Vetro

scritto da ele_rubi
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Ciò che racconterebbero di noi i nostri oggetti, se solo avessero la parola.
- Nota dell'autore ele_rubi

Testo: Vetro
di ele_rubi

Sono arrivata in questa stanza dentro una scatola color crema.

L'uomo che mi aveva scelta continuava a girarmi tra le mani.

Mi osservava controluce.

Poi annuiva.

Mi rimetteva giù.

Mi riprendeva.

Le persone credono di scegliere i profumi per il loro odore.

In realtà li scelgono per il tempo che sperano contengano.

Lui si chiamava Filippo.

Lo imparai quella sera.

Lei disse il suo nome almeno dodici volte.

Sempre con una voce diversa.

«Filippo. Grazie.»

«Filippo, sei matto.»

«Filippo...»

Quella notte fui appoggiata sul comodino.

Da allora non mi hanno più spostata.

Ogni mattina Serena mi prende con due dita.

Mai tutta la mano.

Due dita soltanto.

Mi avvicina al collo.

Un impulso breve.

Dietro le orecchie.

A volte sui polsi.

Le persone credono che il profumo serva a lasciare una traccia.

Io ho sempre pensato il contrario.

Serve a costruire una distanza.

Si spruzza qualcosa sul corpo perché il corpo non arrivi subito.

Serena esce presto.

Torna tardi.

Le sue mani cambiano odore durante la giornata.

Trementina.

Birra.

Patatine fritte.

Tempera.

Sapone.

Gesso.

Una volta tornò con le dita macchiate di blu.

Restarono così per tre giorni.

Dipinge.

Lo capisco dal modo in cui appoggia le cose.

Chi dipinge non posa mai un oggetto.

Lo lascia.

Come se potesse tornare indietro.

Filippo, invece, occupa poco spazio.

Cammina piano.

Parla meno.

Quando entra nella stanza spesso non accende neanche la luce.

Si siede sul letto.

Rimane fermo.

A volte Serena parla per dieci minuti.

Lui risponde con quattro parole.

Lei continua.

Non sembra darle fastidio.

O forse sì.

Le persone sono molto brave a nascondere le cose proprio a chi amano.

Una sera Serena tornò ridendo.

Con lei c'era Angela.

Rimasero nella stanza pochi minuti.

Angela prese una felpa.

Parlarono velocemente.

«Non puoi continuare così.»

Silenzio.

«Lo so. Però...»

Il "però" rimase lì.

Le parole, qualche volta, evaporano prima dei profumi.

Conobbi anche gli altri.

Non uno per volta.

Tutti insieme.

Serena rientrava la notte con addosso odore di campagna.

Fumo.

Erba.

Vino rosso.

Le scarpe sporche di polvere.

Rideva forte, oltre la porta.

Molto più forte che in casa.

Ogni tanto imitava qualcuno parlando in dialetto.

Rideva da sola ancora prima di finire la frase.

Poi comparve un odore diverso.

Non era un profumo.

Era una permanenza.

Come quando due persone hanno camminato abbastanza vicine da scambiarsi qualcosa senza accorgersene.

La prima volta rimase sui capelli.

La seconda sulla manica del cappotto.

La terza... non saprei dirlo.

Gli odori non hanno nomi.

Hanno abitudini.

Qualche sera dopo, Serena entrò nella stanza senza accendere la luce.

Rimase seduta sul letto.

Non mi toccò.

Filippo disse soltanto:

«Ti sei divertita?»

«Sì.»

«C'era anche Costantino?»

«Sì.»

Il letto scricchiolò leggermente.

Qualcuno si era seduto.

Poi più niente.

Da quel giorno, Serena iniziò a prendermi in mano più spesso.

Non per usarmi, ma per tenermi.

Mi rigirava.

Faceva ruotare il tappo.

Mi osservava controluce.

Come fanno le persone quando cercano una risposta dentro un oggetto.

Ho imparato una cosa, vivendo sopra un comodino: le crepe arrivano molto prima del rumore.

La sera in cui caddi, Serena stava cercando un libro.

Si mosse troppo in fretta.

Il dorso della mano mi sfiorò.

Per un attimo rimasi in equilibrio sul bordo.

Le persone credono che gli oggetti cadano all'improvviso.

Non è vero.

C'è sempre un istante in cui potrebbero ancora tornare indietro.

Poi il vetro scelse il pavimento.

Mi ruppi in cinque pezzi.

Il profumo si sparse ovunque: sul parquet, sulle lenzuola. Sulle gambe del comodino.

L'odore riempì la stanza in pochi secondi.

Serena rimase immobile.

Poi cominciò a piangere.

Non un pianto elegante.

Un pianto che sembrava arrivare da molto più in là del vetro.

«Scusami. Scusami. Scusami.»

Continuava a ripeterlo.

Non guardava me.

Guardava Filippo.

Lui diceva: «Era solo una boccetta.»

Solo una boccetta.

Ma Serena continuava a chiedere scusa.

Come se si fosse rotto qualcos'altro.

Io, dal pavimento, non potevo sapere cosa.

Gli oggetti non conoscono il futuro.

Conoscono soltanto il suono che fanno le cose quando iniziano a incrinarsi.

Vetro testo di ele_rubi
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