Fantasmi.

scritto da Di.
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Autore del testo Di.

Testo: Fantasmi.
di Di.

Fantasmi.


“Non sento più niente”.
Fu la prima cosa a cui pensò appena dopo essersi svegliato.
Non si spiegava come fosse possibile, non provava neanche il desiderio di spiegarselo ma era in grado di capire di essere morto.
“Sono morto e sono ancora qui? Ho forse da risolvere delle “questioni” prima di andarmene davvero?”.
Perché in effetti lì era rimasto. Si era svegliato nel suo letto, nella sua stanza. Nessuna paradisiaca beatitudine né alcuna infernale consolazione; quello in cui vagava era soltanto uno stupido purgatorio dove risolvere questioni quando ciò che gli fece abbracciare l'idea della morte furono proprio le questioni da risolvere. Un'atroce delusione: “tutto qui?”.
Sollevò le coperte e fece per alzarsi, notò che aveva su gli stessi indumenti che aveva indossato una settimana prima, nel giorno del suo compleanno. Una festa organizzata senza considerare la sua volontà, a cui aveva concesso la sua presenza piuttosto che la sua partecipazione.
Gli abiti erano sgualciti e maleodoranti, ma poco stonavano in quella camera soffocante e disordinata in cui la trascuratezza regnava sovrana in ogni angolo.
“Ma allora quand'è che sono morto?” Si chiese.
Si avvicinò alla finestra, tirò su la persiana e un'ondata di luce gli crollò addosso. La finestra della sua camera dava sul versante interno del palazzo in cui viveva, ma al quinto piano i raggi del sole riuscivano comunque a oltrepassare le restanti tre strutture del complesso che muravano la sua visuale.
Era una giornata soleggiata, F. abbassò a metà la serranda che aveva tirato su e tornò a sedersi sul letto. Era confuso, la sua testa galleggiava e ogni stimolo proveniente dal suo corpo era alterato in intensità e significato, quest'ultimo, in particolare, perso del tutto. Si tirò su e subito si diresse verso la porta attraversando quella camera resa paradossalmente più angusta dalla luce che adesso ne evidenziava i confini. La porta era socchiusa, bastò spingere per aprirla del tutto e uscire nel piccolo ambiente rettangolare sui lati del quale erano sistemate le poche stanze del suo appartamento.
Sentì dei rumori di pentole e piatti provenire dalla cucina, allora vi si diresse; la porta era rimasta aperta di qualche centimetro, avvicinò un occhio e vide quindi sua madre preparare il pranzo che avrebbero consumato da lì a poco. F. allora ricordò che prima di morire non aveva mangiato per giorni destando da un po' di tempo la preoccupazione dei suoi familiari.
Decise di voler provare l'effetto che la vista di lui avrebbe provocato su sua madre; aprì completamente la porta e rimase lì fermo. La signora Fanella voltò allora il capo verso di lui. Sembrava proprio che si accorgesse della sua presenza tanto era fisso il suo sguardo in direzione degli occhi di F. ma ciò non era possibile, e infatti guardando meglio, F. notò come lo sguardo della madre fosse vuoto, come a fissare un punto dalla cui osservazione non ci si aspetta nulla se non il desiderio di perdere sé stessi in esso.
Guardava nella sua direzione ma lo oltrepassava completamente, forse a fissare la porta del bagno alle sue spalle da cui stava uscendo Martina, sorella di F. Adesso si sentiva impacciato, sapeva che le due donne non avrebbero potuto vederlo ma ora che si trovava lì in mezzo non sapeva come muoversi.
La sorella fece per entrare in cucina, lui si spostò istintivamente e lei poté entrare e sedere a tavola, tutto senza rivolgere una parola né uno sguardo verso di lui.
“Allora è vero. Non possono vedermi. Sono un fantasma”.
Non c'erano più dubbi, si diresse in camera sua e mentre vi entrava sentì la madre scoppiare in lacrime:” non c'è più” diceva a denti stretti come se la bocca volesse trattenere parole impetuose spinte dal cervello per non permettere, al cuore, di accettarle.
“Non c'è più!” esplose urlando in tono disperato. “Dov'è mio figlio?”. Si sentì un fracasso di pentole e stoviglie che cadevano e si facevano in frantumi mentre un pianto disperato spaccava la casa. Riuscì anche a sentire sua sorella che tentava di consolare sua madre:” non abbatterti mà. Troveremo una soluzione”.
“Quale?” si chiese F. nell'inquietante silenzio della sua camera, “quale soluzione potreste trovare? Sono MORTO” scandì in tono fermo, “sono morto, e i morti non tornano in vita”.
Dicono che i fantasmi hanno dimora fissa, ed è solo uno il luogo che possono infestare. Pur sapendo questo, il fantasma di F. decise di scendere in strada.
Aspettò che non ci fosse nessuno in giro per casa; sentì dei rumori provenienti dalla parete laterale della sua stanza e capì che la sorella era in bagno; il lavandino aperto e il rumore dello sfregamento delle spugne contro l'acciaio delle pentole gli suggerirono che sua madre stava lavando i piatti in cucina.
Si fiondò verso il portone, lo aprì e lo richiuse velocemente alle sue spalle.
La signora Fanella volse lo sguardo verso il bagno, la porta era aperta e rivolgendosi verso la figlia: “cos'è stato?”, Martina si affacciò prima a guardare il portone con ancora in mano lo spazzolino e la bocca sporca di dentifricio, poi, guardando la mamma sollevò le spalle, e la poverina si rimise, turbata, a lavoro.
Scese velocemente le scale, arrivato al piano terra vide il portone spalancato lasciato così dagli addetti alle pulizie per far asciugare il pavimento dell'ingresso che in effetti era bagnato. Uscì in strada, dove c'era folla, confusione e un gran casino. Si mise a vagare sul marciapiede che costeggiava la strada sulle cui corsie erano momentaneamente allestite le bancarelle del mercato. Poteva sentire grida, schiamazzi, venditori che vantavano a squarciagola la qualità e il prezzo delle loro merci; signore contrattavano sul prezzo con i mercanti; uomini che non dovevano farsi fregare e tutto questo fracasso rimaneva in sottofondo.
Scavalcò con indifferenza l'abituale barbone che sedeva a chiedere l'elemosina appena all'inizio della rampa che dalla strada portava all'ingresso del supermercato, e a cui quand'era vivo lasciava sempre qualche spicciolo. Neanche lui si accorse di F.
Poi, all'improvviso, mentre continuava a vagare senza una vera meta si sentì “stanco”, come “affaticato”, come se stesse per svanire; pensò allora che quell'area non era di sua competenza da spettro, che forse sarebbe dovuto tornare a casa sua e infestarla fino a quando non avesse risolto tutto.
E così fece.
Cominciò a correre verso casa, lo fece dando l'impressione di star fuggendo da qualcosa. Come se volesse andare più veloce di qualcosa che lo stava inseguendo, per distruggerlo. Non doveva farsi prendere.
Poco prima di entrare nel palazzo ebbe come l'impressione che una signora anziana lo stesse fissando. Era una vecchietta come tante altre, che reggeva con una mano la busta della spesa appena riempita. Dietro di lui c'era solo il muro quindi era sicuro: “mi vede. Ed ha paura”. Vide la donna portarsi la mano libera sul petto a toccarsi il crocifisso che teneva legato al collo: “devo tornare a casa” si disse mentre si voltava per attraversare il portone ancora aperto.
Arrivato all'ultima rampa di scale poté sentire il portone di casa sua richiudersi. Erano più o meno le quattro, probabilmente si trattava di suo padre che rincasava da lavoro.
Dall'appartamento, infatti, risuonava la sua voce: “Amanda, dov'è F.?” chiese alla moglie. A questa domanda non vi fu risposta. Poté solamente sentire i passi veloci della madre che correva verso l'ingresso ad abbracciare il marito per poi scoppiare in lacrime.
“Mi ha chiamato. Per abitudine” pensò F.
“Ma io non esisto più”.
Si rese conto di quanto vuoto vivesse adesso che non poteva fisicamente più rispondere in maniera nervosa alle solite scoccianti domande o troppe attenzioni dei genitori; la noia causata dalle abitudini è un privilegio ed è data per scontata più di quanto lo siano le cose perse stesse.
Ma la cosa che attanagliava F. in questo momento era il fatto che non “provava”. Stava pensando ad un sentimento che avrebbe dovuto provare se fosse stato vivo in quell’attimo, stava cercando di razionalizzare un'emozione.
“Questo è terribile” affermò “è quindi questa la mia vera maledizione?”
Dal portone intanto usciva sua sorella; gli venne istintivo spostarsi, ma subito, ormai rassegnato e cinicamente consapevole, rimase fermo dov'era, nella stessa posizione, sapendo che nessuno ormai poteva più vederlo. Martina esitò al portone guardando verso di lui, con un'espressione piena di domande. Si riprese e cominciò a scendere le scale dimenticando il portone aperto. Allora F. rientrò chiudendosi velocemente il portone alle spalle e dirigendosi altrettanto rapidamente nella sua camera.
Appena seduto alla sua scrivania, fu distratto dal cellulare che vibrava, e sul display compariva il nome della sua ragazza. Era molto incuriosito, immaginava, ovviamente, che la sua ragazza sapesse della sua morte; avrebbe voluto rispondere ma era profondamente convinto che gli spettri non potessero toccare gli oggetti. Poi si corresse, pensò ai vestiti che indossava, alle porte che aveva aperto e allora ci provò e riuscì a prendere il cellulare tra le mani. Rispose. Ma non riuscì a dire nulla; un po' perché sapeva di essere morto e di non poter parlare, un po' perché non aveva assolutamente niente da dire.
“Pronto?” sentì dire dall'altro capo, “F. ci sei? Ti prego rispondimi.” diceva una voce teneramente implorante. “F. so che ci sei, se non puoi parlare parlerò io. Ci sono delle cose che devo dirti e che è giusto tu sappia” ascoltava freddamente mantenendo il cellulare all'orecchio. “Ti ho chiamato più volte, ti ho scritto non so quanti messaggi. Stavo pensando e ripensando a noi. A come potremmo crescere nostro figlio” F. rimase sorpreso a sentire queste parole, a scoprire che aveva o stava aspettando un figlio dalla sua ragazza. “Non credo sia giusto. Non credo nemmeno sia possibile” diceva la voce che cominciava ad essere strozzata dal pianto. “E' troppo pesante, chiamami vigliacca. È insano per il bimbo. Non credo sia tu l'uomo che dovrebbe chiamare papà” la voce continuava piangendo ormai disperatamente. Adesso F. era spiazzato. Non capiva molto bene cosa stesse succedendo. “Ti prego dì qualcosa. Dimmi che ci sei. Disperati per quello che ti dico. Dimmi che ti sto facendo male, cazzo!” La voce era ormai incomprensibile, dall'altro capo invece, nella stanza di F. ciò che si percepiva era l'indifferenza. Prima la sorpresa e l'incomprensione per quelle parole, certo, ma nessuna di esse scalfì realmente alcunché. Chiuse. Non sentiva niente. Aveva dimenticato l'amore per lei e la responsabilità futura di un padre. Tornò nel suo silenzio voltandosi con la sedia verso lo specchio e ciò che vide era inquietante anche per uno spettro come lui.
La figura riflessa, quella che doveva essere la sua ombra, si alzò dalla sedia mentre lui era ancora fermo, seduto. Il riflesso aveva movenze inumane, si muoveva a scatti, un'articolazione dopo l'altra, un passo goffo verso l'altro. Era grottesca e terrificante, sfumata a tal punto da dare l’impressione di vaporizzarsi da un momento all’altro; eppure rimaneva presente, non andava da nessuna parte se non verso di lui. F. era fermo, impallidito sulla sua sedia. La figura si avvicinò al vetro dello specchio dopo molti miserabili movimenti per raggiungerlo. Bussò due colpi. Toc. Toc. Lo fissava dritto negli occhi con quelle bare che dovevano essere i suoi di occhi ma che avevano, ormai da tempo, lasciato spazio solo a un nero, interminabile, vuoto. Lo assaliva senza poterlo nemmeno toccare, era quanto di più spaventoso si potesse immaginare: era lui ma ne aveva paura.
La figura parlò. Con una voce da far raggelare anche l'inferno. Un sospiro più che altro. E in esso cercava di articolare suoni che somigliassero a parole. Orrenda.
“N-o-n s-o-n-o i-o” disse. Si fermò per riprendere fiato ed emettere un altro di quei sospiri
“T-u n-o-n g-u-a-r-i-r-a-i”.
Gli diede le spalle, si allontanò così com'era arrivata ossia con sciocchi e patetici movimenti verso il riflesso della sedia nello specchio. Si sedette. Sembrò riconformarsi alla sagoma di F. che intanto era diventato bianco in viso con una doccia di sudore che gli ricopriva la fronte.

Da lì, tutto successe troppo in fretta.
Appena la figura riprese posto, il padre di F. irruppe nella stanza, spalancò la porta, lo afferrò per un braccio. Prima che potesse chiedersi come fosse possibile, come faceva il padre ad afferrare un fantasma, si vedeva già trascinato fuori dal palazzo, verso la macchina. Alcune persone si avvicinarono, colpiti dalla violenza di quei gesti, per chiedere spiegazioni ma bastò “sono suo padre” per azzittirli tutti.
A differenza della madre, di sua sorella e della signora del mercato che pur avevano dato l'impressione di vederlo, suo padre non mostrava paura né disperazione né tanto meno pietà. Si fosse ribellato avrebbe tranquillamente fatto in modo che ragionasse a suon di pugni. Lo mise in macchina, mise in moto, e partì.
Viaggiarono per una ventina di minuti, tempo che impiegarono per arrivare in una via del centro. Il signor Fanella parcheggiò proprio davanti al palazzo in cui i due entrarono senza possibilità di esitazione. Salirono al secondo piano e si imbatterono in una figura di un uomo che dava l’impressione di star aspettando proprio loro: alto, moro, con qualche riflesso argento a colorare i suoi capelli, uno sguardo rassicurante e pieno di quella serenità tipica di chi l’ha conquistata più che averla avuta in dono.
“La prego aiuti mio figlio” implorò con trasbordante dignità il signor Fanella.
Il volto dell'uomo si illuminò di uno spontaneo sorriso; pregò il signor Fanella di sedersi e di attendere, pose una mano sulla spalla di F. e gli sussurrò: “io ti vedo”.
Lo fece entrare in un'altra piccola stanza, all’apparenza sterile: al centro vi era una scrivania, una poltrona da un lato e una sedia dall'altro. L'uomo fece segno a F. di accomodarsi sulla sedia, e lui obbedì senza chiedersi più nulla.
Dopo aver preso posto sulla sua poltrona, l’uomo esordì:
“Allora, giovanotto. Di cosa mi vuoi parlare?”
F. in un primo momento non riuscì a rispondere; erano molte le cose che oggi non riusciva a capire, si stava quasi abituando alla sua nuova “vita” da spettro, pensava, perché no, che avrebbe potuto funzionare una volta accettata; la sua espressione era sempre la stessa, ferma, amimica. Ma questa volta, c'era una lacrima, una singola lacrima che sembrava inondare il suo viso e che si dipartiva da una fonte povera che cela però la speranza dopo un lungo periodo di siccità.
I suoi occhi cambiarono espressione, le sue labbra finalmente si schiusero:
“f..fa..FANTASMI”.

Fantasmi. testo di Di.
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