Lui… se c’era lui non avevo paura.
Non conoscevo il significato di quella parola che faceva tremare adulti e bambini. Mi sentivo come se fossi in grado di poter fare tutto. Era davvero così? La realtà era dannatamente diversa. Ciò che consideravo la mia forza si trasformò, ben presto, nella mia peggior debolezza. Ci incontrammo per la prima volta nel bar dove lavoravo durante l’estate. Quella sera dovevo prendere il posto di una mia collega malata, così mi trattenni fino a tarda notte nel locale. Quando finalmente finii il turno notai un cliente insolito. Il posto in cui lavoravo era noto per la grande quantità di alcol che girava, diversamente da altri locali che si trattenevano nel dare troppi alcolici ai clienti fin troppo ubriachi per riuscire a distinguere il nero dal bianco. Ero abituata a persone, uomini o donne che fossero, che non riuscivano nemmeno a reggersi in piedi per quanto ubriachi fossero, ma era come se lui non avesse preso in mano nemmeno un bicchiere. Mi avvicinai lentamente a lui mentre la musica pian piano diventava meno forte “mi scusi, stiamo chiudendo. Vuole che le chiami un taxi?” feci la solita domanda, anche se si notava fin troppo bene che non ne avesse bisogno “no, grazie, camminare mi farà distrarre. Buonanotte” disse uscendo dalla porta come se nulla fosse. Lo considerai strano ma non ci feci più di tanto caso. Da quella volta, ogni sera, lasciavo il locale ritrovandolo sempre nello stesso posto, sempre sobrio, sempre con la stessa espressione vuota negli occhi. Fu così per un intero mese. Sempre il primo a venire e sempre l’ultimo ad andarsene. Non comprendevo il suo comportamento e, all'inizio, non m’interessava minimamente. Lui era lui, io ero io. Ma una sera non riuscii a trovarlo tra la folla. Quella sera non venne. Così la sera seguente, e quella dopo, e quella dopo ancora. Senza accorgermene iniziò ad incuriosirmi e ad interessarmi. Desideravo capire del perché quegli occhi così cupi occupassero la mia mente così tanto. Passarono due settimane e di lui nemmeno l’ombra. La sua immagine scomparve dalla mia mente, lasciando solamente una sagoma sbiadita.
Dopo il mio solito turno di lavoro, percorsi una strada secondaria per tornare a casa. Solitamente mi sentivo stanca e priva di forze, ma quella sera avevo davvero bisogno di un po’ d’aria, così scelsi la strada più lunga per tornare. Fu lì che lo vidi, colui che perseguitava i miei pensieri e che inconsciamente era andato ad occupare un posticino nel mio cuore. Era sul bordo del ponte, con lo sguardo basso e le mani sulla ringhiera di ferro. Un urlo disperato uscì dalla sua bocca, una lacrima solcò il suo viso e il suo corpo iniziò a tremare. Quell'immagine si impresse nella mia memoria mentre, come un disco rotto, il suo urlo si ripeté nella mia mente più e più volte, troppe per essere contate. Senza rendermene conto arrivai esattamente dietro di lui, immobile come una statua. Allungai un braccio, poi l’altro, lo girai e lo strinsi forte tra le mie braccia. Ciò sorprese più me che lui. Il perché feci così quel giorno non mi era ancora chiaro. Desideravo solo tenerlo stretto per non farlo più scappare via. Volevo davvero che stesse meglio. Lo guardai in volto. Gli occhi lucidi, le guance arrossate e un’espressione indecifrabile. Un respiro profondo uscì dalle sue labbra “perché tu…” “per favore, non stare male” dissi interrompendolo “non sei nessuno, eppure pretendi di fare richieste?” quelle parole furono dure da sentire e ancor di più da mandare giù, ma ciò non mi fermò “non sono nessuno, questo è vero, e non conto di diventare qualcuno per te ma non mi piace vedere la gente soffrire davanti ai miei occhi, non posso fare a meno di intromettermi. Chiamami ficcanaso o come più ti pare, ma non chiedermi di girarmi dall'altra parte e far finta che tu stia bene perché non posso proprio farlo!” cosa mi stava succedendo? L’incontro con questa persona non aveva significato nulla per entrambi; doveva essere soltanto una delle tante facce che entravano nel locale, pagavano e poi uscivano, e allora perché mi trovavo lì? Feci un respiro profondo e continuai, più rilassata di prima “se ti senti solo, se ti è successo qualcosa di bello o di brutto, se hai voglia di parlare o semplicemente di sfogarti dovresti parlare con qualcuno, e se non hai nessuno puoi sempre farlo con me. Non ci conosciamo, ci saremmo scambiati si e no due parole in tutto il mese, ma proprio per questo dovrebbe essere meno imbarazzante con qualcuno che non ha nessun significato per te. Quindi, per favore, non essere triste e ritorna a sorridere come prima” dissi tutto sinceramente, nascondendo in quelle parole la vera ragione per cui volevo che tornasse ad essere felice. Non perché io fossi una brava persona, non perché mi preoccupassi per le altre persone, non era nemmeno perché volevo che il locale acquistasse una certa fama; era puro e semplice egoismo. Speravo che, con questa mia richiesta, mi mostrasse un nuovo lato di lui che nessun altro poteva conoscere. Lo lasciai da solo e, senza ricevere una sua risposta, me ne andai via. La sera dopo lo ritrovai al solito posto, ad aspettarmi. Non parlammo più di ciò che successe la sera precedente ma con mia grande sorpresa ricevetti un grazie pieno di gioia e di felicità. Da quel giorno ritornò sempre più spesso al locale. Lui si sfogava e io iniziavo a conoscerlo di più. Molte volte capitava di parlare normalmente solo per soddisfare la curiosità di uno dei due sull'altro. Iniziai davvero a provare qualcosa per lui iniziando a desiderare di vederlo ogni giorno, sette giorni su sette e ventiquattro ore su ventiquattro, ero davvero cotta. Passarono i mesi, l’estate finì e ripresi i miei studi all'università. Capitava, alcune volte, che fossi io a sfogarmi ma sembrava come… infastidito da questo comportamento. Quando capii questo iniziai ad evitarlo il più possibile. Sapevo che tipo di donna gli piaceva, quali atteggiamenti gli piacevano e quali no, così iniziai a fare tutto ciò che era in mio potere per conquistarlo. Le mie fatiche vennero ripagate.
Mentre eravamo sul divano di casa sua a guardare un film presi il telecomando e spensi la TV, non volevo inutili distrazioni “perché lo hai fatto?” “Matt –iniziai- vorrei parlarti seriamente per una volta, se me lo permetti” lo guardai negli occhi e continuai “non ho mai fatto una cosa del genere, quindi vorrei la massima attenzione. So di non essere una persona raffinata, so anche che qualche volta –quasi sempre- posso risultare insopportabile ai tuoi occhi, ma se solo mi permettessi di restare al tuo fianco, se solo potessi anche solo guardarmi come una donna e non solo come una confidente, allora ti dimostrerei quanto davvero io valga. Quello che intendo è che tu mi piaci davvero. Non so dirti in cosa diventerà in futuro, se crescerà e diventerà sempre più forte o andrà scemare via via che passa il tempo, ma ora so per certo che è così” feci un respiro profondo e osservai il suo viso inespressivo attendendo una risposta. Il silenzio mi stava uccidendo, la paura e la speranza giocavano un ruolo fondamentale nel mio cuore quella sera “quindi? Che dovrei fare ora?” chiese sminuendo il valore di quelle mie parole “cosa provi per me? Come mi consideri? Potrei diventare qualcuno per te nel corso del tempo? Sono solo… un gioco?” persi la voce pronunciando l’ultima parola “se ti dicessi che è così? Cambierebbe qualcosa per te?” “no” un sorriso si dipinse sulle sue labbra prima di avvicinarsi e baciarmi. Per la prima volta, quella sera, lo facemmo facendo scaturire ogni emozione, ogni sentimento provato. Mai mi ero sentita via prima di quella volta, da quel giorno potevo davvero dire di non aver bisogno di nient’altro oltre a lui e a suo amore, anche standogli accanto, anche solo tenerlo per mano mi rendeva davvero nervosa e felice allo stesso tempo. Fu proprio quello l’inizio della mia fine.
Passò un anno. La nostra relazione era davvero perfetta. O, forse, era solamente l’inferno travestito di bianco. Passarono altri sei mesi e quando Matt mi chiese di sposarlo la mia felicità raggiunse valori altissimi, non potevo davvero desiderare altro dalla vita. E presto, l’uomo che amavo, sarebbe davvero diventato mio. Così iniziammo i preparativi per il futuro matrimonio. Mi impegnai per tre lunghi mesi. La sera, quando tornavo a casa dal lavoro desideravo un suo bacio o un suo semplice sguardo dolce per potermi rallegrare ma, prontamente, lui non era a casa. Passavo le notti da sola, aspettando davanti alla finestra che tornasse per potergli dire “bentornato”, come una brava moglie poteva solo fare; volevo accoglierlo con il suo piatto preferito e dirgli che avevo lavorato sodo solo per lui. Iniziai ad aspettarlo notte dopo notte, sera dopo sera ma quando arrivavano le cinque la stanchezza prevaleva e non riuscivo a resistere. Durante il giorno, mentre era a casa, lo colmavo di attenzioni, pulivo la casa fino a farla brillare per poterlo tenere al mio fianco, per non farlo andare via. Ormai non mi toccava più. Non riuscivo nemmeno a ricordare com'era stata l’ultima volta che mi abbia anche solo detto “ti amo”. Forse, non c’era nemmeno mai stata. E fu in quei giorni, in quelle sere che iniziai a capire che per lui ero davvero quel giocattolo che sarebbe restato sempre lì, ad aspettarlo. La cruda realtà era stata rivelata eppure ero ancora in quelle quattro mura che, ormai, consideravo come una prigione per me stessa.
Arrivò il giorno tanto atteso. Le damigelle con vestiti color pastello, gli invitati seduti alle panchine e lo sposo che attendeva all'altare. L’organo compose le prime note e tutti si alzarono in piedi per me. Mentre mi incamminai verso l’altare, tutti gli occhi erano puntati su di me tranne quelli dell’unica persona di cui mi importava davvero. Il mio futuro marito guardava una delle mie damigelle, probabilmente quella da cui andava tutte le sere. Percorrendo la navata ebbi il tempo di pensare alla nostra storia. Ero sempre stata solo una persona con cui si poteva confidare e non una persona che poteva amare veramente. Guardai lei, poi guardai lui. Gli sguardi pieni di passione, sguardi che a me non aveva mai rivolto… adesso potevo davvero capire. Mi diressi verso la ragazza, le diedi il bouquet e la condussi per mano vicino a Matt. Li misi uno di fronte all'altro e diedi un leggero bacio sulla guancia a lei “cosa stai facendo?” chiese l’uomo abbastanza sorpreso dal mio comportamento, del resto come tutti i presenti “non posso farlo, Matt, perdonami ma non posso più stare a guardare. Se è lei la donna che desideri sposa lei, non sposare me. Facendo così mi ferirai più di quanto tu non abbia già fatto. Louise, te lo affido” mi voltai e iniziai ad incamminarmi verso il portone “Lily, aspetta!” sentii l’urlo di Matt, ma era troppo tardi. Iniziai a corre lasciando la sala e andandomi a rifugiare sul marciapiede davanti alla struttura. Un uomo passò di lì e mi notò, forse il primo che mi abbia mai davvero guardata in tutta la mia vita “perché una principessa così bella, si trova in un posto così brutto?” chiese sorridendomi dolcemente. Era così gentile che il mio cuore non resse più e le lacrime uscirono sempre più numerose. Ogni lacrima che versai davanti a quello sconosciuto, era un pezzo del mio cuore frantumato. Volevo solo scomparire mentre il mio cuore voleva esplodere per quanto faceva male tutto quello. Se ora qualcuno mi facesse la domanda “se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?” io risponderei di no, perché solo dopo aver conosciuto l’inferno del mio cuore ho potuto trovare qualcosa di ancora più prezioso. Adesso posso dire di essere felice e di poter combattere insieme ad un’altra persona a cui è davvero importato di me, anche senza conoscermi.
L'inferno del mio cuore testo di Kitty-01