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IL PRODIGIO DI UNA TECNICA MAGISTRALE
SECONDA PARTE
L’IMPORTANZA DELLA TOPOGRAFIA – L'IMPIANTO IDROELETTRICO DI VAL NOANA
Devo ammettere che fin dall’inizio del mio nuovo lavoro capii che il periodo dopoguerra, un tempo tanto temuto perché eravamo privi di tutto, era invece foriero di una ripresa di tutti settori, il più interessante dei quali era senz’altro quello della costruzione di grandi impianti idroelettrici dove io ebbi la fortuna di poter entrare per svolgere quel lavoro che, sulla base di quanto imparato alla scuola geometri, rappresentava il non plus ultra di interesse, di curiosità, di soddisfazione per i risultati raggiungibili. A me è il solo pensare ad opere così favolose, nessuna delle quali poteva essere costruita se per prima cosa non fossimo noi, dello studio Aureli di Feltre, a tracciarne tutti i punti che la definivano nello spazio, ebbene il pensare a questo mi riempiva di una gioia immensa.
Entrato immediatamente a far parte attiva dello studio di Feltre, potei rendermi pienamente conto che alla base della progettazione risultava necessario il rilievo di tutte le zone di lavoro e soprattutto la creazione di dettagliata rete topografica estesa a tutto il territorio dell’impianto idroelettrico di Val Noana che, nel caso specifico, partiva da S. Martino di Castrozza nel trentino per finire a Cismon del Grappa in provincia di Vicenza e che aveva la determinante importanza di realizzare i capisaldi di riferimento dai quali poter dopo dettagliare i mille punti caratteristici di tutte le opere comprensive di decine di chilometri di gallerie e di due dighe ad arco cupola ed infine della centrale elettrica. Si trattava di strutture molto complesse, difficili dal punto di vista topografico e quindi per me di grande soddisfazione. Nel primo tempo passato in ufficio io presi padronanza della descrizione dei lavori da fare in pratica, tanto che ebbi subito l’incarico di eseguire i rilievi ed il tracciato della strada che dalla diga di Rocca d’Arsiè arrivava o al piccolo abitato del Corlo in provincia di Belluno. Mi trasferii in cantiere dove, non solo impiegai tutta la mia passione per ciò che riguardava la strada citata e soprattutto del tracciato di tutti i raccordi circolari delle molte curve che la componevano ma al tempo stesso seguii attentamente il geometra che aveva l’importantissimo incarico di tracciare la diga ad arco cupola del Corlo riuscendo ad imparare bene tutte le accortezze di rito. Da rilevare che a soli 21 anni mi trovai responsabile di un lavoro che superava le mie capacità e questo fatto mi dava molta preoccupazione ma ciononostante riuscii a cavarmela bene tanto è vero che , finita la strada del Corlo, io rimasi a Rocca d’Arsiè per eseguire in collaborazione con i colleghi dell’ufficio direzione lavori, la contabilità finale del cantiere di Rocca d’Arsiè.
La cosa si dimostrò importante quando ricevetti dal titolare dello studio l’incarico di tracciare personalmente la diga di Stramentizzo sita a Molina di Fiemme (TN) per la sua metà superiore essendo quella inferiore già costruita.
Devo ammettere che, trovarmi a 23 anni ad essere responsabile della posa ogni mattina del tracciamento dei punti in base con i quali i carpentieri mettevano in opera le casseforme in modo che ogni giorno la diga potesse aumentare in altezza di due metri fu per me di una soddisfazione incredibile. E’ da rilevare come io, ogni giornata, terminata la posa dei punti in diga, dovevo effettuare i calcoli relativi agli elementi necessari per il giorno dopo tenendo presente che allora ci venivano consegnate solo le equazioni matematiche che definivano nello spazio e quindi sia in planimetria che in altimetria tutti i dati caratteristici della diga. Partendo dalle equazioni, io dovevo, nel sistema topografico locale in coordinate cartesiane, determinare il valore dei vari elementi come i raggi di curvatura, le coordinate dei centri da cui partivano i raggi, gli angoli di apertura di tutta la diga e dei punti da tracciare ecc. ecc. . Si trattava di migliaia di punti che servivano a definire tutta la diga nello spazio man mano che venivano tracciati sul posto tramite gli strumenti topografici posti in stazione sui pilastrini, di cui parlerò più avanti, per la loro definizione piano altimetrica esatta ed inoltre, tramite detti elementi di tracciamento anch’essi da calcolare ogni giorno. Importante rilevare come allora non esistessero calcolatrici di sorta ed anche le singole operazioni elementari di moltiplicazione, divisione, ecc. dovevano farsi a mano oppure, per i numeri a molte cifre, con i logaritmi che sono quel sistema che trasforma le moltiplicazioni in somme e le divisioni in sottrazioni. Quello che è certo che il lavoro più importante e più difficile era proprio quello dei calcoli preparativi.
Il tracciato della diga rappresentò per me una grande soddisfazione per l’impegno che vi misi.
Un evento affascinante fu quello relativo al ponte stradale che correva nella parte superiore della diga. Si trattava di un ponte che correva su tutta la sommità del grande manufatto e, come era tutta la diga, non rettilineo ma curvo. Quando si avvicinò la necessità di pensare al tracciato di quel ponte, io proposi al capo carpenteria di evitare di costruire le casseforme in legno lassù in alto sulla diga perché io sarei passato direttamente in falegnameria a dare tutti gli elementi geometrici per poter costruire la cassaforma direttamente lì salvo trasportarla poi sulle pile già costruite. Così fu fatto e quando, giorni appresso, io assistetti all’arrivo con la gru delle casseforme in curva del ponte, nel vederle appoggiare sulle pile con grande precisione fui veramente felice.
A questo punto devo raccontare anche la vicenda di un mio errore nella determinazione di uno solo tra i moltissimi punti della diga. La cosa mi dispiacque moltissimo perché dovetti constatare che il mio errore aveva provocato una piccola spanciatura in fuori del paramento di monte della cupola in cemento armato cui si è rimediato il giorno dopo con il tracciato esatto dei punti posti due metri più in alto. Oltretutto il mio errore, essendo la diga simmetrica rispetto all’asse, si ripeteva anche nell’altro lato simmetrico della diga stessa.
Mi tocca però aggiungere che quel piccolo errore, molti anni dopo costituì per me un vero piacere perché mi diede modo di di far vedere a parenti ed amici con i quali ero andato a visitare, con commozione, quella diga che avevo tracciato io molti anni prima da ragazzo. Infatti come arrivavo sul ponte della diga facevo sporgere gli amici ed osservare il difetto portandoli subito dopo all’altro lato della diga spiegando che essa era simmetrica ma che comunque quella era la prova che quella diga la avevo tracciata effettivamente io perché nessun’altra persona al mondo poteva essere al corrente di quel piccolissimo difetto, soprattutto a distanza di molti anni dalla data di costruzione.
Finita la diga di Stramentizzo accadde che la Società Selt Valdarno di Firenze mi interpellò per offrirmi di lavorare quale loro dipendente. Si trattava della costruzione dell’impianto idroelettrico di Gargnano in provincia di Brescia comprendente il lago di Valvestino.
Allora mi dedicai ad un lavoro diverso che era non più la esecuzione di tracciati esecutivi ma invece del controllo dei tracciati medesimi fatti dall’impresa costruttrice. Nel frattempo le cose erano molto cambiate in quanto erano arrivati i primi computer con i quali era molto più facile eseguire, direttamente ad opera del progettista stesso, i calcoli che prima eseguivamo in cantiere ed a mano. Io allora ero diventato responsabile del controllo topografico del tracciamento di tutto l’impianto idroelettrico e lo dovevo fare in maniera del tutto diversa. Infatti la mia prima cura era quella di verificare nella sostanza di base i tracciati esecutivi man mano che aveva luogo la loro definizione che poi culminava nella stampa delle migliaia di numeri da consegnare all’impresa e necessari per la costruzione delle opere. Nello svolgimento di tale incarico io non mi preoccupavo principalmente delle modalità seguite dall’impresa nel tracciato esecutivo ed invece mi preoccupava la mia società nella formulazione e nella stampa di montagne di numeri poiché in quel tempo si fornivano alle imprese non le equazioni come già descritto ma addirittura i dati numerici pronti da usare per il tracciato. Devo dire che la mia preoccupazione principale non era soltanto quella di verificare i punti durante il tracciamento ma soprattutto doveva prevenire eventuali errori fatti perché l’abitudine di veder uscire dal computer migliaia di numeri considerati tutti esatti richiedeva l’importantissima azione di verifica pratica grossolana nella esecuzione effettiva in posto. Ed era questa la mia preoccupazione che io eliminavo eseguendo dei campioni di tracciamento sul posto di qualche punto importante verificandone preventivamente il rispetto dell’esecuzione del lavoro e la sua congruenza con il progetto esecutivo, ubicando sul terreno alcuni punti importanti. In questo senso accadde che io scoprissi un errore di calcolo di una intera serie di punti diga e quindi tutte le pagine già stampate dovettero essere ricorrette e ristampate ma però venne confermata l’importanza del mio lavoro eseguita, come detto, non tanto in qualche sporadico controllo di tracciamento effettivo dei punti ma piuttosto nella verifica preventiva della assenza di errori grossolani nella esecuzione di operazioni abitudinarie in gran parte attuata al computer.
Nel primo anno di mia permanenza in quella zona mi occupai anche della esecuzione di piccoli rilievi del terreno necessari per la progettazione di opere secondarie come l’imbocco e sbocco delle gallerie oppure la casa del guardiano.
LA DETERMINAZIONE TOPOGRAFICA DEI PILASTRINI DI TRACCIAMENTO DELLA DIGA DI VALVESTINO
Molto importante fu la determinazione delle posizioni reali e topografiche, sulle pareti verticali in roccia, dei punti di riferimento necessari per il successivo tracciamento della diga. Allo scopo, scelte le opportune posizioni e fatti costruire dei pilastri di posizionamento degli strumenti topografici, eseguii una piccola rete di triangolazione per la determinazione rigorosissima delle coordinate dei pilastrini dai quali poter successivamente tracciare i punti di costituzione della diga. Ho scritto rigorosissima in quanto ero a perfetta conoscenza dell’importanza di quel lavoro e quindi e dei numerosi controlli atti a darmi la piena sicurezza della loro effettiva precisione. In questo senso mi sento in obbligo di raccontare come mi sia ritenuto offeso nella mia dignità in quanto la mia direzione di Firenze mi avvertì che sarebbe venuto in un professore dell’università di Pisa a controllare quegli importanti pilastrini. Quando il professore di topografia arrivò io ebbi l’incarico di accompagnarlo per tutta l’esecuzione del controllo. Egli era munito di un modernissimo strumento Wild con possibilità di misura diretta delle distanze tramite una stadia orizzontale da piazzare su apposito treppiede. Per il suo controllo il professore eseguì una sua piccola triangolazione vista la comodità di poter misurare direttamente le distanze, cosa che noi non potevamo affatto fare. Accadde però un problema determinante. Era d’inverno ed in cantiere faceva molto freddo. Io mi accorsi che spesso il professore sistemava il treppiede del suo nuovissimo strumento su ghiaccio vivo senza sapere una cosa elementare e cioè che il ferro di punta del treppiede scioglieva il ghiaccio ed infatti egli continuava a mettere in bolla lo strumento senza mai riuscire a farlo stare fermo. Io sapevo benissimo che tutto ciò impediva la precisione del suo lavoro, vanificando totalmente il controllo stesso ma io stetti in silenzio poiché, ovviamente, un controllato non può intervenire nel compito del controllore.
A lavoro finito quando il professore mi salutò io gli chiesi di poter fargli alcune mie precisazioni e, consegnandogli il mio elenco di coordinate di tutti i pilastrini, gli dissi: Professore io sarò il responsabile del tracciamento della diga che sarà fatto basandosi su quei pilastri che lei ha controllato. Si ricordi che io li avevo già rilevati molto accuratamente e queste sono le coordinate esatte dei punti di ogni pilastrino. Io sono sicuro che i suoi risultati non coincideranno affatto con questi ma si ricordi che qualora lei facesse modificare queste coordinate che io le ho dato, io darei le dimissioni da responsabile del tracciato della diga e lei stesso allora dovrebbe prendersi personalmente quella responsabilità a seguito dei suoi nuovi dati diversi dai miei. Allora il professore capì esattamente cosa era successo, si ricordò dello strumento che non era in bolla e si sentì ben convinto che il suo lavoro era sbagliato e mi rispose : stia tranquillo i miei risultati non faranno che confermare i suoi. Infatti mi arrivò una comunicazione della direzione che mi trasmise che le verifiche effettuate dal professore avevano perfettamente confermato i miei dati i quali pertanto potevano essere utilizzati per tracciare la diga, il che ovviamente ebbe seguito con risultati ottimali.
Io aggiungo un commento : ma questi professoroni non hanno mai capito che la teoria da sola è cioè senza nessuna pratica serve solo a pontificare stando seduti in cattedra?
IL MATRIMONIO E LA SUCCESSIVA NECESSITÀ DI CAMBIARE LAVORO
Nel 1960 io mi sposai e mia moglie fin dal primo giorno di convivenza venne a vivere in cantiere di alta montagna dove non c’era nulla al di fuori del cantiere stesso con tutti i suoi macchinari ed inoltre le numerose baracche in legno dove dormivano gli operai e dove erano i nostri uffici di direzione lavori. A me venne predisposta una baracca ammobiliata dove andai ad abitare stabilmente con moglie. Lei non aveva potuto visitare prima il posto per il mancato permesso di suo padre quando aveva saputo da mé che il viaggio in andata e ritorno imponeva di stare fuori casa una notte.
Eravamo in comune di Gargnano (Bs) ma in alta montagna in un luogo che aveva le buone caratteristiche per costruirvi lo sbarramento tramite una alta diga ad arco cupola atta ad accumulare un grande volume di acqua che avrebbe formato il lago di Valvestino avente una duplice alimentazione poiché l’acqua del nuovo lago aveva una funzione diversa dal giorno alla notte. Infatti se durante le ore diurne essa, tramite adeguate gallerie e condotte forzate, veniva fatta precipitare sulla centrale elettrica sita al bordo del lago di Garda in Località Gargnano per produrvi energia elettrica, di notte l’impianto utilizzava l’energia elettrica in esubero per rimandare, tramite pompaggio, l’acqua del lago di Garda nel lago di partenza a Valvestino. Si trattava e si tratta tuttora di un impianto idroelettrico di tipo reversibile cioè in grado sia di produrre energia sia di utilizzare energia elettrica di esubero rispetto ai consumi, per costituire la riserva dell’energia prodotta quando non serve come accade per i pannelli solari nelle ore notturne. Da specificare che anche le macchine erano reversibili ed infatti le turbine potevano fungere da pompe quando dovevano sollevare l’acqua del lago di Garda per mandarla in alto nell’altro lago mentre gli alternatori fungevano da motori .
Devo dire che mia moglie si trovava molto bene in quella situazione di vita perché eravamo insieme ed io avevo modo di mandarla con l’autista della jeep della società a Gargnano a far provvista del necessario. Oltretutto lei, utilizzando le molte pietre che arrivavano vicino a casa durante lo scoppio delle mine di cantiere, si era costruita, lungo la scarpata del terreno montagnoso attorno a casa, dei muretti a secco con delle aiuole dove aveva piantato fiori in modo che io, stando in diga dove lavoravo, potevo ammirare la nostra casetta circondata da fiori molto colorati.
Questa nostra allegra vita familiare continuò per circa un anno percorso il quale lei si trovò incinta e questo comportava per me un grande cambiamento di lavoro non essendo più possibile che io continuassi a soggiornare assieme a lei in cantieri di montagna poiché questo era la mia destinazione nei successivi anni.
Allora la società civile , reduce da una guerra spaventosa, aveva iniziato la ricostruzione con uno sviluppo tumultuoso che riguardava molti settori, da quelli edilizi, alle strutture pubbliche ed in genere che mancavano totalmente per finire, con un vivo progresso tecnologico. In sostanza rifiorivano mille attività e non c’era nessun problema per un tecnico come me ormai esperto a trovare lavoro. Tra tutte le possibilità che mi si presentarono scelsi quella di una grande società francese che progettava, costruiva e gestiva acquedotti in varie parti del mondo ivi compresa l’Italia, avendo un ufficio staccato da Parigi e posto a Venezia. Fatto un breve esame venni assunto a Venezia per far parte di una compagine di circa una cinquantina di dipendenti che svolgevano il doppio lavoro di progettare e di gestire diversi acquedotti sparsi in Italia.
UNA NUOVA TIPOLOGIA DEL LAVORO DA SVOLGERE
Risultava evidente che, nel nuovo posto di lavoro, avrei svolto un’attività completamente diversa da quella da me seguita fino a quel tempo e della quale avevo acquisito una ottima competenza. Io però avevo fissa in mente una convinzione che mi induceva a sperare per il meglio ed era quella di essere sicuro che in qualunque tipo di organizzazione io andassi a finire avrei sempre trovato un settore di quella tecnica che mi soddisfaceva in toto. Infatti anche nella nuova situazione ebbi immediatamente modo di capire che vi esisteva una tipologia di impegno lavorativo che mi sarebbe sicuramente piaciuta nel mio nuovo posto di lavoro. Questa affermazione era la conseguenza di un dovere che io mi ero prefissato fin da giovanissimo e che era quello di cercare continuamente fino a scoprire, in ogni caso ed in qualunque posto, un lavoro adatto alle mie capacità e soprattutto alla mia passione che erano quelle esclusivamente tecniche.
Ebbi la fortuna di dipendere direttamente da un ingegnere che capì così bene queste mie caratteristiche da mettermi fin dall’inizio di far parte della progettazione. All’inizio di questa mia nuova attività le prime parole che egli mi disse mi piacquero molto perché contribuirono a rafforzare le convinzioni che io ritenevo fondamentali. Egli infatti mi comunicò testualmente: si ricordi che qui noi dobbiamo fare sempre opere ben fatte.
Egli da quel giorno mi preparava degli appunti scritti di suo pugno con cui mi spiegava la progettazione degli acquedotti e delle fognature. Devo ammettere che questi nuovi settori mi interessarono subito e mi spinsero a buttarmi dentro a corpo morto tralasciando completamente il servizio di ordinario esercizio degli acquedotti.
Io, in particolare, rinunciai all’impegno di manutenzione notturna che consisteva soltanto nel restare disponibile, a turno ed a casa, la notte per intervenire in caso di disservizi improvvisi. Era questo un servizio che richiedeva pochissimo lavoro ma un compenso mensile consistente perché avrei avuto la responsabilità notturna del rifornimento idro potabile della città di Venezia insulare che rappresentava il nostro impegno con la piena responsabilità sia che si verificassero delle riparazioni da fare anche di notte sia che non accadesse nulla di male. Io però vi rinunciai ben volentieri perché non c’era nulla da imparare. In compenso partecipai alla progettazione e costruzione di importanti acquedotti dei quali, assieme all’ingegnere direttore, studiammo nuove soluzioni soprattutto grazie all’arrivo di nuove apparecchiature e soprattutto dell’informatica che impiegammo subito in importanti gestioni dei servizi. Alcune soluzioni messe in pratica in assoluta novità, oltre a costituire un vero progresso della tecnica contribuendo alla loro applicazione in molti altri sistemi acquedottistici e di fognature posti al di fuori della competenza della mia ditta, diedero la prova di risultati sorprendenti sia per la semplificazione delle opere da costruire e da gestire e soprattutto per la diminuzione delle spese di esercizio cui corrispondeva un beneficio economico di gestione anche a vantaggio della società cui io dipendevo con il lavoro.
GLI ARGOMENTI DI IDRAULICA DA INTRODURRE NEL RACCONTO
Nel mio racconto io cercherò di limitarmi ai soli aspetti che possono interessare e quindi a scrivere degli episodi piacevoli e leggeri allo stesso tempo.
Una cosa che appare evidente quando si inizia a studiare il problema del servizio idropotabile è la scarsità idrica che porrà sempre di più problemi nel trovare delle fonti in grado di far fronte al continuo aumento del fabbisogno.
La risoluzione, nel mio caso di ingresso in quel nuovo settore, mi ha portato alla ricerca di nuovi metodi di produzione ed inoltre all’economia ed al risparmio di quel bene supremo che è l’acqua potabile, cercando sempre il suo minor costo, la praticità di raccolta, di utilizzazione e soprattutto la salvaguardia dell’ambiente. Infatti la soluzione che intendo descrivere in anteprima rispetto alla immensa mole di nozioni relative alla materia, alla fine si rivela semplice e poco costosa contribuendo alla risoluzione reale del problema ed interessando sicuramente i lettori.
Sono note alcune caratteristiche delle fonti di acqua potabile, ma sussiste una norma molto importante ma poco nota e poco rispettata. Tale regola stabilirebbe che il miglior modo di produrre acqua potabile sarebbe quella di evitare al massimo possibile l’escursione delle quantità di acqua prelevate dalla natura, insistendo invece sulle innovazioni che garantiscano una portata d’acqua potabile uniforme per tempi il più lunghi possibili evitando al massimo possibile, sia nella produzione che nella effettiva gestione, le grandi escursioni aventi tempi brevi di durata : se variazione deve esserci, essa deve aver luogo solo riuscendo a mantenere tempi lunghi di effettiva uniformità di portata.
Alcuni esempi forniscono motivazioni convincenti.
Nel caso di prelievi dalla falda sotterranea mediante pozzi profondi, questi soffrono molto le elevate escursioni di portata che avvengono nelle ore diurne in quanto la messa in moto giornaliera delle pompe dei pozzi provoca dei rilevanti abbassamenti della falda la quale avviene proprio allorché essa è già bassa a causa dei molti usi diurni. Contemporaneamente l’eccezionale prelievo d’acqua provoca il movimento di sabbie e limi presenti nella falda artesiana che finiscono per ostruire i filtri dei pozzi. La buona regola di uscita dai pozzi stessi di una portata costante 24 ore su 24 garantirebbe che il movimento dei limi avesse luogo solo al momento iniziale escludendo danni per tutto il successivo tempo di prelievo costante ottenendo l’importante risultato di una maggior durata dei pozzi stessi.
Una volta definito che la miglior modalità resta quella di produrre portata costante d’acqua potabile per tempi il più lunghi possibile, restano da definire le modalità per poterlo effettivamente attuare !.
La maniera più semplice e più diffusa sarebbe quella della presenza di serbatoi costruiti proprio per effettuare la compensazione giornaliera delle portate in maniera facile mediante un sapiente accumulo degli esuberi notturni per poi potere, con essi, fronteggiare le punte di consumo delle successive ore diurne. Una volta determinata la capacità dei serbatoi giornalieri il problema non è affatto risolto in quanto, anche nella realtà, ciò che difetta resta il loro esercizio.
Il vero problema riguardante il funzionamento reale dei serbatoio giornaliero è quello causato da una errata teoria insegnata alle università nello studio degli acquedotti in quanto essa si limita a definire la soluzione , a fortiori, dei giorni di maggior consumo ritenendo che, risolto quel problema, siano risolti tutti i problemi.
In realtà la soluzione insegnata trova una vera attuazione solo nei giorni di massimo consumo nei quali gran parte degli acquedotti, che sono forniti sic et sempliciter di galleggianti che chiudono l’immissione in serbatoio quando esso è pieno per aprirla quando tenta a scendere, essi, in tal modo, effettuano regolarmente la compensazione delle portate a causa della limitazione della disponibilità idrica che obbliga i serbatoi a vuotarsi di giorno del volume accumulato la notte precedente. Sistemato il funzionamento del giorno critico, i teorici ritengono fermamente di essere a posto, a fortiori, nei giorni di minor consumo. Tutto questo non corrisponde affatto a verità ed infatti in quei giorni di basso e medio consumo, che in realtà si ripetono nella grande maggioranza dell’annata, la esuberante portata dell’acqua prodotta rispetto ai consumi, mantiene i serbatoi sempre pieni o quasi pieni per tutte le giornate di bassa richiesta, fornendo al gestore della acquedotto la falsa soddisfazione di avere un acquedotto perfetto mentre nella realtà, in molte delle giornate annue, viene annullata la funzione precipua dei serbatoi che é quella, importantissima, di compensazione delle portate essendo, come detto, i serbatoi sempre pieni. Il risultato è un prelievo dalle fonti che è soltanto giornaliero mentre la notte è limitato a pochissimi volumi. Ne deriva inevitabilmente un funzionamento che è il contrario di quello descritto che avrebbe dovuto tendere ad una produzione costante per tutte le 24 ore della giornata. Per ottenere questo risultato, si sarebbe dovuto alle ore zero cominciare a produrre una portata esattamente corrispondente alla portata media delle successive 24 ore, cosa assolutamente impossibile perché nessuno al mondo è in grado di conoscere il futuro delle prossime 24 ore. Chi scrive ha però trovato il modo di avvicinarsi molto alla portata media del giorno dopo adottando una modalità di regolazione dei serbatoi giornalieri da considerarsi veramente straordinaria per i risultati avuti e verificati da esempi reali sia nel funzionamento effettivo e sia dal punto di vista economico, ottenendo effettive conclusioni ottimali anche nella economia di gestione di acquedotti risultanti con meno spese di energia elettrica e maggiori introiti per l’aumento dei consumi dovuti all’aumento di pressione dell’acqua opportunamente praticata nei momenti di grande utilizzazione. Il sistema offre il grande vantaggio di realizzare una notevole economia di consumo di energia elettrica con la consegna notturna dell’acqua a bassa pressione .
L’ottimale risultato è stato ottenuto rovesciando il problema. Infatti la mia vera preoccupazione è stata quella di imporre, in maniera tassativa, al serbatoio di svuotarsi in ogni ed in tutti i giorni sia di alti che di bassi e medi consumi e quindi anche nei giorni di bassa richiesta degli utenti, in modo di garantire un funzionamento razionale in qualsiasi situazione di esercizio soprattutto evitando ciò che accade nella realtà di una grandissima parte degli acquedotti italiani. e di cui si è già data spiegazione.
Per ottenere tutto ciò in maniera ottimale, è stato sufficiente disegnare il grafico dei livelli che il serbatoio doveva assumere sistematicamente in tutte le giornate dell’anno, nessuna esclusa e quindi imporre al sistema di controllare il livello reale nel serbatoio in tutte le giornate dell’annata, ed intervenendo a riportarlo immediatamente e continuamente ai livelli teorici effettuando automaticamente la variazione della valvola di immissione nel serbatoio. Tutto questo doveva accadere senza preoccuparsi della portata prodotta ma soltanto dei livelli reali del serbatoio.
La cosa può edere facilmente risolta fissando un diagramma delle 24 ore giornaliere e relativo ai livelli da imporre al serbatoio dal quale risulti chiaramente che il serbatoio viene riempito, in tutte le giornate dell'annata sia estive che invernali, durante la notte in modo di avere il livello massimo alla mattina alle ore 7 per cominciare poi a svuotarsi con un andamento corrispondente ai migliori esempi di gestione reale e cioè immettono in rete molta acqua dalle ore 7 alle ore 12 considerate il tempo di massimo consumo dell’utenza . Nella medesima maniera viene fissato il livello di tutte le 24 ore della giornata ottenendo continuamente una corretta immissioni in serbatoio grazie ad una regolazione automatica e continua della valvola di immissione in serbatoio e tutto questo senza alcun controllo delle portate che risultano ogni giorno condizionate soltanto dal rispetto dei livelli del serbatoio. Verificando il grafico effettivo di funzionamento di acquedotti muniti di questo tipo di regolazione, a livelli del serbatoio imposti, si è potuto constatare come veniva rispettata, a grandi linee, una produzione quasi costante per tutte le 24 ore di ogni giornata dell'intera annata con una portata molto simile a quella media giornaliera di consumo e cioè simile a quella portata che abbiamo definito come impossibile da prevedere in anticipo. D’altra parte si deve considerare che la soluzione descritta non fa altro che immettere in rete in tutte le giornate il volume del serbatoio, volume che dalla progettazione era stato definito come quello di compensazione vero e proprio.
In conclusione, se tutti gli acquedotti adottassero la regolazione a livelli imposti, senza dover sostenere delle spese per esecuzione di opere ma soltanto effettuando una buona regolazione dei serbatoi imponendola nel programma di funzionamento del computer e quindi senza eseguire affatto costose opere, si otterrebbe una buona economia nel prelievo dalle fonti.
Inutile asserire che il sottoscritto ha cercato di diffondere l’adozione della procedura descritta non ottenendo risultati di sorta. Il modello di regolazione dei serbatoi di compensazione giornaliera che trionfa al giorno d’oggi è soltanto funzione della distrettualizzazione con la quale si ottiene la tanto importante riduzione delle percentuali di perdita senza però fare alcun controllo delle altre condizioni di funzionamento ed imponendo con tale maledetta distrettualizzazione, che si va diffondendo sempre di più, un coperchio tombale sopra gli acquedotti , pietra tombale che provoca la morte reale della gran parte degli acquedotti distrettualizzati ma rimasti troglodici.
UN ESEMPIO DI ACQUEDOTTO GENIALE – IL CONSORZIO BASSO TAGLIAMENTO
Il Consorzio Basso Tagliamento con sede a Fossalta di Portogruaro (VE) é sorto negli anni 70 per dare opportuna distribuzione di acqua potabile in un vasto territorio della provincia di Venezia che comprende numerosi paesi di terraferma e soprattutto il centro turistico di Bibione avete 2500 abitanti fissi che diventano 160 000 (centosessantamila) nel culmine estivo .
Dal punto di vista dell’approvvigionamento di acqua potabile iniziato effettivamente negli anni 70, il territorio consortile presenta delle grandi difficoltà per il problema dovuto alla grande diversità di tipologia dei centri urbani e poi in funzione dell’ubicazione delle fonti di acqua destinate al rifornimento. Infatti fin dall’inizio degli studi si era trovata una fonte atta a far fronte ai fabbisogni ma situata al di fuori del territorio consortile essendo posta in una frazione di San Vito al Tagliamento e ad una distanza di 45 chilometri da Bibione. In poche parole erano due i problemi principali da risolvere. Il primo consisteva nell’alimentare una decina di centri abitati aventi ciascuno un numero di abitanti fissi inferiore ai 5000, sparpagliati nell’ampio territorio nel mentre Bibione, il centro più importante, presentava, dal punto di vista idropotabile, due pressanti difficoltà che erano in primo luogo quello di trovarsi alla distanza di 45 chilometri dalle fonti ed inoltre avere una grandissima escursione nel numero di utenti variabile dai 2500 abitanti fissi che diventano 160000 turisti per un periodo breve esclusivamente estivo. Se a tutto questo si aggiunge un’altra difficoltà, costituita da disponibilità economiche prevedibili soltanto in finanziamenti parziali e distribuiti in un lungo periodo, si capiscono i grandi problemi da risolvere per arrivare ad un risultato valido. Potendo descrivere a posteriori la situazione definitiva ed effettiva dell’intero sistema idropotabile in argomento si può dichiarare che il progetto esecutivo è stato veramente geniale e come tale non si può evitare di farne qui almeno una sommaria descrizione che brillerà notevolmente per le molte curiosità che la riguardano.
La parte del grande acquedotto realizzata prima ancora di iniziare la progettazione generale dell’intero sistema idropotabile, rappresenta il concetto fondamentale dal quale è derivata tutta la successiva progettazione. In altri termini se l’acquedotto effettivamente realizzato è stato definito geniale lo si deve proprio all’aver ritenuto necessaria la verifica delle fonti anticipata anche nei riguardi della progettazione di tutto il resto.
Infatti si procedette in anteprima alla realizzazione di sette pozzi in località Savorgnano cioè a distanza di ben 45 chilometri da Bibione che rappresentava l’utenza più importante di tutto il sistema. In realtà la costruzione dei sette pozzi e soprattutto l’accurata rilevazione delle caratteristiche di falda fornirono subito degli elementi concreti nelle decisioni da prendere.
La falda artesiana si rivelò dotata di caratteristiche straordinarie per la quota naturale del suolo pari a 25 m sul livello del mare e soprattutto per il livello di falda che, con portata prelevata nulla, risaliva fino a 7 m sopra il suolo mentre la sua depressione per l’emolumento di una portata totale dei 7 pozzi necessaria per soddisfare la richiesta di 120 l/sec. risultò pari a solo ad un metro sotto il suolo. Nel caso di un prelievo di soli 30 l/sec la pressione si stabilizzava sui 6 metri sopra il suolo il che dava la possibilità, effettivamente poi messa in atto, di rifornire una parte iniziale del comprensorio consorziale direttamente a gravità e cioè senza bisogno di pompaggio poiché la tubazione di derivazione ovviamente dimensionata per la futura portata complessiva necessaria per alimentare tutto il territorio compreso il centro turistico di Bibione, doveva avere un diametro di 50 cm. Il risultato veramente strabiliante, appare nei primi tempi quando il suo limitato percorso copriva solo una piccola parte del territorio, poiché poté funzionare con perdite di carico piccolissime dovute al suo esuberante diametro che in quel caso si dimostrò molto utile.
Le particolarità descritte presentavano notevoli vantaggi anche nei riguardi delle singolari necessità di esercizio ad acquedotto finito. Si é già spiegato come l’utente più importante e cioè il centro turistico di Bibione, aveva una grande difficoltà di esercizio per due motivi determinanti. Prima di tutto si trattava di servire l’utenza più lontana dalle fonti di e per di più un’utenza avente una enorme escursione di portata d’acqua relativamente al periodo estivo in cui era elevatissima per la presenza di 160000 turisti e quella autunno – inverno – primavera una portata molto bassa essendo l’utenza di soli 2500 presenze. La risoluzione di questo problema derivò da un dispositivo che allora nessuno usava e che era quello di variare continuamente la pressione e la portata di esercizio in funzione del cambiamento della richiesta idropotabile. Questo problema ai nostri giorni è di facile risoluzione grazie alla disponibilità di pompe a velocità variabile da zero al massimo di giri al minuto ottenuta da un variatore della frequenza dell’energia elettrica chiamato inverter ed oggi anch’esso comunemente disponibile. Questi meccanismi non esistevano affatto negli anni 70 di progettazione e di costruzione reale ma la buona preparazione dei progettisti risolse il problema cambiando la tecnica abituale. Fu eccezionalmente prevista la costruzione di grosse pompe a corrente continua aventi la caratteristica di poterne modificare la velocità di rotazione semplicemente variando il voltaggio della corrente elettrica che non poteva più essere di tipo alternata ma, come detto, continua. Il fatto provocava alcune difficoltà per la tipologia di corrente che occorreva ricavare da quella alternata normalmente fornita dall’Enel e per la maggiore delicatezza dei motori delle pompe che, essendo motori a corrente continua, erano e muniti di collettori con collegamento elettrico tramite appositi carboni. Tali difficoltà poterono essere eliminate non appena arrivate le nuove apparecchiature ma nel frattempo il servizio , automatizzato tramite un piccolo PC Apple Secondo che allora costituiva prevalentemente un gioco per i giovani, funzionò perfettamente nelle sue diversificate fasi costruttive e di esercizio.
A questo punto risulta facile ed interessante capire come, non appena ultimata la realizzazione dei primi lotti e i primi tratti di condotta a adduttrice diametro 500 mm e restando ancora molto lontani dall’arrivare con essa fino a Bibione ma essendo le fonti completamente costruite come già spiegato, si poté iniziare l’esercizio normale con alimentazione di alcuni comuni della zona nord del territorio consorziale. Da rilevare che il consorzio poté svolgere questa prima fase con un esercizio economicamente attivo in quanto tutti gli impianti funzionavano a gravità senza bisogno di regolazioni o la risoluzione di problemi tecnici di sorta. Ciò consentì la costruzione delle piccole reti di distribuzione di centri abitati , reti che risultarono sempre collegate direttamente alla condotta principale da 500 mm di diametro che funzionava del tutto autonomamente e con una pressione ideale per la distribuzione fino all’interno delle abitazioni degli utenti.
Il sistema andò avanti per oltre una decina d’anni durante i quali i modesti finanziamenti ottenuti consentivano soltanto di continuare nella costruzione di solo alcuni brevi tratti della condotta principale e delle piccole reti di distribuzione collegate direttamente ad essa senza però arrivare al traguardo finale che era costituito dal centro turistico di Bibione.
Da rilevare un altro aspetto importante.
I centri abitati di cui si parla, prima dell’arrivo dell’acquedotto consorziale non avevano affatto l’acqua corrente in casa ma si rifornivano d’acqua potabile , casa per casa, da un pozzo artesiano ricavato bella loro corte e che era di tipologia a risalienza naturale fino al terreno dove era stata costruita una vasca di raccolta in cemento armato da cui attingere per gli usi famigliari e per l’abbeverazione delle bestie della stalla. La vasca svolgeva anche la funzione di frigorifero grazie ad un piccolo vano in cemento armato ricavato nella parte inferiore della vasca, vano mantenuto fresco dall’acqua sempre corrente a sfioro, nella soprastante vasca.
L’arrivo della nuova rete di alimentazione consorziale rappresentò un notevole ed utilissima novità.
A lungo andare il funzionamento a gravità cominciò ad essere insufficiente ed allora si dovette provvedere ad installare presso i pozzi di Savorgnano una prima parte della centrale di sollevamento completa di due piccole pompe da 30 l/sec di portata con le quali si poté ovviare alla espansione del rifornimento idropotabile ad altri piccoli centri abitati facenti parte del Consorzio.
Finalmente con la concessione di un finanziamento cospicuo si poté completare la condotta adduttrice principale ed incominciare ad alimentare Bibione mettendo fuori servizio il sistema di alimentazione prima esistente.
A questo punto del racconto sono da descrivere importanti ed estremamente interessanti particolari dell’esercizio dell’acquedotto consorziale.
La parte essenziale è sicuramente la centrale di sollevamento di Savorgnano che affiancava i pozzi con un funzionamento automatico del tutto particolare essendo regolato, su base informatica, da quel personal computer Apple Secondo e che in realtà era nato come giocattolo per giovani appassionati .
Il principio di base della regolazione era quello di asservire le pompe ad una velocità che doveva del tutto automaticamente adeguarsi alle richieste della rete che a sua volta erano trasmesse al PC da un venturimetro (misuratore di portata) posto subito a valle della centrale. In altri termini la pompa doveva aumentare o diminuire la velocità di rotazione e quindi sia la portata che la pressione a seconda delle indicazioni del venturimetro facendola aumentare quando la portata tendeva a crescere ed a diminuire in caso contrario. Il programma era predisposto in modo che il comando di variazione dovesse essere sempre confermato dal persistere del nuovo dato di portata per un tempo regolabile in funzione dell’esercizio effettivo dell’acquedotto. Questo tipo di regolazione non è affatto facile né assolutamente esente da errori di funzionamento . Bisogna tener presente che le macchine in genere non sono mai intelligenti ad esempio le decisioni prese nell’informatica dipendono esclusivamente dagli algoritmi del programma ma quello che manca è l’interpretazione, la conoscenza delle decisioni prese. Io sono fermamente convinto che nell’esercizio degli acquedotti non si possa basarsi solo su questi principi ma deve esserci la mente dell’uomo che li interpreta e provvede a prendere decisioni anche se poste al di fuori degli algoritmi stessi ma necessarie in caso di anomalie di funzionamento. La riprova di tutto questo è la decisione presa dal sottoscritto che pretese che nel programma fosse aggiunto un secondo metodo di regolazione tanto più semplice e pratico che i tecnici della Marelli autrice dell’impianto non condividevano affatto ma, come vedremo più avanti, che diventò invece il normale metodo di regolazione dell’acquedotto almeno per gli anni che il sottoscritto ebbe modo di controllare. Il metodo da me proposto ed effettivamente aggiunto consisteva nel poter fissare mediante lo schermo del PC una curva giornaliera delle velocità di rotazione delle pompe ora per ora e definita dal personale di esercizio stagione per stagione, in maniera molto semplice e cioè sulla base reale della constatazione statistica di esercizio. In altri termini in questa metodologia il PC leggeva ogni quarto d’ora la velocità reale della pompa e provvedeva a correggere quella reale di rotazione fino ad eguagliarla con quella prefissata nel grafico per quel tempo. Il vocabolo vistosamente ha una ragione ben importante in quanto le pompe installate a Savorgnano essendo pompe di alta portata e prevalenza avevano una caratteristica particolare che era quella che, una volta definita, non la portata ma soltanto la velocità di rotazione, la pompa stessa non manteneva una portata fissa ed invariabile, il che avrebbe potuto essere considerato un metodo troppo rigido e quindi provocare delle differenze tra portata immessa in condotta e consumo reale dell’utenza. In realtà bisogna considerare bene che il comportamento reale delle pompe non è mai fisso inderogabilmente ma possiede la possibilità di variare la portata che in realtà può cambiare continuamente con una regola ben definita e dipendendo dalla curva caratteristica della pompa stessa. In altri termini fissata una certa velocità di rotazione la pompa è libera di aumentare o diminuire la portata in funzione delle caratteristiche del momento ed effettuando contemporaneamente una variazione di portata che può aumentare ma oppure deve diminuire la pressione di pompaggio. Il funzionamento risulta contrario in caso di diminuzione di portata poiché aumenta la pressione.
Questa libertà di funzionamento è molto importante perché risultano possibili sia la diminuzione dei difetti di gestione in quanto la pressione risultante attenua tali difetti essendo di valore contrario. Ad esempio se la portata in arrivo fosse troppo bassa la pompa aumenterebbe da sola la sua portata del momento e nello stesso tempo però diminuisce anche la pressione il che offre il vantaggio di attenuare la richiesta dell’utenza rendendo più stabile il servizio. Quando invece la portata risultasse troppo elevata la pompa provvederebbe automaticamente e completamente da sola a diminuirla perché la rete non la riceve però questa diminuzione provocherebbe un aumento di pressione il quale costituisce proprio una modifica che interviene positivamente con una crescita nella richiesta dell’utenza.
In conclusione tutto questo conferma il buon risultato della regolazione in argomento poiché leggeri errori nelle velocità prestabilite ora per ora garantiscono comunque un esercizio ottimale : l’unico difetto che può risultare è un funzionamento della pompa un po’ fuori rendimento. Per evitarlo è necessario che le velocità imposte ora per ora siano ben definite in base ai risultati gestionali stagione per stagione con particolare riguardo per il funzionamento estivo quando l’arrivo a Bibione di molti turisti impone un funzionamento appropriato che, in realtà, si ottiene inserendo un nuovo grafico dei giri prefissati ora per ora.
Di contro, occorre che io descriva un esperimento compiuto da me stesso per comprovare la pericolosità di disservizio del sistema di regolazione principale del pompaggio. Infatti io stesso alla presenza dei tecnici della Marelli ho eseguito una prova portando allo stremo i difetti di funzionamento provocati dal sistema di regolazione principale. Allo scopo io mi sono portato in corrispondenza di uno scarico della condotta adduttrice principale, essendo il sistema regolato automaticamente secondo le modalità principali le quali, come già spiegato, modificavano la velocità della pompa in funzione della portata richiesta. Io ho esagerato la prova aprendo velocemente uno scarico della condotta principale e quindi fingendo che si trattasse di una richiesta degli utenti eccezionalissima. Trattandosi di un aumento importante ed improvviso, l’automatismo di Savorgnano è intervenuto aumentando la velocità della pompa. Questo fatto ha provocato un forte aumento dell’acqua in uscita dallo scarico aperto per la verifica. Questo nuovo aumento del tutto eccezionale a sua volta è stato rilevato dal sistema di regolazione a Savorgnano che provocò un nuovo aumento della velocità della pompa. Si capisce che stava accadendo un disastro perché era in corso un fenomeno irregolare che si sarebbe ripetuto all’infinito. Ovviamente l’esperimento è stato immediatamente sospeso ma io avevo ottenuto la dimostrazione di quello che eccezionalmente sarebbe potuto accadere. In realtà la regolazione dell’acquedotto del Consorzio Basso Tagliamento, dalle notizie in mio possesso, ha sempre funzionato e forse funziona anche al giorno d’oggi con il sistema pratico che io stesso ho fatto aggiungere e che ha dato un funzionamento pratico e validissimo. Tutto questo mi porta a confermare il mio concetto riguardo l’aspetto pratico degli automatismi, aspetto sempre difficile da tenere sotto controllo.
Occorre precisare che con l’inizio dell’alimentazione di Bibione il Consorzio ha dovuto modificare la consegna a tutti i paesi che prima erano alimentati a gravità dotandoli di una piccola vasca a terra di arrivo dell’acqua della tubazione da 500 mm e di provvedendoli di proprio impianto di sollevamento.
Per dare un’immagine completa della genialità delle strutture di cui si tratta devo ora spiegare come avviene la compensazione giornaliera delle portate del maggiore utente cioè del centro turistico di Bibione.
Per compensazione giornaliera si intende un procedimento che, tramite un grande serbatoio locale costruito a Bibione, si accumula di notte tutta la portata di esubero rispetto ai consumi e che la centrale di Savorgnano può immettere in condotta nelle ore notturne quando gli utenti consumano portate d’acqua molto ridotte. Detta portata eccedente i consumi viene accumulata allo scopo di poterla immettere in rete l’indomani per soddisfare le punte di consumo. Per garantire un buon funzionamento del serbatoio di Bibione viene applicata la regolazione a livelli imposti già spiegata nella parte iniziale .
In questo modo il serbatoio giornaliero , come già scritto, ha solo lo scopo di compensazione giornaliera. D’estate, quando sono presenti molti turisti ed i consumi di acqua potabile sono elevati, esegue regolarmente la compensazione riempiendosi di notte e svuotando in rete nelle ore diurne tutto il suo volume e permettendo ai pozzi di Savorgnano di dare una portata pressoché costante sia di notte essendo necessaria per riempire il serbatoio di Bibione e sia moderata di giorno potendo usufruire anche dell’immissione in rete dell’intero serbatoio.
Il funzionamento ha tutt’altra funzione nelle stagioni autunno-invernali nelle quali, essendo minimi i consumi di Bibione, quasi tutto il volume accumulato in serbatoio viene reimmesso nella condotta principale del diametro di 500 mm con cui la portata immessa risale verso la fonte di Savorgnano ottenendo il vantaggio di effettuare la compensazione di tutti i paesini alimentati nella prima parte del territorio e che sono privi di proprio serbatoio di compensazione giornaliera. Viene quindi dimostrato un’altra funzione importante dovuta all’ottima progettazione generale dell’intero acquedotto del Consorzio Basso Tagliamento la quale garantisce che in tutte le notti, sia estive che invernali, il serbatoio di compensazione giornaliera di Bibione si svuoti e si riempia in tutte le notti sia invernali che estive.
Ultimata la descrizione dell’acquedotto che, ad avviso di chi scrive, potrebbe essere considerato un valido esempio di ideazione e realizzazione di primaria qualità, nel seguito si passerá alla descrizione di un appalto concorso il quale, sia per la bellezza della soluzione tecnica progettata e sia per la sua ottima funzionalità, presenta interessantissime curiosità anche se , in realtà,. non è stato affatto preso in considerazione.