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L'ultimo giorno normale prima dell'addio
Ricordo ancora quel mattino a Lubiana.
Io indossavo la mia uniforme,
tu il tuo camice bianco.
Due vite spese per gli altri:
io a vegliare i cieli,
tu a custodire il respiro fragile dei bambini
nell'Ospedale Pediatrico.
Avevi il volto un po' più stanco del solito,
ma i tuoi occhi conservavano quella luce gentile
che sapeva rassicurare chiunque.
Mi sorridesti.
E quel sorriso,
allora,
mi sembrò eterno.
«Ci vediamo dopo»,
dicesti piano.
Parole semplici.
Parole innocenti.
Le stesse che milioni di persone
si dicono ogni giorno
senza sapere
che il destino è già entrato nella stanza.
Poi il tempo cambiò volto.
Arrivò la diagnosi.
Un male silenzioso,
spietato,
incurabile.
Il medesimo dolore
che avevi visto tante volte negli occhi dei genitori,
entrò nella tua vita
senza chiedere permesso.
Tu,
che avevi lottato per tanti bambini,
fosti costretta a combattere
la battaglia più ingiusta.
Ed io continuavo a volare.
Sorvolavo montagne,
mari,
confini lontani.
Ma per la prima volta nella mia vita
mi sentii impotente.
Un pilota può sfidare le tempeste,
attraversare la notte,
affidarsi agli strumenti
quando tutto intorno è buio.
Ma non esiste una rotta
per salvare la persona che ami.
Non esiste un aeroporto
dove atterrare
per fermare il tempo.
Ti vidi consumarti lentamente,
eppure continuavi a sorridere.
Continuavi a chiedermi dei miei voli,
dei tramonti sopra le nuvole,
come se la tua anima
volesse ancora proteggere la mia.
E io avrei dato le mie ali,
i miei anni,
ogni cielo attraversato,
pur di restituirti un solo giorno di vita.
Poi arrivò quel giorno.
L'ultimo.
Il mondo continuò a girare,
gli aerei continuarono a decollare,
il sole sorse ancora su Lubiana.
Solo il mio tempo si fermò.
Perché compresi che esistono addii
dai quali non si ritorna.
Da allora,
ogni volta che volo sopra la Slovenia,
i miei occhi cercano istintivamente la città.
Cerco un ospedale,
una finestra illuminata,
l'ombra di una donna in camice bianco.
Cerco te.
La dottoressa che dedicò la propria vita ai bambini.
La donna che mi insegnò
che la vera grandezza
non è toccare il cielo,
ma saper alleviare il dolore degli altri.
E allora comprendo
che non sei scomparsa.
Sei nel sorriso di ogni bambino salvato,
nelle mani che hai stretto,
nelle lacrime che hai asciugato.
E sei soprattutto qui,
dentro di me.
Perché ci sono persone
che nemmeno la morte riesce a portarci via.
Continuano a vivere
nei nostri silenzi,
nelle nostre nostalgie,
nelle notti in cui alziamo lo sguardo verso le stelle.
E io,
pilota tra le nuvole,
porto ancora il tuo nome nel cuore.
La mia Caterina.
La donna che salutai un giorno
con un semplice:
«A dopo.»
Senza sapere
che alcuni addii
non finiscono mai.
E che alcuni amori,
anche davanti a un male incurabile,
continuano a volare
per l'eternità.
© Johann Lubeck