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COMMEMORAZIONE
La parrocchiale è già occupata per metà da un gruppo di persone, nonostante sia arrivato piuttosto in anticipo.
Accenna a un rapido saluto, raggiunge uno dei banchi a ridosso del tramezzo che delimita l’area absidale e si inginocchia. Guarda fisso davanti a sé le candele e le fiammelle che tremano.
Lo avvolge l’odore di cera liquefatta mista a incenso e l’atmosfera raccolta dell’interno, interrotta appena dai bisbigli dei presenti.
I ricordi fanno presto ad affacciarsi con tutta la loro potenza angosciante.
Gli si staglia davanti l’immagine della Trincera, di quando, bambino, l’aveva vista per la prima volta accanto al padre che gli mostrava i segni della rappresaglia: quei muri non erano andati distrutti, come altri di baite e rifugi, perché un violento acquazzone aveva spento le fiamme appiccate in fretta dai nazifascisti.
Pietre annerite, ammassi di travi carbonizzate, mura diroccate
ridotte a ripari impossibili per i partigiani.
Le prime formazioni si erano costituite subito dopo l’Armistizio ai Piani e alle Conche.
Il padre diceva che in paese non era un segreto, che la gente parlava di “giovani coraggiosi” o di “ imboscati renitenti alla leva”.
Lo zio giovanissimo era tornato dal fronte e, durante l’estate, era salito alla Trincera con altri: non voleva ingrossare le fila degli sbandati ma entrare nella Resistenza.
-Carlo, sei qua? - la voce di Giuditta lo scuote- posso mettermi accanto a te?
Lui fa cenno di sì con il capo.
Lei ha già gli occhi umidi, mentre prende posto nel banco che scricchiola. Pensa alla nottata interminabile nella sede del Comando , all’interrogatorio con la sentenza di morte per i sei arrestati tra cui il padre.
Giuditta attende per ricordare le parole del prete che confortò il genitore prima dell’l’esecuzione.
Adesso la navata è piena.
Carlo vede lo zio alla Trincera con la gerla dei medicinali sulle spalle mentre cade sotto il fuoco dei repubblichini.
Immagini indelebili fisse nella memoria da tempo e per sempre.
La Messa sta per iniziare.