Ha comprato un rudere a pochi passi dall’ingresso del villaggio di Koutouloufari, un casale mal messo ma con un bel panorama, in quanto da lì si vede lo scorcio di mare più bello di Hersonissos. Il Casale è delimitato da un muro di pietra. Nella sua proprietà è incluso un piccolo pezzo di terreno abbandonato a se stesso e arso dal sole. All’ingresso dietro le mura un ulivo secolare e sul campanello nessun nome, solo la scritta “Mr”.
Io lo conosco bene perché è venuto ad abitare a casa mia e tutti i giorni si alza presto per andare a ristrutturare il suo casale.
Mio padre, da quando è fallita la società elettrica “Fos” dove lavorava da trent’anni, si arrangia a fare l’elettricista di paese e per arrotondare affitta una stanza di casa nostra ai turisti.
La sera, prima di andare a dormire, il nostro ospite passa davanti la nostra cucina, ci saluta in inglese e sale su per le scale. So che è italiano e il suo nome è Mario.
Io mi chiamo Nicolas e ho 11 anni, frequento la prima media alla scuola comunale nella capitale di Creta, Heraklion. La mattina mi sveglio molto presto per arrivare a scuola e anche se esco di casa alle 7, quando il sole non è ancora sorto, vedo Mario già a lavoro chino sui secchi ad impastare la malta. Quando ritorno a casa, il pomeriggio, Mario è seduto ai piedi dell’ulivo con lo sguardo perso verso il mare, di solito impugna un calice di vino bianco mentre nell’altra mano stringe un pezzo di pane appena morso. Avrà poco più di quarant’anni ma dimostra il doppio della sua età: capelli bianchi, barba lunga e non curata poggiata su un viso sempre corrugato, come chi prova un dolore lancinante in ogni momento della sua vita. E’ sempre vestito da muratore e le mani sono sporche di calce. Mario ha un segno distintivo particolare, un piccolo tatuaggio all’altezza del pettorale sinistro, una farfalla stilizzata posta proprio in corrispondenza del cuore.
Sono passati diversi mesi e Mario ha completato la sua casa anche con l’aiuto di un’impresa edile locale. Mario passa i suoi giorni a coltivare il suo piccolo orto, zappa in malo modo, si vede dalle sue mani che non ha mai intrapreso questo mestiere. Non esce quasi mai, ordina tutto via web. La mattina è un vivai di camioncini che si fermano davanti a casa sua. Mio padre mi ha detto di girare alla larga dal quel tipo perché “strano”.
Un pomeriggio di inizio luglio, io e i miei amici ci siamo messi a giocare a calcio in prossimità della casa di Mario.
Giocando in porta riesco a spiare Mario attraverso gli ulivi che separano il campo di gioco e il suo porticato. E’ uno di quei momenti in cui Mario è seduto appoggiato al suo ulivo nell’intento di perdersi nel panorama, un momento di estasi interrotto dal pallone scagliato violentemente da Pietro e che ha raggiunto i suoi piedi.
Tutti i miei compagni sono stati ammoniti dai propri genitori di non avvicinarsi a quell’individuo e, dunque, hanno timore di chiedere il pallone indietro. Ho visto il volto dei miei compagni indecisi sul da farsi e a questo punto sono andato io. Mario è lì al cancello con il pallone nella mano destra. Sono fermo davanti a lui e per qualche secondo mi sono sentito paralizzato dal suo sguardo triste ma buono. Mario mi saluta parlando la mia lingua: “Ciao Nicolas, ecco il tuo pallone”. Sono rimasto stupito soprattutto dal fatto che si è ricordato del mio nome. Ho risposto senza neanche pensare al fatto che di fronte a me ci fosse un adulto: “Ciao Mario adesso parli il greco? Come hai fatto?”. Lui sorridendo mi ha detto di averlo imparato in questi mesi con un corso su internet e che per la pronuncia si è esercitato sentendo le urla di mio padre quando viveva a casa mia. Dopo questo breve scambio di parole lui mi ha ridato il pallone e mi ha dato anche un piccolo scappellotto sulla testa, ha girato le spalle e ha chiuso il cancello dietro di se. Recuperato il pallone sono ritornato dai miei amici follemente incuriositi dal dialogo avuto con Mario.
Il tempo trascorre placido e Mario è sempre lì a sistemare il suo orto. Voglio conoscere la sua storia, voglio capire del perché di quello sguardo così triste, mi pongo delle domande per le quali bramo una risposta: ”Cosa spinge un uomo ad allontanarsi dalla propria patria per andare a vivere in un altro paese? Mario ha una famiglia in Italia? Non gli mancano i suoi affetti? Da cosa scappa?”
Il sole è fortissimo e decido di scendere alle spiagge per trascorrere una giornata al mare. Hersonissos in questo periodo è affollata di turisti che invadono tutti i lidi, io però conosco un posticino in prossimità del porto sconosciuto ai tanti dove l’acqua del mare è cristallina e dove posso passare qualche oretta in tranquillità ascoltando musica con il mio lettore mp3.
Raggiungo la spiaggia osservando i volti dei tanti visitatori che riempiono il lungomare. I negozi sono forniti di ogni genere di merce e i mille colori delle vetrine mi riempiono gli occhi. Naturalmente tutto fa riferimento alla mitologia greca e penso che nessuno dei villeggianti si sottragga nell’immaginarsi ricongiunto a quella che è la culla della civiltà.
I ristoratori lungo la strada invitano i turisti a mangiare nei loro ristoranti, spesso il loro invito diventava insistente e fastidioso ma la concorrenza è tanta e ognuno si da fare come può.
Il profumo di souvlaki mi pervade e mi ricorda che mia madre mi ha dato i soldi per comprare il pranzo così da poter rimanere in spiaggia anche il pomeriggio. Compro una pita giros e mi avvio al mio posto “quasi segreto” dove di lì a poco mi hanno raggiunto anche Maria e Costantino, i miei amici del cuore. Quel pomeriggio ricco di giochi e di divertimento, ha coinvolto tutti i bagnanti che ci osservano sorridendo. Si è fatta quasi l’ora di cena e mentre sono intento a raccogliere le mie cose ormai seppellite nella sabbia, mi sono girato e ho visto Mario su una bicicletta fermo sul molo ad osservare il volo dei gabbiani. Per un attimo si è girato e mi ha guardato ma subito si è rimesso a osservare l’orizzonte.
Non ho fatto in tempo a salutarlo che inforca la bici e si allontana.
Una mattina sono stato commissionato da mia madre di prendere un po’ di frutta fresca al mercato che si fa ogni martedì nei pressi della scuola elementare, sono felice di ottenere questo incarico perché di solito mia madre mi concede di acquistare un gelato con il resto del denaro avanzato dalla spesa. Mangiato il mio bel gelato al gusto di fragola e frutti di bosco, ho caricato la bicicletta di buste piene di frutta e ho iniziato a pedalare per ritornare verso casa. Sono passato davanti la casa di Mario, il quale in quel momento è intento a raccogliere dell’origano. L’ho salutato a squarcia gola: “Buongiorno Mario”, questi si gira di scatto e mi sorride, con la mano mi fa cenno di avvicinarmi. Io sono un po’ impaurito, quasi mi sono pentito di quel saluto, ma mi sono avvicinato con la consapevolezza che non mi sarebbe successo niente. Mario mi ha aperto il cancello e mi ha fatto entrare: “Forza accomodati, sul tavolo in giardino troverai una limonata fresca”. Mi sono meravigliato del suo accento, è quasi perfetto. “Ormai parli benissimo il greco” , e continuai: “Purtroppo devo scappare a casa, mia madre mi aspetta perché devo consegnarle la spesa”.
“Va bene, chiedi il permesso ai tuoi genitori e vienimi a trovare, voglio sentire da te quali sono i posti migliori di Hersonissos per fare il bagno a mare”.
Non ho mai dimenticato quell’invito e non vedo l’ora di chiacchierare con Mario, ma devo trovare il momento in cui i miei genitori si sarebbero allontanati perché, sicuramente, non avrei mai ottenuto il permesso di andare a casa sua. L’occasione è arrivata proprio qualche giorno dopo, infatti, i miei genitori mi hanno detto che si sarebbero assentati tutto il pomeriggio per andare ad un funerale nei pressi di Chania, a più di due ore di macchina da casa mia. Appena i miei genitori si sono allontanati, preparo un cesto di mele e mi incammino verso casa di Mario. Per la strada sento il rimorso per non aver detto ai miei genitori del mio programma pomeridiano.
Al mio arrivo Mario mi ha chiesto: “Ciao Nicolas, come mai qui?”
Quasi come se si fosse del tutto dimenticato di quell’invito. “Comunque accomodati, In giardino troverai una caraffa di aranciata fresca, serviti pure”. M sono seduto e ho appoggiato la cesta di mele sul
tavolino. “Che belle mele, hai fatto un ottimo acquisto, tua madre sarà contenta”, ribatto: “Ma sono per te”, azzardando: “Sono un pensiero da parte dei miei genitori”. Lui: “Grazie!!!!” e continuò: “Più tardi chiamerò tuo padre per ringraziarlo”. Mi è venuto un brivido dietro la schiena: “Porterò i tuoi saluti a mio padre, è meglio che non lo chiami oggi perché è ad un funerale a Chania”. Dopo aver detto questo ho ripreso a respirare e subito gli mostro sul cellulare tutti i posti più belli di Hersonissos per andare al mare. Gli indico i migliori negozi per andare a fare la spesa e gli segnalo le date delle feste più
significative della nostra gente. Sorseggiamo aranciata fresca quando mi viene spontaneo domandargli: “Non ti manca casa tua”? Lui mi guarda con quegli occhi tristi soliti, appoggia il bicchiere sul tavolino riverniciato da poco e mi dice: “Questa è casa mia, da quando ho messo piede su questa isola. Ricordo solo il viaggio per venire qui, il resto non conta”. Quella risposta accese maggiormente la mia curiosità, ho capito che non voleva parlare del suo passato, ma incalzo chiedendo: “Sei Italiano? Il tuo paese è bellissimo, ho studiato la storia e l’arte degli italiani e per quel poco che so è un paese meraviglioso. Perché sei qui?” Mi risponde accigliato: “Ho bisogno di tempo, tempo per perdonare. Con pazienza, ogni giorno oltre che coltivare questa terra coltivo la serenità della mia anima che è stata inaridita dal pregiudizio. Vedi, quando sei convinto che nella vita determinate situazioni non potranno mai accaderti, la vita ti risponde con un bagno di verità, impari a vedere la tua esistenza e le persone che incontri con occhi diversi. Dopo che ero stato accusato ingiustamente di un omicidio mi hanno girato le spalle tutti, anche gli affetti più cari mi evitavano. Ero morto e sono rinato come una farfalla dopo la sentenza di assoluzione, più forte e più consapevole.” Lo interrompo chiedendogli: “ E’ per questo che hai tatuato una farfalla sul pettorale?” Lui mi rispose:“ Si. Sono consapevole della bellezza di questa vita dove gli eventi mutano continuamente al ritmo di un battito d’ali di farfalla. Le persone passano, bisogna essere fedeli a se stessi e al proprio percorso di vita, fatto di strade impervie e strade asfaltate, distraendo lo sguardo dalle indicazioni. La felicità non è una serata passata sul divano con una tazza di cioccolato caldo, dobbiamo imparare ad estrapolare la felicità dalle nostre scelte. Scegliere e continuare a vivere”. Rimango affascinato dal suo discorso, ho compreso perfettamente le sue parole, ho percepito il suo dolore e la sua delusione. Sono felice di aver scelto di passare quel pomeriggio con lui, anche se quella scelta agli occhi dei miei genitori sarebbe stata giudicata come sbagliata. Lo saluto per affrettarmi a ritornare a casa, lui mi saluta dicendomi: “Ciao Nicolas, la prossima volta che mi vieni a trovare avverti i tuoi genitori, non fare come hai fatto oggi”. Ho sorriso e sono scappato a casa.
Peng
Il contadino che coltivava la sua anima testo di Peng