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Come i “pastori” del D’Annunzio
anch’io m’accingo
al cammin di vita mia,
e il proseguir per pascoli silvestri
mi porta ad affrontar
la maestosa e potente Signora.
Odo l’arguto suo sibilo,
in vetta l’angelo m’attende.
L’odor suo, di prati verdeggianti
e di suolo terroso, mi chiama:
vuol rendere la salita mia
leggiadra e silenziosa.
Si fa astuta la Signora,
mi invoglia a proseguir il sudato cammino
duro, è l’arrivar a quella vetta,
che ancor lontana si tiene alta:
come pinnacolo d’una cattedrale.
L’alato mi osserva,
il viso suo, scolpito nel tempo,
conserva senza pena
l’espressione immutabile,
“sine tempore”.
Improbo tragitto
che all’eternità aneli sapiente
mi stai dunque conducendo
per vie giuste con rettitudine?
Poc’anzi, furon presenti più sentieri:
chissà… [ se afferrammo il giusto]
M’accorgo, o Signora, che
doverti scendere è dottrina venefica.
Affascinante è l’ascesa per terreni acclivi
ma dotti entrambi, mia Signora,
e conoscenti dello scibile, sappiam
l’onesta verità: sentieri acclivi son più facili di sciolte scese.
Dopo tant anni
raggiunsi la tua vetta, o mia Signora.
S’accinse verso me l’alato,
(mi prese per mano),
e anch’io venni scolpito
con espressione “sine tempore”:
da colui che fu: l’Alato dell’Eterno Sonno.