Tanto pe' cantà

scritto da Deaexmachina
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Deaexmachina
Autore del testo Deaexmachina
Immagine di Deaexmachina
Personalissimo omaggio a ...
- Nota dell'autore Deaexmachina

Testo: Tanto pe' cantà
di Deaexmachina

Incespicava. Doveva essere in là con gli anni.
Mezzo matto o totalmente incapace d'intendere le direttive.
Tito aveva finito il suo turno e pedalava con calma, forte dell'autocertificazione che attestava che era in giro per motivi di lavoro, dal punto A al punto B: poteva evitare di sforzare ulteriormente le gambe e lasciare i pedali in folle, godendosi persino i semafori rossi, pur di gioire ancora un po' dell'aria prima di rincasare.
Erano gli attimi che concedeva alla vena artistica, partorendo strofe di papabili canzoni, semmai qualcuno avesse dimostrato interesse ad ascoltarle...
Poi, a casa, avrebbe annerito un po' di note sul pentagramma, annotato le frasi e chiuso il capitolo "sogni nel cassetto": gli esami premevano per raggiungere l'obbiettivo laurea entro la fine della pandemia, una data vaga come vago era stato il suo impegno nello studio fino ad allora.
I genitori avevano chiuso i rubinetti da un pezzo e si era dovuto adattare per tirare a campare; esercitare la magra professione di runner, in quel surreale periodo storico, gli era parso il modo migliore per sbarcare il lunario, con l'aggiunta di un po' di sport, tempo mentalmente libero e libertà mentale dal coprifuoco (marginalmente).
Quell'anziano era fuori tempo e fuori fuoco. Lo distraeva.
Camminava quasi velocemente, come se dolesse la schiena, con le spalle incurvate che, ogni tanto, raddrizzava, uno Charlot coi piedi dritti ma impacciati, come se avesse ciocie di un paio di numeri più grandi.
Aveva una destinazione, probabilmente, e aveva approfittato del buio, forse, per porre in atto il suo piano malgrado la zona rossa imposta.
Meglio trarre quel povero nonnetto in salvo, almeno togliendolo dalla visuale aperta del viale, dove militi integerrimi avrebbero potuto scoprirlo: alla sua età, non l'avrebbero bevuta che era in giro per motivi di lavoro.
Tutto sommato, a Tito faceva già simpatia per la sua ribellione senile.
- Si sente bene? -; l'aveva raggiunto e affiancato.
- Me si fatto pijà 'n colpo! -, con un gesto plateale di una mano sul cuore.
L'accento interrogativo (classificabile come burino) lo rendeva ancor più simpatico, per non parlare delle pose mimiche del corpo... Un personaggio.
La camicia chiusa fino all'ultimo bottone, rigoroso, e una giacchetta di lana, artigianale, di quelle in cui il giromanica calava ben oltre la linea retta delle spalle; i capelli ingrigiti, arruffati, corti, e quel baffone simil curato, occhiali severi su uno sguardo acuto: non era (del tutto) rincojonito.
- L'ha sentito che c'è il coprifuoco, sì? -, con un'intonazione amichevole.
- Fusse ca fusse che so' tornati li 'mericani? Ma che è? --
- Perché sta in giro? -; era innegabilmente divertito.
- Ma che ne so. Me so' sentito come un friccico ner core ed ecchime qua. Richiamato dalle voci de Roma mia (e pure de fora)... Accompagname va. Ce stamo solo noi, ma sicuramente in piazzetta... -, riprendendo la marcia, con le mani giunte sulla schiena, per tenere il decoro dell'equilibrio.
- Ma non ci sta nisciuno in piazzetta -: aveva intuito parlasse di piazza Trilussa, luogo d'incontro della gioventù trasteverina.
- E checcefrega! Ce stamo noi. Intonamo 'na canzone, così... tanto pe' cantà! -.
Non gli si poteva dire di no e, bici al passo, Tito si era fatto convincere senza molti sforzi; alle brutte, avrebbe sempre potuto imbastire una frottola, tipo che suo nonno era mezzo matto e voleva prendere una boccata d'aria.
- A gargarozzo m'a voglio pijà l'aria: e quanno m'arricapita! -, tradendo una telepatia inspiegabile.
Era spontaneo parlare con quell'uomo: aveva la faccia pulita della semplicità, l'espressione gioviale del compagno di bevute, un sotteso di malinconia che instillava empatia e tenerezza.
Non c'era stata macchia d'impertinenza nelle sue domande e Tito aveva sentito la lingua sciolta nel ripercorrere la sua vita, debole di colpi di scena, zeppa di mattate coerenti con l'età, pullulante di manie di artista con l'arroganza e l'irruenza della poesia e della musica, le sue.
- Lo so, magari non arriverò da nessuna parte, ma mi piace crederci. Sarà che il tempo sembra essersi fermato e ci sono solo due direzioni: sognare o deprimersi. Io pedalo e non ce penzo -, aveva concluso.
- "Penso": esse e non zeta. Un po' di dizione non ti farebbe male. Giusto un po', senza perdere le radici, paesà -, con una strizzatina d'occhio.
Con pazienza, gli aveva spiegato l'importanza di essere se stessi e di non scendere mai a patti con la crudezza della realtà, perché l'artista non è chi ha successo ma chi non si arrende nella manifestazione del proprio talento, per sé e per la fantasia, cui immolarsi con spirito infantile.
Non sapeva di paternale noiosa e superiore.
Aveva il gusto felpato di una caldarrosta a primavera.
- Ma che sta' a dì? Ah, gli artisti! -, aveva riso.
Ovviamente, la piazza era un mortorio, nuda, spettro di vecchie ammucchiate di giovani liberi. Il vecchio aveva vagato con lo sguardo su ogni scorcio di palazzi e sanpietrini, donandogli ricordi di una Roma guascona, una città aperta al rinnovo, volta al futuro sulle macerie dei bombardamenti.
- Basta 'a salute e un par de scarpe nove e 'poi girà tutto er monno -.
- 'Na vorta! -, gli era scappato.
- Sempre! La salute prima di tutto, t'o dico io. E se poi c'hai li calli e zoppichi e te vanno strette, te fermi n'attimo, respiri, fai 'n sorriso e riparti. E mò cantamo, che no' so' mica quanto pozzo restà -, schiarendosi la voce.
- Io scrivo canzoni ma non sono intonato. L'ascolto -, seduto compìto.
- E mica demo fa' 'na serenata! Questa la conoscono tutti e vedrai se non s'affacciano ai balconi per fa' er coro -.
Istrione atempore, teneva il palco del piccolo foro come un Rugantino nel ponentino, romantico seduttore dell'anima della Roma più vera.
Tito, per anni, avrebbe raccontato di quella folle notte, in piena pandemia, quando i balconi si erano accesi di fiammelle devote e voci accorate in un unico coro, tanto pe' cantà.
La memoria dei giovani è spugna sensibile.
Quando Geppetto vien fuori dal ventre della balena, per quel richiamo d'incontestabile amore della gente, quella gente semplice col friccico ner core, siamo tutti Pinocchio in carne ed ossa.
Preso com'era dall'atmosfera, Tito non si era accorto di essere rimasto solo con la sua bicicletta. Ma, alla fine del sogno, l'aveva capito chi era.
- Buon compleanno, Nino -.
Tanto pe' cantà testo di Deaexmachina
32

Suggeriti da Deaexmachina


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Deaexmachina