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Oggi, 21.07.2026
Mi ha detto: «… Devi bere se non vuoi morire disidratata, Giulietta!». E io in quel momento ho pensato: “Aah dottor Londro! E come te lo dico... che è proprio morire quello che voglio.”
Già, come glielo potevo dire!
Il dottor Londro è una cara persona prima di essere un caro dottore. Mi ascolta. Ha pazienza, sia quando lo consulto al telefono, sia quando vado allo studio, sia quando viene a casa e mi visita. Non mi mette mai fretta quando le parole non mi sovvengono e non riesco ad andare avanti a dirgli quello che dentro mi sento; a dirgli di tutti quei doloretti che soprattutto di sera mi vengono ad assillare e non mi fanno prendere sonno. O quando mi ritrovo ad avere 11 anni, 12 anni, 13 anni. O 4 anni, e mi ritrovo a chiamare mia madre nel cuore della notte pensando che si sia scordata di venire a darmi la buonanotte. Che poi non so se l’abbia mai fatto, sinceramente.
Mi consiglia, mi prende in giro garbatamente, e mi guarda come se fossi sua madre. E data l’età potrei benissimo essere sua madre. Ho 80 anni suonati, cavolo e cavoletti di Bruxelles! O 70!?… No no no, ne ho 80. Oggi, mi è tutto stupendamente chiaro: ecco, guardo fuori dalla finestra, il sole è alto, le auto scorrono veloci, e so esattamente dove mi trovo e come sono giunta fin qui dal mio paesello. Vabbè, i ricordi a volte giocano brutti scherzi. E se la nebbia che ho in testa, a volte è fitta, a volte è diradata, beh non credo sia il caso di allarmarsi. Alla mia età ci sta che qualcosina dimentico. D’altronde sono sempre stata sbadata. Perciò di che dovrei preoccuparmi, ora?
Comunque, se avessi avuto 40 anni di meno, forse forse un pensierino sul bel dottorino impeccabile nel suo camice bianco immacolato avrei potuto farcelo, perché no! E al diavolo, tutte quelle malelingue e maldicenze dei miei coetanei e soprattutto coetanee, che già solo a pensarlo dovrei cospargermi il capo di cenere... già, e magari perché no anche di salsa barbe barba barbacù. Che poi, dico io: sta salsa che non so nemmeno come diavolo si dice e come diavolo si scrive... ma che schifezze t’inventano al giorno d’oggi? Sti giovani ne mangiano di intrugli preparati chissà con quali e quante porcherie. Sempre fuori la notte a far bisboccia e a trangugiare birre su birre, e per finire… il grappino barricata, no! Se non li avessi sentiti con le mie orecchie non avrei creduto di quanto questi giovani siano eccelsi intenditori di grappe, grappini e grappette. E poi fanno storie quando sotto il loro muso metti un bel piattone di pasta fatto in casa e dicono che non possono mangiare tanto altrimenti poi gli vien il mal di pancia: per non dire che le loro pance rischiano di diventare mongolfiere.
Che strano è oggi essere giovani. È una gioventù un po' delicata e po' ruvida. Un po' spersonalizzata. Un po' disincantata. Un po' incazzata. Ai miei tempi noi ce ne pappavamo due di piattoni di pasta. Altro che mal di pancia, o pancia dilatata. Certo dopo non ce ne stavamo stravaccati a poltrire guardando la televisione o incollati a quei dannati aggeggi che hanno sempre tra le mani. E non stavamo a sgranocchiare patatine e schifezze varie. Beh, sì, certo, erano altri tempi. È vero, erano i miei tempi, per essere precisi. E non per essere una patetica nonnina nostalgica di un passato che comunque faceva schifo quanto l’oggi, ma posso asserire a gran voce che ai miei tempi noi eravamo più belli, più naturali, più genuini, con più più stile, con più classe, ma maledizione poco inclini alla disobbedienza. Non per niente ribadisco sempre ai giovani d’oggi: siate in allerta a chi vi vuole imbavagliare. E non piegatevi al volere di chi vi vuole diversi da quello che siete. Fate sentire le vostre ragioni. Dite a chiunque vi dà un consiglio, magari non richiesto e preceduto da una retorica paternale: “grazie del consiglio, ma so sbagliare da me”. Combattete, combattete per quello che desiderate, per i vostri sogni, a costo di ritrovarvi soli e senza una lira in tasca. Se penso agli anni che ho trascorso insieme a Ludovico senza che avessimo un soldo, vivendo alla giornata per racimolare un boccone. Eppure… non sono morta! Oddio, forse senza un euro in tasca, oggi come oggi, ammetto che non è una bella e augurabile situazione; però senz’altro capiranno che scendere a compromessi comporterà farsi una attenta e lucida analisi tra ciò a cui aspirano e la realtà dei fatti. Non a tutti sarà concesso scegliere nella vita.
Per fortuna che il bel dottorino: il dott. Alberto Maria Londro, non ha quell’aria di superiorità che contraddistingue il padre: l’Innominabile. Sì, ormai in famiglia è soprannominato l’Innominabile, perché si sarebbe permesso di dire, a mio nipote, - e menomale che anche lui, chissà come, non ha ereditato nulla geneticamente da quell’inetto, e buono a nulla, e miserabile, di suo padre, nonché mio fratello... e pace all’anima sua ormai ovunque si trovi – insomma, si sarebbe permesso di dirgli: “Sono io quello che decide qua se tu puoi continuare a stare nella mia equipe o a esiliarti in qualche sgabuzzino di reparto”. Ma tu guarda se questi sono modi di parlare di un medico d’alto rango. D’alto rango, poi… come se non sapessimo di chi è figlio! Figlio di uno scaricatore di cassette ai mercati generali. Niente di male, per carità! Ma che non se ne vergognasse... e anzi ne andasse fiero dei sacrifici che ebbe a fare quel grande uomo di suo padre per farlo studiare. Se fossi stata presente io, gliene avrei dette quattro a quel… a quel cafone, a quello zoticone, a quel “arricchisciuto” spocchioso di un parvenu inutile.
Aah, il dottorino mio invece è tutt’altra pasta. Se no, col cavolo che me lo sarei tenuto come medico di famiglia! Ma siccome l’Innominabile: il prof Luigi Londro, medico chirurgo specializzato in ortopedia e traumatologia, è attualmente primario, il dottorino mio non se la prende a male se gli parlo di mio nipote: di quanto è bravo, diligente, preparato, con 110 dieci e lode alla laurea. E capita così che non manco di prendere la balla al balzo e con nonchalance proferire “Glielo ho detto mai, dottore, che mio nipote Lorenzo è nell’equipe del papà vostro?” E non dico altro apertamente per non sembrare ruffiana. Però, però, quel: “se potesse mettere una buona parola…” glielo lascio intendere, eccome! Aah, il dottore mio è intelligente! Non ho bisogno né lui ha bisogno di maggiori e schietti chiarimenti.
Non manco poi di riferirgli ciò che mio nipote va dicendo inter nos sul prof Londro... ovviamente capovolgendone il giudizio: “Sa, dottore, Lorenzo ci parla sempre del papà vostro e dice che è una gran brava persona! Di un animo sconfinato. Un grande medico. Un illustre. Un luminare.” Mai indugio sui reconditi intendimenti. Per carità! Lungi da me dallo scadere in uno scortese do ut des, tipo: non mi fai il favore? Allora non mi vedi più. C’è chi lo fa. C’è chi lo ha fatto. E c’è chi lo farà. Ma chi conosce me sa che rifuggo da simili espedienti e mezzucci.
Quanto mi piace poi che mi guarda, e ogni volta sbotta: “Ma certo! Come potrei dire di no alla mia assistita preferita. Tranquilla, Giulietta, troverò il modo di parlare con mio padre e loderò le virtù del tuo Lorenzo. Contenta? Quello che si può fare, perché non farlo, giusto?”
Sorride, mi osserva come fossi un’ebete e poi mi prescrive le mie solite medicine. E mi raccomanda le dosi. E poi s’informa di come vado con gli sbalzi d’umori. E mi ripete di stare attenta all’ansiolitico, di non abusarne: se pure è leggero, è pur sempre un farmaco.
Non riesco più a dormire da quando Ludovico è morto. I figli, beh i figli… i figli sono figli! Hanno le loro vite, i loro casini, le loro battaglie. E già tanto che si fanno sentire di tanto in tanto. Oddio, non vorrei che questo suonasse come una lamentela mascherata da assennatezza! È solo che non voglio dare loro altre preoccupazioni. Ho 4 figli: due maschi e due femmine. Aldo e Fabiola vivono ormai da anni su al nord. Marinella, abita a 40 km da me. Ma lavora tutto il santo giorno. E ha un figlio con problemi. Non so quali siano esattamente questi problemi: mi racconta che a scuola non sta mai attento, che è troppo irrequieto, impulsivo, e che si ritrova facilmente a scazzottarsi con questi e con quelli. E poi c’è Francesco: l’ultimo figlio. Uno scapestrato totale. Viene a trovarmi solo quando è a secco di pecunia.
Quando arriverà il momento che dovranno occuparsi di me – e mi auguro il più tardi possibile, e mi auguro nel frattempo di morire prima – qualcosa faranno e mi rimetterò alle loro volontà.
Forse ora dovrei mangiare qualcosa. Non so se ho già mangiato o devo mangiare. Però non ho fame, quindi forse ho già mangiato.
Cos’è questa lacrima che mi scende? Forse dovrei andare da mamma e chiederle se ha bisogno d’aiuto. Ma... dove mi trovo? Questa non è casa mia. Che ci faccio qua?