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Non seppe quantificare quanto fosse trascorso da quell'ultimo messaggio a quel finto secondo giorno zero. Una mattina si era svegliata ed aveva deciso di smettere di contare i giorni, le settimane, i mesi. Di smettere di pesare il tempo come si pesa un'assenza. Però la mattina stessa aveva comprato una scatola, abbastanza capiente, rigorosamente verde. Ci aveva raccolto un po' di cose: quei biglietti della metro con la data "05/20XX", un biglietto da visita di una trattoria toscana, l'abbonamento del tram parigino. Pezzi di passato, incollati col peso della nostalgia. Avrebbe potuto chiedere a qualcuno di nascondergliela, di metterla da qualche parte, di portarla lontano. Invece l'aveva tenuta lì, davanti alla libreria. Pericolosamente a portata di mano. All'inizio la apriva tutti i giorni. Poi tre volte a settimana. Poi una. Poi non si ricordava nemmeno più quando fosse stata l'ultima volta.
Eppure continuava ad andare a fare la spesa lì. Ad ordinare il caffè schiumato al bar. A portare a passeggio il cane negli stessi posti. Come se volesse autoinfliggersi una condanna al ricordo. Ma non un ricordo lontano, sfocato, diluito dal tempo.
No, un ricordo vivido. Vivo.
Le fece strano vederla lì. Quando la riconobbe, fu come se per un attimo la terra le mancasse sotto i piedi.
Pensò di ignorarla, di voltarsi dall'altra parte, di fingere di non averla vista. Ma rimase lì. Immobilizzata. A guardarla.
Era una dolce e calda coccola in una fredda sera invernale. Ma era anche la bora che le tagliava la faccia in mezzo alla neve.
Lei, impettita come sempre. La divisa un po' stropicciata, il colletto della camicia fuori posto, i capelli spettinati e le mani infilate nelle tasche dei pantaloni. Era di profilo, e lei aveva paura che i loro sguardi si incrociassero per sbaglio.
Non riusciva a vedere il verde dei suoi occhi, ma lo immaginava. Era lì, posizionata sotto l'unico spiraglio di sole che entrava dalla finestra. Ovviamente. Amava ancora il sole.
E allora pensò che, con quella luce, i suoi occhi dovessero essere ancora più chiari.
Più tenui. Più belli.
Il suo modo di parlare era rimasto lo stesso: un misto tra sagacia ed entusiasmo. Lei provò un briciolo d'invidia. Perché mentre l'altra sprigionava una serenità leggera, quasi inconsapevole, lei si sentiva spenta anche nel modo di camminare.
Si era anche fatta coraggio un giorno, ed era uscita con una tale, Vittoria si chiamava.
Erano andate a mangiare la poke.
Le aveva consigliato quella con il riso nero e i gamberi in tempura, con la speranza che la mangiasse con lo stesso entusiasmo con cui lei affondava la forchetta nella ciotola. Ma gli occhi di Vittoria non si illuminavano ad ogni boccone. Anzi, l'aveva lasciata lì, a metà.
Le aveva anche chiesto se le piacessero i bassotti, ma Vittoria aveva scosso la testa.
Strani aveva detto.
Preferiva i carlini.
Ne aveva uno di sei anni.
Lei aveva annuito, fingendo interesse. Ma dentro qualcosa si era spento e non la rivide più.
Peccato, pensò. Aveva anche gli occhi verdi.
E poi perse il coraggio. Non uscì più con nessuno. Perché tanto era inutile.
Poi lei congedò i suoi colleghi, abbandonò il gruppo e si diresse verso di lei. Nel frattempo si era accorta che l'altra la stava guardando. Sentì il battito del cuore accelerare.
Non sapeva come reagire, quindi tirò fuori il telefono dalla tasca goffamente e fece finta di parlare con qualcuno.
Non sapeva nemmeno cosa stesse dicendo.
Improvvisava parole, sillabe, suoni vuoti.
Ma l'unico suono che sentiva davvero era quello del sangue che le pulsava nelle tempie.
Quando vide che l'altra si avvicinava, chiuse la chiamata fittizia e rimase immobile, con lo sguardo serio.
Chissà cosa voleva dirle.
Se voleva parlarle.
Se voleva insultarla.
Se voleva dirle che l'amava ancora e voleva tornare con lei.
Se voleva passarle accanto e lasciarla lì, sospesa nel dubbio.
Poi, quasi a distanza di sicurezza, dalla sua bocca uscì un ciao.
Il suo solito ciao, con la a più acuta e calcata della o. Quel pensiero la fece sorridere dentro, ma fuori il suo volto rimase impassibile.
Serio.
Neutro.
Deluso?
Arrabbiato?
Rancoroso?
Nostalgico?
Non lo capiva nemmeno lei. Ciao, rispose, e si fermò.
Tutto bene, non hai cambiato lavoro alla fine?
No, sono ancora qui, anche tu vedo.
Odiavano entrambe le conversazioni occasionali, eppure nessuna aveva il coraggio di dire altro.
Devo rientrare, ci vediamo disse l'altra. E scomparve in mezzo alla calca di persone.
'Ci vediamo'.
Dove? Quando? È un segnale? Come devo interpretarlo?
Ma la verità era un'altra. Faticava ad ammettere a sè stessa che anche quella frase faceva parte di una semplice conversazione occasionale.
Adesso potrei tirare fuori il telefono e chiederle cosa voleva dire, pensò. Ma poi vide la data dell'ultimo messaggio e tornò alla realtà.
Ora erano due colleghe semi-sconosciute.
Quasi tornate a dicembre 2XXX.
Quel giorno, a casa, l'unica cosa che le rimaneva da fare era aprire la scatola. Ma mancava un pezzo.
Il suo pezzo.
Quello che non potrà mai riavere indietro.
Quello che forse anche l'altra custodisce chissà dove, magari in una scatola. Magari lilla.
Resta il fatto che quel pezzo le apparterrà sempre. E non potrà più riaverlo indietro. E non potrà più darlo ad altri.
Fortunatamente.
Ora le foto nella scatola sembravano avere colori più vividi rispetto all'ultima volta.
Una lacrima bagnò una foto.
Natale.
Un albero alle spalle.
Un sorriso sincero.
Chiuse la scatola.
Quella sera, si fece cullare dal suo pianto.