Cibo

scritto da RobyBasile
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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La mia autobiografia culinaria.
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Testo: Cibo
di RobyBasile

A quanto pare la prima volta che ho mangiato cibo solido da piccola ho iniziato un atto di ribellione, probabilmente l’unico che abbia mai fatto. Che poi, “solido” e ‘na parola dato che la pappetta dei bebè è più un plasma. Forse è per quello che si chiama Plasmon.
Comunque, la Robertina sdentata non ne voleva sapere di mangiare quella roba molliccia e mia madre, dall’alto della sua grande (inesistente) pazienza, avrà sicuramente iniziato a farsi le seghe mentali.
Fatto sta che dal secondo giorno ho iniziato a trangugiare baby pappetta come se non ci fosse un domani, il che potrebbe spiegare la quasi inesistenza del mio senso olfattivo tutt’ora, dato che il cibo per bambini sembra puzzare di morto. La cosa strana è che però i sapori li sento perché il mio naso sembra ricordarsi di esistere solo quando mi trovo davanti del cibo, come quei cellulari che si accendono solo quando captano la faccia del proprietario.
Probabilmente, ho deciso di convertirmi alla scoperta del cibo vedendo i piatti che mi sarebbero spettati di lì a qualche tempo, tipo le polpettine in brodo di mia nonna, le sue polpette al sugo e il polpettone di mia madre. A casa mia la carne macinata è un inquilino.
La Robertina deve aver pensato: “Ma tutta ‘sta gente che non vede l’ora di mangiare che problemi ha?”, ma dato che l’unica parola che sapevo dire era “pappa”, e mica per caso, e che non avrei così potuto esporre il mio dubbio sotto forma di una querela di “Perché?”, rivolgendo domande a tutti i presenti della sala e facendo un sondaggio istantaneo, come invece farei ora, ho deciso di trovarmi una risposta da me e di sperimentare.
E, bé, la pappetta non faceva così schifo. Anche perché, per quanto buono possa essere, dopo un anno e passa di solo latte uno si rompe anche un po’ i cabasisi. Come quelli che fanno la dieta del gelato sperando di dimagrire scofanandosi 3 chili di pistacchio al giorno e dopo una settimana si ritrovano a implorare la famiglia di fargli annusare una fettuccina a sugo.
Ora se si parla di cibo mi si illuminano gli occhi.
Vivo in una casa di tre piani in cui a ogni ora c’è sempre almeno una pentola sul fuoco. Soprattutto al piano terra, dove stiamo io e i miei, in cui la cucina è il regno di mia madre: lavorando da casa la sfrutta come ufficio e la valvola di sfogo più vicina per lei sono i fornelli. Non andando in ditta o in fabbrica non ha orari, lavora da quando si alza a quando si lava i denti prima di andare a dormire; io, appena torno a casa da scuola, vado dritta in camera a studiare fino a sera; mio padre va in azienda e torna verso le otto. Quindi l’unico momento di incontro, di svago, di comunanza, lo troviamo a tavola.
Poi, da buona famiglia per metà meridionale e per metà “terrona del Nord” (ovvero veneta), ogni incontro non si può che tenere a pranzo o a cena. E quando mancano argomenti di conversazione, ci si tappa la bocca col dolce di turno o sonnecchiando sul divano, pieni come uova sode.
Sì, perché uno dei ricordi più belli che ho è probabilmente la sensazione di calma dopo un pranzo in famiglia, tipo quelli di Natale o per un compleanno, dopo il quale vorresti solo appoggiare la testa sul tavolo e dormire lì, mentre papà discute con tuo cugino della sua nuova sigaretta elettronica oppure mamma inizia con la zia una discussione su un argomento qualsiasi su cui sono sempre, ovviamente, in disaccordo.
Un po’ come quelle domeniche mattina in cui ti svegli tardi, c’è il sole e ti strascichi in cucina a fare colazione con tutta la calma del mondo. Papà che sta cercando qualcosa da aggiustare in casa oppure è a trovare la nonna, mamma che gira per le stanze per fare qualcosa di sconosciuto perché, insomma, non si può pretendere che alle dieci e mezza di domenica mattina ci si ricordi che bisogna fare il cambio armadi, o che a pranzo abbiamo gente, o che nel pomeriggio si deve andare da qualche parte. Ti prendi il tuo tempo infinito davanti alla tazza coi cagnolini che ti hanno dato quando avevi un anno, piena di latte e caffè solubile, i tuoi soliti quattro biscotti la cui scatola sembra il discorso di Miss Universo (“La nostra ricetta segreta fatta di amore, rispetto per l’ambiente, grano macinato senza che avvertisse dolore, mungitura delle mucche nel rispetto del movimento #freethenipple e pace nel mondo”) e per un attimo non pensi che domani hai tre verifiche e dovrai sorbirti la voce melensa della prof di fisica.
Senti solo l’odore del latte.
E del coniglio alla cacciatora che cuoce sui fornelli.
Cibo testo di RobyBasile
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