Forse al Casinò nessuno conosceva il suo vero nome, ma a chiunque avesse chiesto del “Professore”, tutti avrebbero saputo indicare quell’uomo sulla sessantina, giocatore arguto, elegante, l’immancabile foulard viola dentro il colletto della camicia. A poche ore da quella vincita straordinaria, la notizia della sua scomparsa serpeggiava tra i tavoli di panno verde.
Il Commissario di polizia locale fu svegliato nel cuore della notte: presunto suicidio al Grand Hotel. Si recava spesso in quel cubo di vetrate opache e luci soffuse, proprio sopra l'insegna “Casinò”, riparo discreto per giocatori, amori clandestini, varia mondanità.
Terzo piano, prima camera a destra: dietro la porta trovò un corpo livido, appeso per la cintura sopra il letto, scalzo, forse morto prima per attacco di cuore che di asfissia. Stanza in ordine, nessun segno di violenza. Iniziò a interrogare la cameriera che aveva trovato il cadavere: quella ragazzetta formosa, due guance rossastre da contadina, avrebbe potuto essere sua figlia eppure non riusciva a toglierle lo sguardo dalla minigonna. Da lei niente di interessante, solo piagnistei; non si era neanche accorta del borsone in finta pelle ai piedi del letto, pieno di soldi e fiches. Davvero tanti, troppi per mettersi a contarli lì.
Il Commissario sequestrò i documenti dalla reception e decise di scendere nelle sale da gioco, voleva chiarire orari e modalità della vincita: conoscendo il Casinò, sapeva che una somma del genere non passava inosservata. Lo indirizzarono con discrezione alla Roulette nella sala fumatori. Il croupier di turno attese il cambio, poi si misero all'ombra dei faretti.
“Avete notato qualcosa di anomalo stasera?”
“A parte la vincita non direi, il Professore era un nostro giocatore abituale; ha preso posto qui, c’erano altri due uomini sulla cinquantina, facce nuove. Stasera non indossava il solito foulard viola”.
“Un po' troppi soldi per una serata sola, che ne pensa?”.
“Ha scambiato cinquecento euro, poi ha iniziato subito a puntare alto, sembrava euforico. Dopo ogni en-plein rivedeva i suoi calcoli e ne infilava un altro: ragionamento, fortuna, chi può dirlo”.
“Mi tolga una curiosità, perché lo chiamate “il Professore?”
“Perché amava dissertare di numeri e statistiche con gli altri giocatori, dispensava consigli, davvero un’intelligenza sopra la media”.
Suicidio inspiegabile, come altri ne aveva visti in quel Casinò; il Commissario non sopportava stare a riflettere nello stesso posto e uscì fuori. L’aria fresca della notte lo fece rabbrividire, si strinse nel cappotto e accese una sigaretta guardando l’orologio: le tre del mattino. “E’ l’ora del demonio”, pensò compiaciuto. Passo dopo passo il sorriso crebbe fino a diventare un ghigno beffardo, soddisfatto di aver strappato un'altra anima per la sua causa. Alcuni giurarono che il Commissario non fosse mai passato di lì.
Il demone del gioco testo di uranio