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K2
Sono nato qui, fra queste montagne. E qui, tra borgo e malga ho trascorso tutti quanti i miei attuali trentasette anni.
Il mare non l’ho mai visto, nemmeno da lontano: troppo distante dai miei monti per poterlo vedere da quassù… Rammento che molti anni fa chiesi a mio nonno che lo aveva visto di descrivermi il mare.
Lui, che il mare lo aveva attraversato controvoglia per andare a combattere in Africa, aveva praticamente grugnito: «Per me è stato uno schifo!» e poi aveva proseguito raccontando per la milionesima volta gli anni trascorsi in un campo di prigionia in Texas, raggiunto via mare, e il ritorno a casa nel dopoguerra, sempre via mare.
E quando saltai su dicendogli che le sue storie le conoscevo a memoria e che volevo soltanto sapere com’era il mare… lui mi mollò una sonora sberla. E mentre piangevo toccandomi la guancia che bruciava, mi disse di scendere a valle, di mettermi in mezzo a un ponte e di guardare l’Adige. «Ecco il mare è come l’Adige visto per il lungo! Tu hai avuto la fortuna di nascere in mezzo alle montagne più belle del mondo, cerca di godertele e lascia perdere il mare, che è solo una iattura!» aveva poi concluso, lasciandomi di sasso.
Sia come sia, il mare ho continuato a immaginarlo come l’Adige visto per il lungo; e le estati ho continuato a passarle su, all’alpeggio, prima con mio padre e ora solo con le mie bestie.
Amo la montagna e la percorro sin dove arriva il verde. Ammiro le alte vette e m’inchino al loro cospetto. Ma, a differenza di altri, le temo e non mi avventurerei mai su quelle pareti verticali che puntano al cielo.
Sono ormai due mesi che sto in malga, e ne devono passare altri due prima della transumanza. Quassù, tra mungitura e tutto il resto, di tempo per annoiarti non ce n’è. Nei brevi periodi di pausa, mi diverte osservare gli alpinisti che attraversano i pascoli, carichi di corde e moschettoni appesi agli zaini che sferragliano ad ogni passo, e proseguono con sguardi tesi verso la loro meta.
Poco più in alto dell’alpeggio, dopo un ghiaione in forte pendenza, un pinnacolo verticale s’innalza verso il cielo per più di duecento metri: è quello il loro obiettivo.
Il mio amico Walter lo avrà scalato come minimo duecento volte, quel campanile di roccia. Per lui è un gioco da ragazzi, la usa per tenersi in forma tra un’impresa e l’altra, quella parete lì. Walter è un alpinista di quelli tosti; uno di quelli che può vantarsi di aver conquistato almeno un paio di ottomila.
Quest’anno, poi, ha deciso di regalarsi l’arrampicata dei suoi sogni.
Mi vien da sorridere se penso a quello che ci siamo detti prima che partisse.
Tre mesi fa, metà aprile o giù di lì, è venuto a trovarmi a casa mia. «Ciao Werner!» ha esclamato allegro. «Partiamo domani, starò via quattro o cinque mesi.»
«Allora hai proprio deciso», ho fatto io, preoccupato.
Lui ha riso, mi ha battuto una mano sulla spalla e mi ha detto: «Cos’è quella faccia? Su con la vita, amico!»
«Non riesco a capire…» ho iniziato ad argomentare.
«Capire cosa?» mi ha interrotto lui, corrugando la fronte.
«Capire chi te lo fa fare… star via cinque mesi per fermarsi in vetta sì e no cinque minuti… boh!» ho concluso io.
«Chi si è arrampicato a malapena sul seggiolone, non lo può capire… Quando torno ti porto a scalare la guglia dietro l’alpeggio, così ti renderai conto che differenza c’è tra stare cinque mesi in malga con le vacche, e cinque minuti in cima al mondo dopo aver conquistato una vetta», ha ribattuto lui, sorridendo ironico.
Punto sul vivo, ho provato a spiegargli come la pensavo, avvitandomi in una risposta, nel tono e nelle parole, più da pastore di anime che di bestie: «Secondo me, il buon Dio ha diviso le montagne per dare agio a ciascuno di trovarsi il proprio spazio. Agli uomini ha riservato boschi e pascoli; e alle aquile le pareti di roccia e le alte vette… Tu non hai le ali, dunque non puoi essere un’aquila… Come reagiresti, se tornando a casa dopo qualche mese, trovassi il tuo spazio, la tua casa invasa da aquile e altre bestiole pennute che vivono tra quelle rocce?»
Quel permaloso del Walter mi ha guardato storto. «Vuoi che ci lasciamo litigando?» mi ha domandato poi a muso duro.
In fondo aveva ragione: non sapendo come ribattere mi sono avventurato in un discorso senza capo né coda. «Ma va’ là, scemo!» ho risposto ridendo, appoggiando il pugno al suo sterno.
Poi ci siamo abbracciati; e lì, ricordando quello che mi aveva detto una volta parlando degli ottomila più complicati, ho sentito un brivido freddo.
Walter ha subito colto nel mio irrigidimento il cambio repentino d’umore, e me ne ha chiesto conto.
«Ti ricordi cosa mi hai detto l’anno scorso parlando degli ottomila più difficili?» gli ho domandato, fissandolo negli occhi.
Walter ci ha pensato su, prima di rispondere: «Ti ho spiegato tante di quelle cose, che ora non saprei cosa risponderti… a cosa ti riferisci?»
«Di quattro che conquistano la vetta del K2, tre tornano vivi. Il quarto… o resta lassù, o torna in un sacco! E’ matematico!» ho detto io usando le sue stesse parole, tenendo gli occhi ben fissi dentro i suoi.
Ho visto lo sguardo di Walter farsi preoccupato, l’ho sentito sospirare e poi dire: «Il destino di ognuno è già scritto, non lo puoi cambiare».
«Basterebbe non andare a stuzzicarlo… Se il tuo destino ti aspetta lassù, e non hai nessuna garanzia di essere uno dei tre fortunati che torneranno a valle sulle proprie gambe… rinuncia!» ho insistito.
Walter ha scosso il capo. «No, Werner, non servirebbe. Il destino ti seguirebbe ovunque… anche dentro il comodo letto di casa tua», ha sentenziato. Poi si è fatto pensoso e ha aggiunto, quasi mormorando: «Sfidare il destino facendo quello che più ti piace, non ha prezzo… no, non ha davvero prezzo!» e lì ho compreso che lo stava dicendo a sé stesso.
Non so se lo ha detto per giustificarsi, o per trovare quel briciolo di coraggio che ancora gli mancava… boh!
Stavo per ribattere, ma lui mi ha stoppato: «Ora basta! Questi non sono discorsi da farsi prima della partenza… ne riparleremo quando tornerò!» ha tagliato corto.
«Hai ragione», ho convenuto, prima di passare ad altro.
Abbiamo poi continuato a conversare per una buona mezz’ora, prima di salutarci e darci appuntamento quando sarebbe tornato con lo scalpo del K2.
Andandosene, Walter, puntandomi contro l’indice mi ha detto: «Tieni bene a mente quel che ti dico: alla bisogna, ci si può fare anche aquila… basta crederci!»
Ieri faceva caldo, un caldo insolito, su all’alpeggio. Seduto sulla panca all’esterno, mentre ammiravo lo spettacolo della guglia che s’incendia alla luce del tramonto, mi sono chiesto se Walter avesse raggiunto la cima del K2.
A un certo punto mi era sembrato di vedere un uomo, un alpinista in cima alla guglia che si sbracciava… sembrava volermi salutare. Istintivamente mi sono alzato dalla panca e, portandomi in mezzo al prato, ho cominciato ad agitare le braccia anch’io. In quel momento, al culmine dell’enrosadira, ho visto la cima avvicinarsi, come se la stessi guardando attraverso un binocolo… e mettendo a fuoco il volto dell’alpinista misterioso… l’ho riconosciuto. “Walter è tornato sulla sua montagna!” ho pensato agghiacciato.
E’ stata questione di pochi attimi, poi la vetta è tornata al suo posto e l’alpinista che si sbracciava si mostrò per quello che era realmente: un’aquila che sbatteva le ali prima di spiccare il volo.
Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che quella vista ieri sera fosse un’aquila… ma chissà perché oggi, a differenza dei giorni e mesi precedenti, pensando a Walter sento una strana inquietudine.
Così continuo a guardare la cima della guglia… l’aquila è sempre là, e quando sbatte quelle ali così simili a braccia che si agitano, sento il sangue gelarmi nelle vene.
FINE