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LA MARCIA “DANTESCA”
“O voi che siete due dentro ad un foco/ s’io meritai di voi mentre ch’io vissi …”.
Si sono alzati presto i tre fratelli, anche se è domenica, e in camera stanno ripassando le parti. Più tardi il padre li chiamerà nello studio per ascoltarli: sperano che venga loro risparmiata l’aria altera e i rimproveri.
Da mesi il maestro elementare prepara i figli per il grande giorno. Adesso la data si approssima a velocità inesorabile. Ermete Baldini, membro del Comitato, non vuole fare brutte figure.
A Vittorio non vanno in testa i versi iniziali: vorrebbe partire da “Lo maggior corno de la fiamma antica”, ma il padre è uno di quegli uomini che mirano alla completezza ed è convinto che si debba incominciare con” Godi, Fiorenza”.
Non è facile memorizzare l’intero canto. Pier Costante è più sicuro nel dar voce a Ulisse, mentre Vittorio, nei panni di Dante, continua a tentennare. E il maestro lo sprona. “Inspira, prendi fiato, alza il tono”. Armando interpreta con una certa agilità Virgilio soprattutto perché la parte è più breve.
Sono di là, nello studio, che recitano di fronte al maestro elementare. La madre ode le voci mentre nel corridoio lustra le maniglie delle porte.
Andranno tutti insieme alla manifestazione dedicata al Sommo Poeta, compresa la zia Claretta che ha cucito i costumi. Pier Costante dovrà calarsi dentro una sorta di tuta mimetica, una lingua color rosso fuoco a due punte...
Raimondo Vinciguerra è rientrato con la motoretta nuova nella sua casa di campagna.
La madre non ha più bisogno di mettergli nel piatto la cipolla e il pane per la cena, perché lui ha già mangiato fuori. Ultimamente è ingrassato e fa provvista di sigarette.
Ha depositato la motoretta dietro la stalla e poi è salito in camera con un pacco.
Agostino lo ha raggiunto e sorpreso mentre si prova una camicia nera davanti allo specchio incrinato dell’armadio.
-Che cosa fai? - gli chiede.
-Non lo vedi? Mi cambio- risponde Raimondo, spingendo furtivo qualcosa dentro una borsa.
Agostino lo guarda diritto negli occhi.
-Dì la verità! Vai con quelli adesso?!-
Raimondo gli lancia uno sguardo beffardo.
-Caro mio, se non ci si arrangia di questi tempi!
-E come ti arrangi, come ti arrangi tu? - incalza il fratello.
-Non t’impicciare, moccioso. Sono cose da grandi! - risponde Raimondo passando il pettine tra i capelli unti e scuri.
Agostino fa dietro front e scende le scale.
Raimondo torna a rimirarsi allo specchio e immagina.
Sarà un gran giorno. Il giorno della riscossa. Lui raggiungerà la colonna guidata da Grandi che viene da Bologna. E marcerà, marcerà insieme agli altri con gli stendardi. La fila si unirà a quella di Ferrara. Saranno in tanti e punteranno su Ravenna.
Devono far vedere all’Amministrazione Comunale, ancora ossequiente alle idee mazziniane, che è iniziata una nuova era. Devono dimostrare che non c’è spazio per certe istanze pompate dalla propaganda nemica, che il popolo ha bisogno di essere redento e guidato. Spetta alla nuova classe politica procedere alle celebrazioni dell’Anniversario, tanto più che può vantare la benedizione del Vate.
Ravenna, 14 settembre 1921.
Una gran folla si assembra davanti alla tomba di Dante e nelle Piazze vicine. Molti visitatori sono giunti da diverse parti. C’è persino uno studioso inglese che osserva la Chiesa di S. Francesco e prende appunti.
Ermete Baldini è tra i membri del Comitato. La moglie e la cognata sono in prima fila, davanti al palco allestito in piazza Vittorio Emanuele, mentre i figli, che indossano i costumi, stanno appartati dentro una tenda e ripassano mentalmente.
“Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande…” “Quando mi dipartii da Circe che sottrasse me più d’un anno là presso Gaeta…” “Fatti non foste a viver come bruti…” “Finché il mare non fu sopra noi rinchiuso… non fu sopra noi rinchiuso… non fu sopra noi rinchiuso”.
Improvvisamente, il naturale assetto della folla viene sconvolto. Flussi disordinati composti dalle camicie nere si raggrumano lungo le vie e aggrediscono i presenti. I membri del Comitato e dell’Amministrazione sono statue immobili.
Laggiù si vedono i manganelli e una lunga fila di stendardi retti dagli squadristi. Molti abbandonano la piazza. Raimondo, gonfio nella sua camicia funerea, ha preso di mira proprio il visitatore inglese.
La moglie del maestro e Zia Claretta raggiungono i ragazzini: Pier Costante viene aiutato a liberarsi del costume a forma di lingua biforcuta. Veloci prendono la strada di casa.
Non ci sarà nessuna recita. Nessun festeggiamento organizzato dall’Amministrazione ravennate.
In piazza Vittorio Emanuele, dopo i discorsi dei sindaci di Ravenna, Roma e Firenze, convenuti per l’occasione, viene letto un messaggio di D’Annunzio: il gruppo dei sostenitori plaude al grido di "Eia eia alalà".
Infine, la madre di Francesco Baracca, seguendo le indicazioni del Vate aviatore, sparge l’alloro sulla tomba del Poeta.
Ermete Baldini, il maestro elementare che ha aspettato per mesi questo giorno, non ha parole: il mare si è rinchiuso sopra la sua testa.
Raimondo Vinciguerra nella sua camicia nera esulta: la nuova era è iniziata.