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Viviamo in un tempo
che non cade dal cielo,
ma scende lentamente
nelle ossa.
Le parole
hanno perso calore,
si rompono tra le dita
come rami secchi.
Ci salutiamo
senza guardarci,
coperti da strati di fretta
e di paura ben stirata.
Le piazze sono piene
eppure silenziose:
ognuno cammina
con il proprio gelo
in tasca,
come una moneta
che non serve più.
Il dolore non fa rumore,
si deposita.
È brina sui pensieri,
è attesa che smette
di attendere.
Eppure,
sotto la terra dura,
qualcosa resiste.
Non ha voce,
non ha nome,
ma conosce
il gesto antico
di spaccare il freddo
con una radice sottile.
Forse l’umanità
non è perduta,
forse sta solo imparando
quanto è necessario
l’inverno
per riconoscere
la fame della luce.