I prodigio di una tecnica - tre

scritto da autentico Marcello
Scritto 14 ore fa • Pubblicato 5 ore fa • Revisionato 5 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di autentico Marcello
Autore del testo autentico Marcello
Immagine di autentico Marcello
Il racconto costituisce l'interessante e complessa vicenda del figlio dell'aristocrazia che intende sposare una bella ragazza facente parte della gente normale prescindendo completamente dalla sua condizione nobiliare.
- Nota dell'autore autentico Marcello

Testo: I prodigio di una tecnica - tre
di autentico Marcello

IL PRODIGIO DI UNA TECNICA   -  TERZA PARTE

PROGETTO PER RENDERE AUTONOMA L’ISOLA D’ELBA CON SODDISFACIMENTO DEL FABBISOGNO IDROPOTABILE

Questo mio intervento riguarda la risoluzione del grave problema di scarsità di acqua poptabile dell'Isola D'Elba che potrebbe essere ben giudicato per l’alta qualità del mio lavoro ed infine per la eccezionalità del problema da risolvere: rendere autonoma l’Isola d’Elba che si trovava e si trova tutt’ora in condizioni veramente precarie ! 

La questione si riduceva, a grandi linee, ad un solo fenomeno di temporizzazione in quanto il volume totale di acqua piovuta durante le stagioni autunno-inverno- primavera rappresentava la gran parte del volume annuo mentre i grandi consumi avvenivano d’estate per la presenza di numerosi turisti. Definito in questi termini il problema risultava univoco perché quando in una zona è presente statisticamente acqua in volume più che sufficiente, l’unica soluzione è quella di una buona utilizzazione di quel volume poiché qualunque altra soluzione risulterebbe non giustificabile per ragioni tecniche ed economiche.
La questione dell’Isola d’Elba avrebbe potuto risolversi razionalmente soltanto con la costruzione di un serbatoio di grandi dimensioni .

In questo impegno sussisteva un grande inconveniente poiché l’andamento del suolo non consentiva di realizzare un lago artificiale tramite una grande diga di ritenuta con cui, com’era avvenuto in molte altre regioni italiane, il problema poteva trovare una soluzione di sicuro successo. Gli enti interessati avevano provato a percorrere numerose altre strade risultate fallimentari. Tra di queste si annovera l’aumento del prelievo con pozzi dalla falda artesiana con risultato negativo in quanto la normale crisi estiva si ripercuoteva anche sulla falda che risultava ricca d’inverno per la abbondanza d’acqua dovuta alle piogge, ma molto scarsa d’estate.
Un altro intervento fallito miseramente era basato sulla costruzione di ben 21 laghetti atti ad immagazzinare il grande volume invernale necessario. Il fallimento di questa operazione fu dovuto alla mancata tenuta idrica del primo laghetto costruito come esempio degli altri 20.

Attualmente sta per essere terminata la costruzione di un grande dissalatore il quale, a giudizio del sottoscritto darà anch’esso risultati negativi se non altro per i costi elevati di produzione dell’acqua potabile non ammissibili in un territorio di per sé così ricco di acqua piovana.
C’era stata una ulteriore progettazione che il sottoscritto aveva giudicato ottima in quanto basata sulla formazione di un bacino sotterraneo in grado di accumulare il necessario volume d’acqua invernale e che si sarebbe derivato dalle catene montuose che si trovavano intorno al costruendo serbatoio.
Questo progetto non è stato preso minimamente in considerazione, mentre avrebbe meritato veramente di essere esaminato con la dovuta competenza.


Constatati i vari tentativi andati a vuoto il sottoscritto nell’anno 2002 ha redatto un progetto che osa definire straordinario per le notevoli caratteristiche di buona risoluzione dei problemi senza arrecare danno alcuno all’ambiente ed inoltre con possibilità di essere costruito per gradi tutti funzionali.
La mia idea è partita dalla attenta considerazione della situazione reale dell’Elba la cui unica modalità di risoluzione del problema idropotabile era quella di ricavare un grande serbatoio che doveva avere le seguenti caratteristiche.
– Non danneggiare il delicato ambiente elbano di tipo insulare e quindi difficilmente collegabile con la terraferma
– Il territorio, totalmente montagnoso, non consentiva la costruzione di grandi bacini artificiali in superficie
– Era necessario ottenere un grande volume di accumulo da riempire d’inverno ed utilizzare per affrontare le grandi punte di consumo estivo
– Doveva potersi costruire per gradi a causa dell’elevato costo non reperibile tutto assieme
– Tenere ben presente che l’area più piovosa dell’Isola è la zona del Monte Capanne il quale con la sua altezza di 1000 m s m attira le nuvole.

La soluzione da mè prevista si basa sulla necessità di costruire un serbatoio completamente sotterraneo onde non danneggiare per nulla il territorio con la costruzione di un’opera avente un volume netto di due milioni di mc e quindi molto impattante.
Allo scopo io ho progettato, come soluzione generale fattibile per lotti in in lunghi periodi di tempo, di costruire una galleria lunga 26 chilometri del diametro interno netto di 10 m. ed un volume utile di circa mc 2000000 (due milioni di mc) e che planimetricamente circondava a 360 gradi il monte Capanne avendo un percorso curvilineo posto ad una quota di 150 metri sul livello del mare. In quel modo il tunnel era in grado di raccogliere l’acqua di tutti i rii che scendono dal pendio e quella di infiltrazione sotterranea ed al tempo di alimentare direttamente a gravità la rete di distribuzione dell’acquedotto.
Una caratteristica importante è la possibilità di essere costruibile per tronchi successivi in modo da seguire il fabbisogno reale e la disponibilità economica.
Per esempio nel periodo attuale quando l’isola continua ad essere è alimentata dalla terraferma tramite la condotta sottomarina, risulterebbe sufficiente costruire una piccola parte di serbatoio sotterraneo (circa un chilometro) in quanto non sussiste ancora la necessità di rendere idraulicamente autonoma l’Elba dalla terraferma e quindi dover accumulare l’intero volume di piogge invernali ma risulta provvisoriamente sufficiente che il nuovo serbatoio – galleria esegua solo la compensazione giornaliera cioè l’accumulo degli esuberi notturni per poi fronteggiare le punte di consumo diurne.
La presentazione del progetto di massima è stata fatta in un convegno tenuto all’hotel Airone presenti autorità e abitanti dell’isola d’Elba. In un primo tempo il progetto sembrava essere accolto molto bene tanto vero che il comune era propenso a fare una delibera per dare incarico ad un tecnico qualificato di eseguire il progetto di un primo lotto avente un importo corrispondente alla cifra che veniva spesa in quell’anno per le bettoline di trasporto acqua potabile fornita dalle navi cisterna. Era evidente la convenienza poiché la costruzione del piccolo tratto di galleria-serbatoio avrebbe eliminato la ripetizione della spesa di trasporto con le navi cisterna per tutti gli anni seguenti .
Un serbatoio sotterraneo presenta molti vantaggi prima di tutto perché costituisce il sistema migliore per conservare acqua al fresco, alla quota di 150 msm con cui si potrebbe alimentare la rete di distribuzione a gravità, il serbatoio sotterraneo, non arreca nessun danno all’ambiente ccc. ecc.
La procedura andò invece per le lunghe e la gestione dell’acquedotto elbano passò ad una società privata la quale preferì adottare le altre soluzioni già citate ed ai giorni nostri sta finendo la costruzione del grande dissalatore.
A nulla valsero i numerosi contrasti da parte di tecnici ed anche di una associazione di privati elbani.

UNA ORIGINALE STRUTTURA IN APPALTO CONCORSO PER LA SISTEMAZIONE DELL’ACQUEDOTTO DI VENEZIA INSULARE

Alcuni anni or sono veniva bandito un appalto concorso per la progettazione e costruzione di alcune opere acquedottistiche per la città di Venezia. Chi scrive queste note ha fatto parte dello staff progettuale di una delle cordate di imprese concorrenti all’assegnazione ed ha personalmente proposto la soluzione di seguito descritta che, accettata e completata nelle varie parti, è stata presentata ufficialmente al concorso.
La progettazione originalmente riguardava la costruzione ex novo di due condotte sub lagunari del diametro di un metro da costruire parallelamente al ponte della Libertà per collegare la terraferma in località S. Giuliano alla piccola isola di S. Secondo dove dovevano sorgere il serbatoio di compenso e la centrale di sollevamento. L’isoletta la si vede bene percorrendo il lungo ponte e osservando a sinistra appena prima di arrivare a Venezia.
Era questa l’opera più importante e difficile da realizzare trattandosi di un serbatoio per acqua potabile della la cui capacità di mc 40.000 totalmente ricavato sotto l’isola di S. Secondo oppure in altro modo proposto dal concorrente in quanto l’appalto concorso aveva proprio lo scopo di vagliare le diversificate soluzioni proposte dai vari concorrenti.
Nel discutere con il mio ingegnere direttore della Società presso la quale lavoravo io affermai immediatamente che non riuscivo a vedere alcuna possibilità di costruire un serbatoio così grande in un ‘isola così minuscola come era quella indicata nel bando e chiamata isola S. Secondo.
A mio avviso, accogliendo anche lo scopo dell’appalto concorso che era quello di trovare una soluzione completamente diversa che consentisse di mantenere intatta l’isoletta collocando di fianco e magari sotto il fondo della laguna la sola centrale di sollevamento.
Pensando e ripensando alle possibili soluzioni diversificate del progetto mi fu facile arrivare alla soluzione razionale poiché sarebbe stato sufficiente aumentare il diametro delle due condotte già in appalto e portarle ad un diametro netto di 3,60 m per raggiungere lo scopo di trasformare le due condotte in progetto in un serbatoio della richiesta capacità fermo restando la sua proprietà naturale che era quella del trasporto dell’acqua dalla terraferma a Venezia insulare,
Io tutto entusiasta proposi al mio direttore la soluzione di ricavare il volume di accumulare direttamente dall’aumento di diametro delle due condotte che erano già in progetto ma non lo trovai ben disposto verso tale versione. Io precisai che la soluzione mi pareva ottima fatta salva la necessità di discutere con l’impresa costruttrice già designata perché faceva parte del nostro gruppo di concorrenti all’appalto, per definire le complesse modalità di costruzione. Detto fatto comunicammo all’impresa spiegando i vantaggi e richiedendo di studiare la soluzione. Io andai avanti con le previsioni e ventilai la possibilità di costruire, in presenza dell’acqua della laguna, ognuna delle due lunghe colonne tubolari in un cantiere posto in terraferma a bordo della laguna salvo spingere la grande tubazione man mano che veniva costruita. dopo aver fatto lo scavo della trincea di posa sempre in presenza dell’acqua della laguna. L’impresa si dimostrò consenziente e si premurò di studiare una soluzione costruttiva veramente straordinaria che prevedeva un cantiere di terraferma con pavimentazione a quota più bassa del fondo condotta in modo da costruire la tubazione con diverse squadre che lavoravano giorno e notte in contemporanea mentre la tubazione stessa veniva spinta in laguna ininterrottamente avendo eseguito in precedenza la trincea di scavo e la posa dei cavalletti di appoggio. La colonna che avanzava in laguna doveva avere un peso leggermente superiore alla spinta di galleggiamento in modo da poterla mantenere in quota con pontili montati su galleggianti e muniti di argano di sollevamento allo scopo di posizionarla sugli appoggi di fondo scavo alla fine della sua costruzione. Nel cantiere di terraferma le diverse squadre di specialisti nell’ordine saldavano le lamiere curve in acciaio che costituivano la tubazione in acciaio vera e propria. La seconda squadra provvedeva alla verniciatura protettiva interna ed esterna, la terza realizzava l’intercapedine con un apposito strato in plastica molto permeabile, la quarta era composta da carpentieri che facevano la cassaforma con cui realizzare uno strato di 35 cm di cemento armato necessario per rinforzare ed appesantire la tubazione in modo che non galleggiasse da vuota d’acqua ma fosse con un peso appena superiore alla spinta di galleggiamento e quindi facilmente spostabile con gli argani i dei pontili galleggianti. Seguivano i ferraioli per la posa e delle barre di ferro da c.a. Infine l’ultima squadra faceva il getto del calcestruzzo. Come detto il lavoro veniva eseguito sulla barra in progressivo avanzamento il laguna per essere poi abbassata e fissata sui cavalletti già eseguiti. Il cantiere verrebbe ultimato con il rinterro con lo stesso fango di scavo. La procedura, raccontata brevissimamente, è risultata eccezionalmente valida anche se il mio nuovo ingegnere direttore continuava a nutrire dei dubbi sull’intera organizzazione di cantiere definita dall’impresa.
Nonostante tutto, la nostra progettazione e la stesura dell’offerta proseguirono sulla traccia prospettata. Venne fissato il giorno per una riunione di tutte le ditte associate dove affrontare una nutrita discussione definitiva che precedeva la presentazione dell’offerta. Anche io ero presente in quanto accompagnai l’ingegnere direttore della nostra società.
L’inizio della discussione doveva consistere nella illustrazione del progetto da parte della nostra società che ne era il progettista ufficiale senonché l’ingegnere mio direttore (da poco tempo) fu improvvisamente assalito da un gran mal di pancia e dovette ritirarsi con una fortissima diarrea che poi si trasformò in una mezz’ora di dolori lancinanti. Prima di assentarsi l’ingegnere asserì che la presentazione potevo iniziarla io che ero perfettamente al corrente della questione mentre egli sarebbe tornato quanto prima. Io invece dovetti procedere alla presentazione dell’intero progetto passando subito dopo la parola al titolare dell’impresa costruttrice poiché il nostro ingegnere tardava a rientrare. Il titolare si allungò in maniera superba ad illustrare nei suoi punti più delicati di tutte le meraviglie studiate nel dettaglio della costruzione. Tutti i presenti si dichiararono molto soddisfatti del progetto in tutte le sue varie parti ed fu allora che rientrò nella sala anche il mio direttore il quale non sapeva nulla delle spiegazioni e del consenso generale che era stato effettivamente manifestato da tutti I presenti ma egli volle lo stesso poter dire due parole di completamento della spiegazione del progetto che egli sapeva avevo presentato io ai presenti ma del cui contenuto egli non era affatto al corrente. Malauguratamente il mio direttore iniziò con l’esperire dubbi sul progetto ponendo l’interrogativo se fosse stato il caso di rivedere certi punti e subito fece l’estro di iniziare un esempio. Io notai che il titolare dell‘impresa, che aveva illustrato le modalità costruttive in maniera sublime senza che il mio direttore non lo avesse sentito a causa della sua prorogata assenza, risultava seccato delle osservazioni del mio direttore. L’imprenditore ad un certo punto prese in mano la lunga stecca da disegno che era posata sulla tavola anch’essa in legno e molto lunga, la alzò in alto e quindi la fece sbattere fortemente sul tavolo con un fracasso notevole cui fecero seguito delle parole adirate: ingegnere lei non porta qui nessuno esempio ! Noi abbiamo sentito spiegare bene il vostro progetto, io mi sono dilungato nel descrivere tutte le modalità costruttive e tutti i presenti si sono felicitati dichiarandosi entusiasti del lavoro nel suo insieme ed ora lei non deve qui presentare alcun esempio perché la cosa é ormai decisa : noi presentiamo il progetto così come già deciso da tutti i presenti,
Il mio direttore rimase interdetto e non aggiunse parola. Venne scritto un verbale che tutti sottoscrissero.
Devo ammettere che da quel giorno i miei rapporti con il direttore rimasero sempre molto freddi ed a mé, con molto dispiacere, non restò ché presentare. dopo poco tempo, le dimissioni ed andare in pensione.
Quel progetto fu presentato e, dalle indiscrezioni che trapelarono, la nostra soluzione aveva fatto colpo per l’idea di base ed anche per quella esecutiva già descritta in tutti i particolari e per i costi che risultavano i migliori.
L’affidamento dei lavori sembrava procedere nel migliore dei modi quando accaddero dei fatti gravi e scandalosi riguardanti anche l lavori pubblici italiani in quanto nacque quel procedimento chiamato “mani pulite” e che mise in luce una serie di scandali nei quali personaggi importanti, tra i quali figuravano anche alcuni che facevano parte della associazione che aveva presentato il progetto descritto. La cosa bloccò molti lavori che erano all’inizio e tra di essi anche il nostro progetto che venne totalmente bloccato e le opere non furono mai costruite.
Il fatto interessante finisce per consistere soltanto sulla ottima soluzione progettata in tutti i suoi particolari ed in maniera ottimale e, del tutto teoricamente, in grado di apportare un notevolissimo e funzionale progresso che, come sarà dimostrato col passare degli anni, verrà a mancare perché nella realtà si procederà alle modifiche dell’assetto acquedottistico in maniera competentemente diversa. Riguardo alla bontà della soluzione effettivamente realizzata io sarei molto dubbioso ma preferisco non entrare affatto nel merito, restando solo addolorato per lo smacco subito di non veder realizzata, per motivi posti fuori della competenza di noi progettisti, un’opera che era in buona parte farina del mio sacco.

IL PROGETTO DELL’ACQUEDOTTO DI PORDENONE CON UNA IMPOSTAZIONE DEL TUTTO ORIGINALE RIGOROSAMENTE ADEGUATA AL TERRITORIO

Negli anni 70 l’autore di queste note ha collaborato alla progettazione, costruzione ex novo e messa in servizio attivo dell’acquedotto della città di Pordenone appena diventata capoluogo di provincia e precedentemente alimentata d’acqua potabile casa per casa tramite pozzi artesiani privati. Pur trattandosi di un rifornimento idropotabile le cui caratteristiche contrastano con i concetti di base aggiornati all’epoca attuale, ritengo ugualmente di descriverlo in quanto costituisce un valido esempio di acquedotto allora concepito in funzione del territorio da servire e perfettamente congruente con la tecnica allora in uso.
Innanzitutto è da ricordare una delle regole che alla citata epoca di redazione del progetto era considerata essenziale nella costituzione degli acquedotti e cioè la presenza di una o più vasche di carico della rete di distribuzione.
Oltre a questo uno dei principi da rispettare era quello di garantire una pressione piezometrica sempre parallela ad un suolo come quello del capoluogo di Pordenone caratterizzato da una notevole pendenza longitudinale della sua parte nord e da un’ampia area pianeggiante o con poca pendenza di quella posta a sud.
In terzo luogo era giocoforza razionalizzare la captazione e sollevamento dell’acqua avendo fissato, per motivi di sicurezza, la costruzione di due opere di presa e sollevamento differenziate ed ubicate rispettivamente in località Comina dove la falda, assai ricca, si trovava ad una profondità di circa 50 metri sotto il suolo con risalienza limitata ad una ventina di metri sotto il terreno ed in località Torre dove l’acqua della falda, anch’essa posta a 50 metri sotto il suolo, era artesiana ma con una risalienza naturale fin sopra il terreno.



L’opera di presa di Comina, realizzata a nord cioè nella parte superiore del territorio, comprende un pozzo a raggiera tipo Fehlmann con una canna verticale in cemento armato del diametro di tre metri, profonda 55 m e con due raggiere orizzontali poste nella falda ghiaiosa a circa 50 m di profondità. Entro il pozzo sono installate le pompe di sollevamento ad asse verticale con motore elettrico posto in alto e linea d’asse lunga una trentina di metri che aziona il corpo pompa immerso in falda a quota 30 m sotto il suolo. Le pompe immettono direttamente l’acqua a 50 sopra il piano campagna nell’adiacente serbatoio pensile da 3000 mc da cui si diparte la rete di distribuzione. Questa soluzione, se da una parte avrebbe assicurato un buon rendimento elettromeccanico di pompaggio che risulta limitato ad una singola breve condotta di mandata, dall’altra faceva nascere il grosso problema della compensazione delle portate in quanto il locale serbatoio pensile, pur rappresentando nel suo genere un’opera eccezionalmente capiente, non avrebbe potuto che effettuare una modesta compensazione nel mentre la sua posizione sopraelevata si prestava bene a costituire una utilissima capacità di riserva a tutela dei disservizi dell’intero territorio pordenonese. La creazione a terra di un capace serbatoio di compensazione giornaliera delle portate è stata scartata a priori in quanto avrebbe comportato un doppio pompaggio con evidenti maggiori costi di costruzione e di esercizio. D’altro canto non si poteva pensare che, non avendo a disposizione una sufficiente capacità di accumulo, si dovesse far lavorare il pozzo con portate continuamente variabili durante le 24 ore della giornata tipo, essendo invece consigliato un prelievo il più possibile costante e privo di picchi che rappresenta la condizione ideale di sfruttamento della falda artesiana e di sollevamento a mezzo pompe. Anche in questa occasione un attento esame della situazione locale ha messo in luce delle possibilità veramente interessanti. In dettaglio la risalienza della falda sud (zona Torre) che assicurava l’immissione naturale dell’acqua, cioè senza bisogno di pompe, in un grande serbatoio seminterrato, ha consigliato di concentrarvi il volume di compenso di tutta l’utenza dell’intera città di Pordenone e quindi anche quello dell’area nord (Comina ) nel mentre una particolare costituzione della rete di distribuzione assicurava, come vedremo, per l’impianto di Comina una portata pressoché costante durante le 24 ore della giornata ovviando quindi alla nominata carenza di invaso. Rimaneva compito dell’altro impianto (Torre), immettere in rete, sfruttando in questo caso la sua notevole capacità del serbatoio, una portata variabilissima durante le 24 ore della giornata e quindi atta a coprire l’intera escursione della richiesta idrica di tutta l’utenza pordenonese

Nella figura allegata figurano schematicamente l’andamento del suolo, i due impianti di captazione e sollevamento ed infine la rete di distribuzione caratterizzata da un’area centrale indicata nel disegno come “area urbana ad alimentazione alterna” in quanto fornita alternativamente dall’uno o dall’altro dei due impianti di produzione descritti. Infatti la rete, pur essendo di tipo unitario per tutta l’area urbana, risulta suddivisa in due parti differenziate per tipo di alimentazione e per dimensioni delle tubazioni stradali da una linea di confine che presenta la caratteristica di regredire verso monte e quindi ridurre notevolmente l’area servita da Comina man mano che aumenta la richiesta idrica e di contro crescere verso valle al verificarsi di basse portate. In pratica durante la giornata, quando sono richiesti grandi quantitativi idrici, la gran parte del capoluogo di Pordenone è alimentato dall’impianto inferiore di Torre nel mentre durante la notte è l’altro impianto ubicato a Comina a rifornire la quasi totalità dell’utenza. Allo scopo le condotte della rete bassa hanno diametri maggiorati ed esplicano quindi un’azione stabilizzatrice della linea piezometrica nel mentre quelle della zona nord alimentata da Comina sono di diametro relativamente piccolo e, a causa della notevole perdita di carico che ne deriva, non possono far fronte ai consumi più rilevanti che, come già detto, sono in gran parte soddisfatti da Torre. Si è potuti giungere a tale risultato progettuale per approssimazioni successive tramite una lunga serie di calcoli di verifica teorica dell’intera rete di distribuzione che hanno portato anche all’altro interessante risultato di una buona equivalenza tra i volumi che giornalmente i due impianti producono e immettono in rete e dovuta al fatto che per Torre è determinante soprattutto la portata diurna mentre per Comina è il volume prodotto di notte a consentire detta equiparazione, fermo restando che eventuali discrepanze possono essere via via corrette modificando la regolazione delle valvole di cui si tratta nel seguente capoverso. Ovviamente il tutto rappresentava soltanto la soluzione teorica del problema nel mentre ben diverse potevano essere le condizioni reali di esercizio e ben diversi i risultati della gestione effettiva degli impianti. Si è quindi deciso di dare all’acquedotto l’elasticità di funzionamento necessaria perché potesse adeguarsi ad ogni evenienza anche diversa da quelle ipotizzate, maggiorando alcune condotte della zona nord e munendole di valvole che consentano una regolazione fine della pressione. Il risultato finale è stato quello di una rete avente le seguenti caratteristiche generali. Una doppia alimentazione che dia la massima sicurezza di esercizio e costituita da:

-Un impianto di produzione a nord (Comina) atto a produrre e sollevare una portata abbastanza costante nelle 24 ore della giornata tipo e per un volume giornaliero all’incirca corrispondente alla metà della richiesta totale giornaliera. Il serbatoio pensile da 3000 mc rimane a guardia dell’intero territorio posto ai suoi piedi costituendo una riserva pronta ad entrare in rete in caso di disservizi vari;


-Un impianto di produzione a sud composto da pozzi a risalienza naturale che alimentano un serbatoio di compensazione seminterrato e di grande capacità atto ad immagazzinare di notte ed a restituire di giorno tutta l’acqua necessaria per coprire le punte di consumo di tutta la città, effettuando la compensazione giornaliera atta a garantire che da ambedue le fonti possa –
Una rete di distribuzione con una piezometrica sempre parallela al suolo e con una pressione sul suolo corretta. La possibilità di regolare l’intervento dei due impianti di produzione e sollevamento tramite manovra delle valvole.


Alla data attuale chi scrive queste note non è al corrente della situazione corrente dell’acquedotto di Pordenone essendo la descrizione riportata relativa all’epoca della sua costruzione. Come tale rappresenta un valido esempio di progettazione e realizzazione di un complesso acquedottistico importante ed di cui si ritiene utile conservare la documentazione.

UNA RIVOLUZIONE FONDAMENTALE NELL’ESERCIZIO DELL’ACQUEDOTTO DI SACILE

L’alimentazione idropotabile della città di Sacile, da decenni affidata alla società dalla quale dipendevo anch’io, godeva fin dall’origine di una situazione del tutto favorevole essendo alimentata da tre pozzi posti in una ricca falda artesiana posta ad una distanza di circa sette chilometri dall’impianto di sollevamento ubicato alla periferia cittadina essendo dotato anche di un capace serbatoio di compensazione delle portate giornaliere. La fortuna, cui facevo cenno, è il fattore in base al quale i tre pozzi erano risalienti in superficie, essendo posti in area sopraelevata rispetto l’abitato di Sacile. la portata prodotta era in grado di arrivare nel serbatoio citato direttamente a gravità.
Al momento di inizio del mio lavoro presso la società di gestione la situazione così favorevole era appena cambiata poiché da un lato il calo di portata della falda artesiana e dall’altra il notevole aumento del fabbisogno dell’utenza, avevano reso la portata recapitata a gravità nettamente insufficiente e per risolvere da sola il problema e tutti i tre pozzi erano stati , da poco tempo, muniti di pompa sommersa collegata elettricamente con la centrale di sollevamento dove un dispositivo a galleggiante metteva in funzione i tre pozzi in modo da riportare il serbatoio ai suoi livelli massimi . In altri termini il serbatoio era regolato con il sistema “a livello massimo”. e quindi riducendo l’efficacia del funzionamento a gravità.
Un attento esame del funzionamento degli impianti ha denunciato una notevole anomalia. In pratica il sistema di regolazione a livello massimo del serbatoio provocava una sostanziale perdita di acqua potabile che aveva luogo durante la notte in quanto essendo il serbatoio spesso riempito dal funzionamento delle pompe sommerse dei pozzi, tutta la portata in arrivo a gravità a partire dal citato momento di riempimento serale del serbatoio per arrivare fino circa alle ore 7 del mattino di inizio del prelievo, tutta l’acqua che arrivava in serbatoio a gravità, veniva sfiorata.
Non appena accertata questa deleteria evenienza il sottoscritto ha subito pensato alle modalità da seguire per razionalizzare il funzionamento eseguendo il progetto di sistemazione che è consistito in due provvedimenti particolari il primo dei quali aveva lo scopo di regolarizzare la compensazione giornaliera delle portate in arrivo dai pozzi., la seconda di migliorare la pressione di consegna dell’acqua all’utenza divenuta anch’essa insufficiente per gli aumentati consumi dell’utenza.
Ancora una volta la modifica fondamentale è stata quella di modifica della regolazione del funzionamento. Il primo intervento che risultò necessario poiché con un lavoro poco costoso si sarebbe evitato lo sfioro notturno con perdita di notevoli volumi d’acqua preziosa fu quello di modificare la regolazione dell’adduzione trasformandola da quella “al massimo livello” a quella “a livelli preimpostati”. Allo scopo fu sufficiente inserire una scheda elettronica con tastiera in cui poter fissare i livelli da avere ora per ora un livello razionale in serbatoio e che garantisse il riempimento notturno del serbatoio stesso nonché lo svuotamento giornaliero in funzione dei consumi ora per ora



L’opera più costosa da realizzare fu il cambiamento totale della pressione di rete in quanto fu necessario inserire nella stessa scheda, di cui si è detto, il sistema di alimentazione della rete che prima avveniva per alimentazione diretta dal serbatoio sopraelevato alto solo 22 metri e quindi insufficiente per una buona alimentazione dell’utenza. In pratica si dovette aggiungere anche una serie di nuove pompe ed inoltre modificare i collegamenti idraulici della rete per farla funzionare a pressione variabile. Infatti venne deciso che alla notte la rete dovesse continuare ad essere alimentata direttamente a gravità dal serbatoio la cui modesta altezza risultava comunque sufficiente allo scopo ma alla mattina, non appena la portata totale consumata raggiungesse un certo valore da impostare in base all’esperienza, il serbatoio veniva riempito e chiuso per essere lasciato di riserva per tutta la giornata, mentre la rete veniva alimentata in diretta dalle nuove pompe fino a quando la portata totale non avesse a discendere al di sotto di quel limite prefissato.
Quel funzionamento una volta messo a punto in tutti i dati descritti diede risultati ottimi per u una ventina d’anni e cioè per tutti quelli passati da me in quel lavoro.

IL PROGETTO DI SISTEMAZIONE DELL’ACQUEDOTTO DI PORTOGRUARO

Il sottoscritto, avendo partecipato assiduamente nella progettazione e direzione lavori della sistemazione dell’acquedotto, il giorno 30 nov 2008 venne incaricato di partecipare alla festa di anniversario centenario della nascita dell’acquedotto. Il contenuto del mio discorso consistette nel descrivere come l’acquedotto originario nei suoi primi anni era costituito da un piccolo impianto di sollevamento sito nella frazione di Portovecchio e da una condotta lunga 4 Km con la quale si alimentava una sola fontana pubblica sita davanti al Municipio. L’originalità del servizio era data dal fatto che il sollevamento era attuato senza utilizzazione di energia elettrica completamente non presente in zona ed invece con funzionamento autonomo dato da una ruota a pale meccaniche che faceva ruotare ininterrottamente ed autonomamente un piccola pompa di sollevamento.





Nell’anno 2000 la mia società venne incaricata di eseguire un nuovo progetto per la costruzione di un serbatoio seminterrato di compensazione giornaliera e della posa di un nuovo impianto di sollevamento.
Eseguiti tali lavori l’acquedotto di Portogruaro si trovò in situazione molto simile a quella di Sacile avendo un serbatoio di compensazione giornaliera automatizzato con regolazione a livelli imposti ora per ora nelle 24 ore della giornata. Oltre a questo, anche il funzionamento, in maniera analoga a Sacile, venne regolato con doppia funzione. Durante la notte la rete era alimentata dal serbatoio sopraelevato che con i suoi 20 metri di altezza era in grado di alimentare la scarsa utenza notturna consentendo pertanto un grande risparmio di corrente elettrica per le pompe . Durante le ore diurne il serbatoio veniva riempito e quindi escluso dal servizio fungeva soltanto da riserva in caso di disservizi del pompaggio e, non appena sorpassata la portata fissata come limite , la rete veniva alimentata dalle pompe più potenti aventi portata e pressione maggiori.
Per ulteriori chiarimenti si rimanda alla descrizione dell’acquedotto di Sacile il cui esercizio è analogo a quello in argomento.

LA RIVOLUZIONE DELLA FOGNATURA DI SACILE TRAMITE LA PSEUDO FOGNATURA

Il sistema di raccolta ed immissione nei recettori finali delle acque reflue e di pioggia risulta generalmente effettuato tramite reti fognarie di tipo misto e cioè formate da condotte che adducono assieme sia le acque nere che quelle bianche. Esso risulta esteso alla gran parte delle aree abitate non già per motivazioni tecniche valide ma soltanto perché la loro costruzione è iniziata in tempi remoti allo scopo di eliminare i fossi che allora costituivano l’unico mezzo di trasporto delle acque reflue assieme a quelle bianche ma che creavano complicazioni per la superficie da loro occupata.
Con il passare degli anni e con il migliorare della tecnica, si è constatato che l’adozione di fognature di tipo separativo in svariate zone abitative avrebbe presentato numerosi vantaggi senonché l’esecuzione della trasformazione in sistema separativo veniva sistematicamente rinviata a causa della necessità di mantenere funzionanti i sistemi preesistenti e di tipo misto.
In questa sede non si intende far rilevare la diversità tra i due sistemi di fognatura rispettivamente misto e separativo ma invece sostenere a spada tratta che sussistono moltissime città attualmente dotate di sistemi misti pur se motivate particolarità tecniche, salutari ed infine economiche imporrebbero l’adozione di quello separativo che però risulta difficilissimo da costruire appunto per la necessità di mantenere l’esistente servizio di sgrondo delle acque durante il lunghissimo periodo dei lavori di trasformazione.

Il problema ad un certo punto é apparso per quello che era veramente e cioè la chiara rappresentazione di non riuscire a superare difficoltà anche notevoli con una moderna tecnica che aveva già dimostrato di quali nuovi e funzionali artifici poteva disporre per superare agevolmente degli ostacoli ben più gravi di quelli di cui di cui si sta a parlando.
Per convincersene basterà pensare alle difficoltà che presentava un tempo la costruzione di linee di metropolitana lungo le vie della città con lavori di scavo fatti per la maggior parte a mano da operai che lavoravano nel sottosuolo cittadino, operai che oggi sono sostituiti da enormi frese comandate via etere senza che sia presente alcun operaio nel sottosuolo.


In altri termini si é passati, in tutti i campi compreso quello della eliminazione delle acque reflue, a studi approfonditi riuscendo ad ottenere, soprattutto all’estero, dei risultati clamorosi con un nuovo sistema di fognatura chiamato “fognatura pseudo separativa”. Come si capisce dal nome si tratta di una fognatura avente bello stesso tempo delle caratteristiche di fognatura mista per una metà e separativa per l’altra metà. Lo scopo che raggiunge il nuovo sistema é quello di poter costruire, in una città con fognatura tipo misto, una nuova rete per acque nere senza escludere per un periodo sia breve che lungo ed anche lunghissimo, la presenza ed anche l’esercizio di alcune parti della preesistente fognatura mista. In altri termini si é reso possibile la costruzione totale della nuova fognatura nera costruendola in profondità cioè al di sotto dell’esistente rete bianca che rimane in esercizio normale nel mentre si può ottenerne per gradi la trasformazione totale in fognatura separativa senza per questo interrompere il servizio fognario presente.
A questo punto appare molto interessante la descrizione in dettaglio delle modalità di costruzione del nuovo sistema pseudo separativo.
I lavori del primo lotto finanziato, iniziano dalla costruzione dell’impianto di depurazione finale mentre, una volta terminata la sua esecuzione, si può iniziare la costruzione della nuova rete nera partendo da detto impianto e continuando verso monte. Man mano che si incontrano condotte della esistente rete mista viene inserito un pozzetto ( vedi figura allegata) avente la funzione di scaricare nella sottostante tubazione di acque nere una parte della portata mista. In periodo di siccità la vecchia tubazione mista adduce esclusivamente acque reflue le quali possono totalmente cadere nella sottostante tubazione nera. Al verificarsi di pioggia, il pozzetto scaricatore è di per sè regolato in modo da dividere la portata in due parti e cioè una percentuale del 6 % circa che rappresenta il quantitativo di acque nere e che viene fatto cadere in basso nella nuova tubazione nera in modo che possa continuare Il percorso che la porterà all’impianto di depurazione finale giá costruito e funzionante. Nel frattempo le acque bianche continuano nel preesistente percorso di tipo misto che sussiste fino al completamento della nuova rete nera, avendo già scaricato le sue acque nere proprio nella rete acque nere, può essere considerata sufficientemente diluita per essere scaricata direttamente nel recipiente finale come un fiume oppure il mare provvedendo nel frattempo alla costruzione della nuova rete acque bianche ricavata in parte dalla riutilizzazione delle esistenti fognature ex miste.
La situazione al momento della fine lavori del lotto finanziato si trova nel seguente stato.
Le acque nere per il momento definite solo in maniera approssimativa, seguono la nuova rete nera per finire nella depurazione definitiva. Una sua migliore definizione verrà attuata via via attraverso gli anni poiché ogni abitazione potrà seguire due strade. Nel caso l’edificio sia già munito all’interno di doppia rete con tubazioni nere e bianche non potrà più scaricare nella vecchia rete mista ma dovrà far sfociare le sue acque bere nella nuova rete nera compatibilmente con il regolamento della gestione fognature che considera ogni allacciamento privato a carico del privato medesimo.

Nel caso di edifici con tubazione interna di tipo unico e cioé per acque miste, risulta impossibile al momento attuare la separazione dei due tipi di acqua dovendo invece rinbiarla a più tardi e cioè al momento del rilascio di una concessione edilizia per a importanti variazioni bella sua casa.
Tutta la procedura descritta è l’unica che risulta possibile per trasformare, attraverso gli anni, una rete fognatura di tipo misto in quella separativa. D’altra parte un centro abitato con edifici dotati di reti interne alle case dj tipo misto, non consentirebbe mai di effettuare il cambiamento se non preceduti da rilavori dìi sistemazione dell’intera casa.

Il disegno allegato rappresenta il pozzetto scaricatore essendo una struttura essenziale nella metodologia di fognatura pseudo separativa.

IN PENSIONE

Arrivato ai sessanta anni e soprattutto venendo a mancare una buona collaborazione con il mio nuovo direttore il quale dimostrava qualcosa di simile al dispiacere nel vedere che nella scelta delle soluzioni io arrivavo per primo ma per la verità io non ho mai capito il ma era chiara la mancanza di una fiducia reciproca in tutto il lavoro che compivamo insieme, nonostante il mio desiderio fosse stato quello di restare ancora qualche anno continuando quel lavoro che mi piaceva tanto, fu giocoforza per me fare domanda di andare in pensione e, avendo tutte le caratteristiche per ottenerlo, io dal 1992 sono un pensionato.
Da quel giorno non posso affermare di aver abbandonato l’acquedottistica, al contrario, mi diedi da fare per continuare a seguirla in tutti i modi possibili.
Come primo impegno mi dedicai a descrivere tutta l’esperienza fatta con particolare riguardo per tutto ciò che era da considerarsi progresso tecnico ed economico rispetto agli usi e costumi dei servizi idrici esistenti ed anche di quanto insegnato all’università e quello che risulta nella letteratura e nelle riviste tecniche. In pratica mi sono sforzato di comprendervi tutto quello che in decenni di esperienza avevo fatto allegando disegni, grafici e tabelle fino alla pubblicazione del libro “ACQUEDOTTI – REALTA’ E FUTURO” che poi ho messo in vendita diretta da Amazon con un prezzo tanto basso da essere ridicolo. Io lo ho fatto credendo di stimolarne l’acquisto da parte di tecnici. Invece la verità deve essere contraria e , molto probabilmente, un manuale che costa pochissimo, è considerato un libro che non vale niente. Quei pochi che lo hanno comprato hanno pubblicato delle referenze veramente lusinghiere il che mi ha fatto molto piacere.



Io mi sono interessato a scrivere articoli su riviste tecniche e soprattutto a fare dei piccoli interventi, tra i quali un esempio valido, è stato quello di interessarmi alla soluzione del problema idropotabile dell’Isola d’Elba di cui si può leggere nell’apposito capitolo: La cosa non è ancora finita perché tra breve entrerà in servizio il nuovo impianto di desalinizzazione sul quale io ho pubblicato numerose osservazioni e non mancherò di intervenire qualora si verificasse quello che ho già previsto e segnalato in anteprima.
Oltre a questo ho aperto due siti il primo dei quali “www.acquedotti.it” mi è stato rubato in quanto non riesco più ad aprirlo. L’altro “www.altratecnica.it” tratta in generale la tecnica con particolare riguardo per gli acquedotti.

IL MIO INTEVENTO CONTRO LA DISTRETTUALIZZAZIONE

Un’attività che ho svolto a lungo senza ottenere risultati di sorta è stata la mia contrarietà per la distrettualizzazione.

Si deve constatare come i gestori di acquedotti in generale non seguono affatto il controllo dell’esercizio tramite la verifica teorica del funzionamento della rete interconnessa anche se ai nostri giorni esistono degli ottimi programmi per PC che consentono il calcolo idraulico di strutture acquedottistiche considerate nella loro interezza comprendendo nello schema di calcolo pompe, valvole di riduzione, serbatoi e tutte le strutture sia tubolari sia meccaniche di qualsiasi tipo per cui sarebbe possibile conoscere i difetti ed innanzitutto la presenza e la quantità di perdita d’acqua e pertanto provvedere alla sua eliminazione razionale o almeno riduzione . Già il fatto che per conoscere la propria rete di distribuzione il gestore debba usare la decimazione delle interconnessioni di rete la dice lunga sulla impreparazione degli addetti.

IL risultato è la diffusione a macchia d’olio in tutti gli acquedotto della distrettualizzazione ovverossia la dannosissima suddivisione delle reti in tante piccole sottoreti ognuna alimentata da una sola condotta la quale consente finalmente di conoscere i dati di funzionamento e quindi di provvedere alla operazione di sistemazione delle perdite di ogni distretto.

Ottenuto questo brillante risultato, il gestore si sente soddisfatto nell’avere i serbatoi sempre pien ma non pensa ai gravi danni che ha provocato sacrificando l’interconnessione che precedentemente caratterizzava la rete con tutti i vantaggi che ne derivano.



La cosa peggiore è la fine della razionalizzazione vera degli acquedotti ormai immobilizzati dalla nuova frammentazione.

Io mi sono battuto in tutti I modi contro questo sistema interpellando una moltitudine di studiosi i quali mi rispondevano che il problema era realmente vero ma che ormai non si poteva far nulla. In conclusione la gran parte degli acquedotti è ricoperta da una lapide tombale che li farà restare per lunghi anni in una condizione che definire pessima è dir poco perché sono ormai destinati a restare strutture di vecchio tipo con mille difetti anche se hanno perdite contenute, dai gestori considerate il toccasana. Sarà inutile con la nuova tecnica di cui si detto effettuare progetti di unificazione e miglioramento di reti destinate solo a peggiorare con il passare degli anni e le regioni che sono senza acqua potabile resteranno così per lunghissimi periodi.

SINTESI DELLA TECNICA PERSONALE

Tutto il dispiegamento , pur fatto in breve , della tecnica che mi appartiene, ha dato un’idea di una vita svolta con il piacere di operare in un campo che mi entusiasma in tutte le sue varie forme. Una volta giunto ad una avanzata età risulta logico guardare indietro e riesaminarne i vari aspetti e porsi delle domande sul senso di tutto questo fare per anni ed anni.

A mio avviso gli aspetti positivi sono due .
IL primo è senza dubbio la soddisfazione di aver passato un’intera vista in maniera esaltante essendosi applicato sempre in tutte le attività sia di gioco, di divertimento, di lavoro, di racconto, di disegno oppure di scrittura ,di essersi sempre occupato di cose piacevoli, di grande soddisfazione, di grande interesse per me.
Il secondo aspetto molto importante e comprovato dai risultati nettamente positivi effettivamente ottenuti, è la convinzione di aver sempre creato con la proprio intelligenza e con la volontà, delle opere o delle azioni che fanno parte di quel continuo progresso della vita umana che è sempre derivato da interventi di diverso tipo ma assolutamente della stessa natura, degli stessi concetti fondamentali, di cui si parla in tutte le varie parti del testo.


Dall’altro lato esiste un aspetto negativo che è quello di aver sottratto del tempo che avrei dovuto dedicare alla mia famiglia e soprattutto a mia moglie la quale ha dovuto sopperire personalmente alla esecuzione, oltre agli impegni usuali delle compagne dki vita anche all”esecuzione di molti impegni che avrei dovuto attuare io stesso.

CONCLUSIONI

Io sottoscritto, giunto a questo punto, vorrei concludere in un modo singolare e, pur avendo, con la massima vigoria, pronunciato tutte le parole, nessuna esclusa e che conoscevo per farlo intendere maniera superlativa, ritengo ora che tale mia vigoria possa venir superata da un fatto strano, paradossale come lo è senza dubbio l’aver Impiegato la mia tecnica anche in attività che esulano dalla sua caratteristica fondamentale in maniera tale da non poter considerarla possibile.
Ebbene io nel miei ultimi anni sono arrivato al culmine quando ho usato la tecnica per invadere un nuovo campo di attività e cioè per disegnare dei ritratti che molti hanno definito, sia pur in maniera errata, delle vere opere d’arte.
Infatti io ho disegnato un centinaio di ritratti che un tecnico non sarebbe mai stato capace di fare e, se io lo ho potuto eccezionalmente compiere, é stato soltanto perché anche in quel settore così estraneo alla mia natura mi sono comportato esclusivamente da tecnico quale mi reputo di essere stato sempre .
La spiegazione è presto fatta.
Io ho adoperato esattamente lo stessa tecnica che usavo nel rilevare e riportare in carta i terreni sui quali si dovevano costruire strutture come le dighe o gallerie ed altre componenti di impianti idroelettrici, ma recentemente le ho usate anche per rilevare e disegnare delle fotografie di volti umani ed in maniera perfettamente analoga a quella descritta per i rilievi del terreno.


Adesso, giunto veramente alla fine del mio testo, devo riportare anche una conclusione molto importante perché riguarda il futuro degli acquedotti quale me la figuro io stesso, forse perché deformata dalla mia convivenza con gli acquedotti ma senz’altro ritenuta doverosa, come segue.


Risaltano in maniera evidentissima i grandi progressi che si stanno ottenendo negli studi della moderna acquedottistica, studi molto sviluppati e sviluppabili nell’immediato futuro grazie anche al prodigioso progresso dell’informatica ora giunta a quella vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale cui farà seguito anche la rivoluzione dei concetti base degli acquedotti. Quello che ne risulterà quanto prima sarà la concezione teorica di nuovi acquedotti destinati a risolvere le gravi deficienze che riguardano soprattutto il sud d’Italia dove risaltano anomalie veramente gravi del rifornimento idropotabile.
Le soluzioni che verranno a galla saranno rivoluzionarie e le previsioni che appariranno saranno, secondo il sottoscritto, basate sulla totale informatizzazione del sistema italiano in una unica rete estesa a tutto il territorio nazionale, ben interconnessa per la quale non esisteranno più differenziazioni in nessuna parte d’Italia rispetto a alle altre parti non essendo umanamente possibile che debbano sussistere.
Io personalmente temo che anche questi studi, come del resto sta accadendo attualmente con la distrettualizzazione, siano affetti da gravi mancanze perché, sempre secondo il mio giudizio, questi grandi studi mancheranno inevitabilmente di una caratteristica costante.

Quella vera rivoluzione, pur se necessaria negli acquedotti italiani, non può riuscire bene se non partecipano alle nuove determinazioni e definizioni dettagliate, anche degli studiosi che abbiano vissuto e che continuino a vivere giorno per giorno l’avventura reale degli acquedotti. Senza questa esperienza le avanzatissime soluzioni elaborate restando in ufficio, con estrema conoscenza dei rinnovati studi teorici ma solo da quelli, non riusciranno mai a trovare soluzioni veramente e praticamente efficaci con il pericolo di restare pochissimo utilizzate nella realtà. Il tutto è comprovato dalla più volte descritta distrettualizzazione che oggi perversa.

I prodigio di una tecnica - tre testo di autentico Marcello
0