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Ereso, o figlia di Lesbo, che in acque
chiare ti specchi e sacrate, e donde
virgo e pandèmia la sì Bella nacque,
le brune sponde
tue percorro, laddove si giacque
giunto dall’Ebro smembrato il cantore,
che mentre il Padre commosse non tacque
il suo dolore¹.
Passo per passo, premendo la pietra,
piano assaporo la limpida bruma
del primo albore, e col piè come arretra
fredda la spuma;
Zefiro blando non spira per l’etra,
ma per le plaghe e i convalli diffusa
dolce ed elata di Saffo la cetra,
decima Musa.
L’aspra Lachesi il mio stame ha sfiorito;
orfano ormai di cittade e di affetto²,
cogli me, Madre, ché il fuso è sfinito,
cingimi al petto…
O lesbia terra, o mar di Nereo!
Cedo e m’acquieto al di sotto di fronde:
Atropo tronca, e attendono Alceo
l’ebane onde³.
¹La testa mozzata di Orfeo continuò a cantare finché Giove, commosso, non pose la sua lira nel cielo, formando una costellazione.
²L'io-lirico, il poeta Alceo di Mitilene, visse svariati esilii e tradimenti.
³I fiumi infernali.