni colgono le bestie inconsce.
Una cattiva parola scatena la rissa, l’ardore caricato a molle si libera in un impeto animalesco di distruzione irrazionale, d’aggressività genuinamente fecondo. L’assuefazione diminuisce il dolore e la lotta è piú frenetica e faticosa a farla; divertente, esilarante, mancante di senso a vederla da qui.
Il sangue gocciola dai nasi e dalle bocche, mentre la folla infoiata incita al massacro. L’uno e l’altro non vogliono deludere il pubblico d’amici e compagne, magari, di sesso immaginario o reale che sia. Devono essere d’obbligo per onore e necessità i maschi alpha della serata che va a concludersi.
Ma nella notte dello sballo, l’unica luce che splende, sulla via del ritorno, fulgida e piena di vera vita, è la consapevolezza mia d’essere un Dio che non pecca umanamente in vizi, che su di me hanno potere limitato alla mia volontà, e alla mia accondiscendenza non possono che aggrapparsi per rivelarsi in me.
è ancora sabato testo di Zghef