Il sabato sera era stato come al solito un disastro: un quantitativo imprecisato di alcol e pochi ricordi, tutti confusi. Il ragazzo si svegliò con la testa che pulsava e la bocca secca. La luce del mattino che filtrava attraverso le tende della sua camera gli fece socchiudere gli occhi. Si alzò a fatica dal letto, cercando di ricordare come fosse arrivato a casa e come fosse già arrivata la domenica mattina.
Da quando le lezioni erano finite le notti brave erano diventate un’abitudine alla quale non aveva intenzione di mettere un freno. Avrebbe avuto tutta una vita – si diceva – per mettere la testa a posto. Mentre si dirigeva verso la cucina per un bicchiere d’acqua, notò un movimento dietro una delle tende bianche. Si fermò, fissando il tessuto che ondeggiava in modo innaturale e osservandolo scurirsi in alcuni punti, quasi come se stesse bruciando.
Si avvicinò precipitoso temendo un cortocircuito di qualche tipo.
Allungò una mano verso la tenda e la scostò.
Dietro il velo, una figura mostruosa lo fissava con un paio di occhi incandescenti. Il corpo bruciava come un tizzone ed era ricoperto da tessuto carbonizzato attraversato da crepe ribollenti. Ad ogni minimo movimento che faceva, anche solo respirando, la creatura rilasciava scintille e vapore nell’aria circostante. Il ragazzo, improvvisamente investito da un calore innaturale e paralizzato dal terrore, riuscì a malapena a sussurrare: “Chi sei?”.
La creatura si avvicinò. Con la voce rovente, quasi gli arrivassero in volto sbuffi da una fucina in piena attività, questa rispose: “L’Estate”.
Il ragazzo sentì il calore crescere ancora di più quando le fiamme lo circondarono. Chiuse gli occhi apprestandosi a venirne consumato; tuttavia, quando non avvertì alcun dolore si riebbe, sbigottito.
Era di nuovo al bar, circondato dai suoi amici, un bicchiere vuoto in mano.
La musica suonava forte e le risate riempivano l’aria.
Confuso, si guardò intorno e il barista gli fece un cenno, sornione. “Lo riempio ancora?”, chiese, allungando un indice verso il bicchiere.
“No, sono a posto così” sentì se stesso dire.
“Ottima idea”, gli rispose l’altro sorridendo.
Poi l’uomo si passò la lingua sulle labbra, e ciò che gli parve di vedere – piccole braci incandescenti come caramelle da succhiare, e fumo, tanto fumo, quasi una fornace – gli fecero passare la voglia di proseguire la serata. “È meglio che mi incammini”, disse agli altri.
Uscì dal locale e si diresse a casa.
Estate testo di Cara Catastrofe