Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
QUANDO LE ARMI PARLANO DI PACE
Continuano a parlare di pace
e io vorrei crederci.
Davvero.
Vorrei credere che questa parola
abbia ancora un peso,
che non sia diventata una di quelle
che si pronunciano davanti alle telecamere
e poi si dimenticano
appena si spengono le luci.
La sento ogni giorno.
Pace.
E intanto partono i droni,
si preparano altri missili,
si promettono altre armi.
Forse sono io che non capisco,
ma qualcosa non torna.
Al mattino si parla di dialogo,
la sera si contano le esplosioni.
In mezzo ci sono riunioni,
dichiarazioni, promesse,
miliardi che diventano numeri così grandi
da non significare quasi più niente.
Eppure dietro quei numeri
ci sono uomini.
Ci sono case con una finestra accesa,
una cena lasciata sul tavolo,
qualcuno che aspetta una telefonata
e guarda continuamente l’ora.
Questa parte,
nelle conferenze stampa,
si vede poco.
Si parla di strategie,
di territori,
di equilibri,
di linee rosse.
Ma un morto,
russo o ucraino,
non è una linea rossa.
È una vita che non torna.
È una sedia che resta vuota.
La guerra continua.
La terra sanguina.
E non m’importa quale bandiera
copra quella terra
quando sotto
c’è un essere umano.
Nessun verso può fermare un missile,
lo so.
Nessuna poesia può riportare a casa
chi non tornerà.
Ma almeno una poesia
può ancora fare una domanda.
Dove stiamo andando?
Non domani.
Non alla prossima riunione.
Alla fine.
Dove?
Quanti droni dovranno ancora alzarsi?
Quante sirene dovranno svegliare
chi stava finalmente dormendo?
Quanti ragazzi dovranno imparare
troppo presto
che rumore fa la paura?
E soprattutto:
quando arriverà il momento
in cui parlare con il nemico
non verrà considerato debolezza?
Perché la pace, prima o poi,
si farà proprio così.
Sedendosi.
Anche con chi non vorremmo vedere.
Anche stringendo i denti.
Anche portandosi dietro
tutto il rancore,
tutti i morti,
tutto quello che forse
non potrà essere perdonato.
Non conosco un’altra strada.
Forse esiste.
Ma guardando la storia
non riesco a trovarla.
Europa,
io non ti chiedo di dimenticare.
Non ti chiedo nemmeno
di scegliere chi ha ragione
in questi miei versi.
Ti chiedo soltanto
di ricordarti cosa significa
la parola che pronunci tanto spesso.
Pace.
Perché se dici pace
mentre prepari soltanto la prossima risposta,
prima o poi quella parola
si svuota.
Rimane il suono.
Quattro lettere
che non consolano più nessuno.
E allora sì,
continueremo a parlare.
Faremo altri vertici,
scriveremo altri comunicati,
sposteremo frecce sulle mappe.
Qualcuno dirà che stiamo vincendo.
Qualcun altro dirà
che sta vincendo l’altra parte.
Nel frattempo
una madre chiuderà la porta
di una stanza
che non ha più il coraggio di sistemare.
E nessuno le domanderà
da quale parte del confine
si trovi quella stanza.
È questo che mi spaventa.
Non sapere chi vincerà.
Ma sapere già
chi perde.
Perdono quelli che aspettano.
Quelli che partono.
Quelli che rimangono.
Quelli che imparano a distinguere
un drone da un aereo
soltanto ascoltando il cielo.
Perdono anche quelli
che un giorno torneranno,
perché non torneranno mai davvero
come erano partiti.
E allora parliamo di pace.
Ma facciamolo sul serio.
Proviamo almeno
a lasciare una sedia vuota al tavolo
per chi ancora non vuole sedersi.
Forse resterà vuota.
Forse no.
Non lo so.
So soltanto che continuare
ad avvicinare il fuoco al fuoco
e sperare che prima o poi
nasca acqua
mi sembra una strana maniera
di salvare il mondo.
Stasera ci saranno altre notizie.
Altre immagini.
Altre parole.
E domani qualcuno tornerà a dire
che bisogna costruire la pace.
Io spero soltanto
che, quando finalmente arriverà,
sia rimasto ancora qualcuno
a cui consegnarla.
© Copyright - Johann Lubeck 2026