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Ho ancora negli occhi il colore di quel pavimento.
Rosso mattone.
Lucido.
Cartelli che sembrano segnali stradali. Simboli strani. Numeri di tutte le dimensioni. Orari. Nomi difficili da decifrare. Per me incomprensibili.
Ho ancora nelle orecchie lo sciabattare continuo di passi bianchi che si muovono avanti e indietro in modo forsennato, come fossimo al mare, in viale Ceccarini, il quindici di agosto.
Luce soffusa.
Sembra nebbia.
E ricordo ancora quell’odore di alcol che ti impregna gli occhi, il naso e perfino le orecchie.
Attendo.
Con gli occhi chiusi attendo che suoni la campana.
Attendo a lungo.
Come quando ero a scuola e la campana annunciava il rientro in classe.
I pensieri si confondono.
L’ansia sale.
Poi la porta si apre.
Accelero il passo.
Il cuore fa lo stesso.
Fino ad arrivare da te.
Solo per guardarti.
Per capire se va tutto bene.
Mi concentro sulla tua bocca.
Se sorridi, i discorsi sono già finiti.
Topolina, ce l’abbiamo fatta.
Siamo a casa.
Hai mangiato?
Hai fame?
Sono queste le cose importanti da dirsi.
Le uniche che contano.
Il resto proverò a dimenticarlo.