La cena

scritto da Cara Catastrofe
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Testo: La cena
di Cara Catastrofe

La penombra della cucina ondeggiava insieme alle fiammelle di due candele color avorio poste simmetricamente ai lati del tavolo da pranzo. Nell'aria, il profumo di un brasato al barolo che aveva sobbollito a lungo sul fuoco si accompagnava a una musica sommessa scelta appositamente per l’occasione: era la loro canzone preferita. La donna osservò il quadretto da lei confezionato davanti ai suoi occhi, soffermandosi ora sulla tovaglia di lino, ora sul servizio di porcellana che stava utilizzando per la prima volta in tutta la sua vita. Se si aspettano le occasioni giuste, le cose preziose non le si usa mai, si era detta quel pomeriggio. Era tutto perfetto.

Inspirando lentamente, quindi, si mosse verso il tavolo con passo leggero, aggiustando l’orlo del vestito; fingendo di sistemare una piega della tovaglia, posò al centro una scatoletta di velluto scuro. Il contrasto con la stoffa bianca era sublime. Sorrise emozionata all'uomo seduto di fronte a lei.

Lui era rimasto lì, completamente ammutolito dallo stupore. Non si aspettava di certo nulla di tutto ciò: sedeva un po' rigido sulla sedia, la testa piegata come per abbracciare con lo sguardo la bellezza di quel momento; lei alzò una mano per soffocare una piccola risata, intuendo che in quel momento l’amore della sua vita era incapace di trovare le parole adatte per esprimere quanto si sentisse grato per ciò che gli era stato riservato.

«So che non ti aspettavi tutto questo,» disse allora dolce, accorrendo in suo supporto e sfiorandogli la mano che giaceva sul ripiano. «Ogni tanto serve qualcosa per ricordarci chi siamo. Per ritrovarci.»

Versò poi il vino nei calici. L’alcolico riempì i bicchieri con un gorgoglio sommesso. Proprio accanto al gomito dell'uomo, sul lino bianco, una piccola macchia rossastra continuava ad espandersi con estenuante lentezza. La donna la fissò per un istante troppo lungo, inorridita, arrivando quasi al punto di far traboccare il liquido dal bordo del bicchiere. Sbuffò: «Guardati, sei sempre il solito. Ti sei già sporcato con la riduzione di pomodoro e vino prima ancora di iniziare.». L'uomo tacque.

Ad un tratto, soffocando un gemito, la donna si sporse in avanti portando le mani alla scatoletta di velluto come se la vedesse per la prima volta. Il suo volto si illuminò di una meraviglia quasi infantile e la sua voce uscì stridula, a tratti isterica. «Oh... e questa? Cos’è? Non dirmi che hai preparato una sorpresa anche tu per me!»

Aprendo tremante il cofanetto estrasse l’anello dorato. Accanto al gioiello, raccolse quindi un piccolo biglietto piegato. La donna lo spalancò con lentezza, quasi impaurita di ciò che avrebbe potuto trovare al suo interno. Tuttavia, la sua fronte presto si ridistese.

«"Ti amo…Gerardine. Ogni giorno di più"».

Poggiò il foglietto aperto sul tavolo, lasciando la dedica esposta. Nel nome originalmente vergato, “Gertrude”, la seconda parte era stata cancellata con tratti di penna neri e furenti, fin quasi a perforare la superficie.

«È bellissimo,» mormorò lei con le lacrime agli occhi, accarezzando la scritta deturpata. «Sapevo che avevi comprato questo anello per me. So che non dovrei dirlo, ma quando l'ho visto nel tuo comodino una settimana fa sapevo che stavi solo aspettando il momento giusto. È il regalo più bello che potessi farmi; io, Gerardine Truman, sono la donna più felice del mondo.». Pronunciò il suo nome con particolare enfasi, quella che si riserva ad una precisazione conseguente ad un errore madornale, e batté violentemente un pugno sul tavolo.

Di fronte a lei il corpo dell'uomo ebbe un sussulto; una delle due candele si spense come raggiunta da una folata gelida. Quando il rigore della morte cedette alla gravità, con un colpo secco e sordo, la testa rotolò in avanti, accasciandosi pesantemente all'interno del piatto ormai ricolmo di brasato fumante. Il sugo denso e scuro schizzò a raggiera sul lino candido.

Gerardine non si scompose; continuò a sorridere mentre si portava l'anello al dito e ne rimirava la lucentezza alla luce scarsa della candela residua.

«La misura è davvero perfetta…» sussurrò, compiaciuta.

 «È tutto perfetto».

La cena testo di Cara Catastrofe
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