La morte e la follia della religione

scritto da ttalma
Scritto Un anno fa • Pubblicato Un anno fa • Revisionato Un anno fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di ttalma
tt
Autore del testo ttalma
Immagine di ttalma
tt
Ciao a tutti, questo è un testo relativamente breve su quello che è il mio pensiero sulla paura della morte e sulla religione, che molto spesso son collegati tra loro. È ovviamente una mia visione, e quindi soggettiva :)
- Nota dell'autore ttalma

Testo: La morte e la follia della religione
di ttalma

Una tarda notte, tra le urla dei pazienti di un ospedale psichiatrico, si aggirava un vecchio balbuziente dalla lunga barba incolta e canuta. Ripeteva a memoria i versi dei grandi poeti, e nelle ore buie trascriveva i suoi pensieri e le sue idee traendo spunto dal pronunciare di costoro. Si divertiva nel creare vite immaginarie mai vissute, e così provava a pensare come sarebbe stata la sua se avesse intrapreso una strada invece di un'altra. Si accorse che il mutare imprevedibile degli eventi determinava gli eventi stessi, e che anche una minima differenza avrebbe comportato alla creazione di opposti tanto evidenti che la loro invisibile identità sembrava imperturbabile agli occhi di chi era in stretto contatto con quel presente e sciocca da chi osservava distaccato. E in un mondo che continuava a cambiare il vecchio non riusciva a tenere il passo, a trovare il suo posto, a sentirsi adeguato.Il passato era per lui terreno di rimpianti e ricordi d'infanzia, che erano tanto tristi in quanto indelebili ma non rivivibili, il presente era tutto incentrato nel tentativo di distogliere la mente da quella bramosia di gioventù e vitalità, il futuro..  beh il futuro non c'era più, vedeva la morte così vicina che a volte pensava di sentire il suo leggero bisbiglio. Lui diceva di ascoltarla, di poterle parlare, perchè quando cominci a intravedere la fine del tutto dai più importanza alle piccole cose, che di piccolo hanno solo il loro timido manifestarsi, sono quelle cose impercettibili, quelle che ci saranno anche quando noi non ci saremo più. Così capitava di passare affianco alla sua camera e vederlo impegnato a discutere con questa strana identità. Si dimostrava gentile con lei, si azzardava negli attimi di sicurezza a sfiorarle il volto e ad ammetterle quanto bella fosse agli occhi di un mortale, quanto irraggiungibile  in quanto immortale. Sembrava impossibile che con il suo caratteraccio andassero ancora d'accordo, che non le avesse già alzato la voce in tono di sfida sputacchiando qua e là la poca saliva rimasta in gola. Ma lo aveva talvolta ammesso, mai avrebbe osato interromperla  nei suoi lunghi discorsi, non tanto per stima ma per pura paura.
 Un giorno fu ritrovato a fissare il vuoto per lunghe ore, alla domanda “cos'è successo Albert” lui rispose che aveva individuato un punto fermo non soggetto al continuo cambiamento, e che questa fosse una grande scoperta. Il povero vecchio aveva completamente perso la concezione del tempo ed era convinto che fossero passati diversi giorni; acclamava con grande stupore, senza mai distaccare lo sguardo, che aveva trovato la soluzione per l'invecchiamento, che il processo si poteva invertire, che rimanendo immobili, impassibili all'avvenire esterno, la morte si poteva sconfiggere! Cominciò ad abbracciare i medici, a gridare di pazza gioia perchè non doveva più temere, non doveva più fingere con quell'immagine demoniaca che tanto odiava. Quella stessa giornata ci fu un'accesa discussione tra i due; il vecchio sosteneva che la razza umana non sarebbe mai più esistita, che qualcosa di più grande stava per sorgere. Tutti avrebbero ottenuto la cura per la vita eterna e la morte, che si nascondeva tra i veli di una così transitoria sicurezza, sarebbe diventata la vittima del suo stesso gioco. L'anziano le stava ora puntando contro il dito incerto, soggetto ai tremori di una vita vissuta, le punta dei piedi erano protese quasi volesse slanciarsi sul nemico, il volto rosso, sanguinante di rabbia rafferma, mascherava l'insicurezza di un uomo che stava sfidando la sorte. La voce gracchiante, quale quella dei corvi che si schiariscono le corde vocali al cantar di una serenata alla bella amata, ma qui, per opposizione di termini, risoluto a lasciarla, echeggiava tra le mura ammuffite di quel quadrato senza felici memorie. Come un oracolo stava a pronunciare una profezia: gli uomini, giunti al nuovo grande sapere, avrebbero accolto l'eternità e rinchiuso tra le tenebre la morte che tanto li aveva attanagliati nella loro breve esistenza.
Il vecchio fu ritrovato la mattina seguente senza vita, rannicchiato sul pavimento ghiacciato, come un bimbo che si butta a terra per richiamare l'attenzione della madre che lo sta trascurando. Che ciò che vedesse fosse orginato da superstizione o malattia non devo neanche discrutervi, ma l'invadere di tale pensiero nel fragile corpo è così umano che non può passare inosservato da un suo simile. Quando una preoccupazione assume delle sembianze così reali da apparire concreta, non solo si infiltra nella mente occupandone ogni pensiero, ma si appresta a diventare la nuova governatrice del nostro agire, influenzando ogni movimento, o diventandone essa stessa padrona. Come ad un ladro a cui si lascia sbadatamente la porta aperta, essa entra senza chiedere alcun permesso, e ottiene tutto ciò che può. Avete mai visto un uomo che perde ogni avere? La stessa disperazione è presente nella mente di chi viene derubato di ogni ricordo, e accetta l'elemosina di un pensiero oscuro come quello della morte perchè non ha più forza di volontà. Un ronzare simile a quello delle zanzare che si ragruppano al giungere del caldo estivo affollava la mente del povero, accerchiato e indebolito dal continuo risucchiare di loro. Un vuoto, senza fine, colmava gli ultimi istanti di lucidità e una fioca luce che faceva risplendere le pariti ruvide di una grotta senza illuminarne l'interno bruciava nel suo cuore. Ogni tanto le folate di vento facevano divampare quella piccola miccia dandogli la parvenza di essere ancora vivo, ma quando il silenzio tornava, e tutto era destinato al tacere, anche lui credeva di essere morto. Ne ho incontrati di uomini come lui, toccano il fondo talmente tante volte che si abituano a questa condizione, e quando tutto va bene, quando sembra che ci sia un senso, scappano impauriti. Non so bene cosa ci sia nel nostro ragionar quando lo spazio è talmente limitato che i pensieri sbattono tra loro mischiandosi e confondendosi reciprocamente, probabilmente il caos. Come uomini ciechi siamo allora? Forse tastando qua e là una via la troviamo, ma chi ci assicura che sia quella giusta? Che sia questo l'assaggio mortale del nulla eterno di cui tanto si parla? Un buio talmente vasto che non solo non si può vedere, ma in cui non si può neanche toccare  defininendo con questo senso le barriere del reale e dell'ipotetico? Mi chiedo dunque se quest'uomo, come altri fecero, credesse in una vita dopo la morte. Molti, al temere del buio che ho citato, hanno dovuto prendere delle difese, e costruire grandi palazzi abitati da credenze senza alcun origine, se non quella di uomini costiutiti di carne e ossa quale la loro. Ma chissà per quale motivo si narra di un Dio, che prende nomi diversi a seconda della religione scelta, o per meglio dire, a seconda del luogo scelto alla nascita, e quindi al caso che ha voluto che un seme fosse gettato in un continente o nell'altro del grande mondo. E altre divisioni ancora, lotte tra credi diversi, oserei dire lotte tra uomini disperati che hanno ceduto la propria ragione per un desiderio di onnipotenza. Ho capito allora che il pensare ci rende più bestie delle bestie stesse; quest'ultime non trascinano con sé i fardelli di vecchie profezie e tradizioni che allontano il progresso e l'osservanza oggettiva del reale . Vivono il presente e creano tutto ciò che è in loro portere in base a quello che il mondo offre, noi invece, giovani ma vecchi fin dalla nascita di eredità passate, non siamo in potere di reagire contro questo meccanismo. Un giorno un uomo si prese briga di dirmi che ero un bestemmiatore al dire che nulla di superiore a noi esistesse , che avevo paura che qualcuno potesse decidere in base alle mie azioni, probabilmente già macchiate di infiniti peccati. Ma io a chi dovevo rendere conto? A costui forse? Un nuovo messaggero sceso in terra che brandiva le armi più potenti che esistano al mondo, le labbra di un simile che diffondono menzogne e invenzioni! Non sprecai tempo, perchè già fin troppo ne spesi per ragionare su fatti così ovvi, che mi sembra quasi impossibile che così tanti falliscano nel rifletterci. La chiamai stupidità, perchè chiunque, secondo una logica che è innaturata in noi, potrebbe accedere alle porte del vero dire. Capisco che l'avvicinarsi dei maturati anni possa indurre a trovare una soluzione per fuggire dall'ignoto che si appresta dinanzi, ma quando questo timore investe i giovani nel primo sbocciare delle tenere età provo solo ribrezzo. Che i genitori abbiano manomesso le tenere membra quando ancora non erano allineate su saldi perni non lo metto in dubbio, ma che i giovani non abbiano avuto la forza di contrastare le bugie con un sapere apprendibile individualmente, esterniato da ogni influenza, questo non lo tollero. E allora sono spaventato più dai miei coetanei i quali cercano di esordire con salde prove di questa esistenza, che paiono a me più timidi tentativi di autoconvincersi che reali esclamazioni di credenti. Forse sono come frecce scoccate, che non riescono più a calibrare o a cambiare la rotta, e  così si spingono fino in profondità pur di non ammettere di essere state manovrate da arcieri sbadati o mal addestrati. Aggrappati sui vetri di superfici scoscese, non fanno altro che ricalcare le orme lasciate da antichi uomini. Proprio quest'ultimi, alimentati da grandi fantasie e superstizioni, magari inebriati da bevande consolatrici, hanno deciso di scrivere o raccontare qualche storiella dove mescidare finzione e punte di finissima verità. Non voglio sminuire il lavoro di grandi scrittori, come difatto furono, ma voglio impoverirlo dal loro tentativo di giungere alle menti influenzandole.  Ma forse più adirato dovrei essere verso gli oratori che si servirono di suddetti testi per diffonderli al grande volgo, traendone guadagni in fama e denari, elementi suggelati da un reciproco legame. La potenza della religione è che è propria di ogni epoca, perchè basata sulle maggiori preoccupazioni dell'uomo, e così non è il tempo a infiacchirla come accade in tutte le altre cose soggette a ciclicità. Io però non capisco perchè l'uomo testardo debba per forza spingersi nell'illimite non accontendosi degli elementi originari della Terra. Si sente forse tradito quando questa, annoiata da mortali che si inginocchiano tra i cori di ecclesiastici, sbuffa facendo eruttare un vulcano o, solleticata da strane danze per riti propiziatori, si fa sfuggire una risata creando tornadi dalla forza incontrollabile? Forse, ammirando le stelle fisse, anche l'uomo antico,come il vecchio, aveva individuato nel loro comune migrare un principio di immortalità, e si era convinto che scoprendo la loro reale natura si sarebbe assicurato un posto tra le ambite costellazioni. Ma a quale prezzo, se non quello di trascurare ciò che si trovava sotto ai suoi piedi, molto più facilemente raggiungibile e preservabile? Che offesa tu recasti alla tua dimora, uomo irrazionale che più si interessa alle cose che non gli appartengono rispetto a quelle che lo hanno generato?

La morte e la follia della religione testo di ttalma
6