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Questa mattina ho incontrato Myself al bar.
Era seduta a un tavolino, intenta a sorseggiare un cappuccino freddo e a gustarsi una ciambella ricoperta di zucchero. Avrei voluto salutarla da lontano, lasciandola libera di finire la sua colazione, ma poi ho incrociato il suo sguardo.
Mi sono avvicinata, con la mia tazza tra le mani.
Lei mi ha guardata e, senza dire una parola, mi ha fatto cenno di sedermi accanto a lei.
Sembrava una bambina. Aveva la bocca macchiata dalla schiuma del cappuccino e lo zucchero della ciambella sparso ovunque intorno a sé.
— Che fai?
— Colazione!
Mi ha risposto con la serietà di chi ostenta una verità ineluttabile.
Ho sorriso davanti al suo sguardo serio e pensieroso, così concentrato sulla colazione da sembrare, per un momento, estraneo a tutto il resto.
— Tutto a posto? Cosa è successo?
— Mi sono sentita non rispettata. Non riconosciuta.
— Ah! E cosa te l’ha fatto pensare?
— Il modo in cui mi hanno trattata. L’ho sentito nel corpo.
— Come?
— Con una sensazione di nausea. E di frustrazione.
— Qual è stato il tuo primo impulso?
— Rabbia… ma non una rabbia forte. Più che altro una delusione.
Ha abbassato per un attimo gli occhi sulla ciambella, come se anche quella avesse bisogno di tempo per essere capita.
— Cosa volevi fare, a quel punto?
— Reagire. Dire: “No! Non è giusto…”
— E cosa hai fatto realmente?
— Ho cercato spiegazioni.
— Capisco.
È rimasta in silenzio.
— È passato del tempo?
— Sì.
— E dopo? Dopo che è accaduto, cosa era ancora vero?
Myself ha sollevato gli occhi verso di me.
— A volte la gente sembra programmata per fare male agli altri.
Ha fatto una pausa, poi ha aggiunto:
— Ma è anche vero che alle persone si concede la possibilità.
L’ho guardata mentre riprendeva a mangiare.
Nessuno è immune dall’essere ferito, dal sentire dolore. Nessuno può attraversare la vita senza incontrare qualcuno o qualcosa capace di toccare un punto vulnerabile, magari proprio quello che cerchiamo sempre di proteggere.
Ma questo è il rischio che corriamo quando decidiamo di vivere una vita piena.
Non possiamo sacrificarci continuamente in nome di un “potrei starci male”. Non possiamo rinunciare a vivere per evitare la possibilità di essere feriti.
Mentre penso e parlo, la osservo finire la sua colazione.
L’ultimo boccone zuccherato. L’ultimo sorso di cappuccino.
Poi si pulisce la bocca con un tovagliolo, lasciando comunque qualche traccia di zucchero sulle dita.
— Soddisfatta?
Ci pensa un momento.
Poi sorride, mi guarda dritto negli occhi e dice:
— Adesso, direi di sì. Grazie.
Non so bene se quel grazie sia stato rivolto a me, alla colazione o semplicemente alla vita.
Onestamente, non importa.