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L'inverno non voleva morire. Del resto nessuno vuole morire, forse neppure i suicidi che, magari all'ultimo momento, quando sentono che la morte arriva davvero e non è più solo un'aspirazione, forse si pentono della loro decisione e si disperano all'idea di non poter più tornare indietro. Dunque perché dovrebbe voler morire l'inverno? Sicuramente c'è anche dell'orgoglio nella sua resistenza, in quei colpi di coda che dà quando la primavera sta per arrivare e lui, testardamente, non vuole cedere il passo e continua a dare graffi con le unghie gelide ai primi timidi giorni di primavera. Del resto, gli è stato dato un compito duro, portare freddo e mani intirizzite, e brutti raffreddori e giornate corte che finiscono nel buio prima che ci si accorga.
La primavera scioglie i ranghi e spinge tutti fuori, a godere delle giornate rinnovate nella luce come i fiori che esplodono intorno. Ci si allontana per ritrovarsi.
Era primavera, e Lisa respirava più forte, o almeno così le sembrava. Le narici si allargavano quasi senza volerlo, inspirazione profonda che dava un senso di ebbrezza, con il vento e l'aria nuova pareva che si rinnovassero anche i polmoni e la vita stessa fosse più vita.
Gironzolava intorno al greto del fiume, le piaceva cogliere quei fiori modesti, senza pretese, che si dondolavano dolcemente all'aria quasi volessero essere notati. Quanto alla morte che li aspettava quando una mano li strappava dalla terra, pareva che non gliene importasse molto, purché ci fosse chi si accorgeva di loro. Una fine gloriosa a conclusione di un'esistenza anonima da fiore di campo.
Lisa ne coglieva tanti, fino a farne un mazzolino, poi le venivano i sensi di colpa per averli strappati alla vita, ma si consolava pensando che altri ne sarebbero nati e avrebbero preso il loro posto. Il greto del fiume era pieno di quelle testoline gialle, come tanti piccoli soli piantati sulla terra.
Lisa aveva mille pensieri per la testa mentre vagava con aria assorta facendosi largo tra i fiori, rifletteva sulla sua vita. Non era proprio un bilancio, era una specie di " E adesso?" per dire che la sua esistenza era stata aspra e dura fino a quel momento e ora si trovava a un bivio. O almeno così le sembrava. E adesso? Si poteva ancora salvare la sua vita, o poteva essere devastata per sempre. Non era facile, fra i fiori di campo, pensare al passato, a com'era stato, al presente pieno di trappole e dolore e a un futuro per niente semplice da immaginare. Non era tipo da fare piani, del resto come avrebbe potuto, visto che non riusciva neppure a immaginarlo, questo futuro? La sua esistenza, per come la vedeva, era un cumulo di macerie e ricostruire un'impresa che era come un macigno da sollevare da sola, a mai nude.
Doveva scegliere fra il suo orgoglio ferito, la sua dignità e il suo matrimonio con un uomo che la tradiva da sempre. Doveva scegliere fra l'incertezza di un lavoro che le piaceva e un'impiego che le avrebbe dato certezze mai avute ma che non le piaceva affatto. Doveva scegliere fra restare in quella sua casa d'infanzia piena di emozioni e un qualche anonimo appartamento in città per rendere felice un marito che non si era mai occupato della sua felicità.
Doveva scegliere.
Fra i pensieri si annidava una rabbia leggera, impalpabile come i petali di quei fiori gialli.
Ne aveva colti abbastanza da riempire quel suo vaso grigio sul davanzale della finestra che dava sul retro della casa, poteva essere soddisfatta almeno di questo.
Se era stata una bambina triste che si sentiva poco amata dalla famiglia, se la sua vita era stata tutta in salita, se suo marito non l'amava perché era troppo occupato ad amare se stesso, almeno poteva essere felice per quel mazzolino che sapeva di sole.
Guardò il cielo sopra di lei: il sole stava pigramente tramontando.
Respirò profondamente, si era fatto tardi, giusto l'ora di dare un ultimo sguardo al fiume e andare a casa, a preparare la cena.