Il leopardo

scritto da Grog
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Autore del testo Grog

Testo: Il leopardo
di Grog

Immobile e quasi invisibile nel gioco di luci ed ombre fra il fogliame dell'acacia, il leopardo era all'erta, pronto ad agire. Qualcosa stava per accadere, il leopardo lo sapeva bene. Paziente, attendeva il suo momento. Lo sguardo freddo dei suoi occhi gialli seguiva istante per istante i cauti movimenti di una leonessa, seminascosta nell'erba secca della savana. A poca distanza le antilopi di un folto branco pascolavano placidamente, ancora ignare del pericolo.
All'improvviso, la leonessa scattò ed all'istante il branco di antilopi si disperse in tutte le direzioni. Un attimo dopo altre leonesse sbucarono dall'erba alta, convergendo rapide sulla preda prescelta. Un fremito percorse le membra del leopardo, i suoi potenti muscoli si apprestarono a lasciar esplodere tutta la loro potenza. Tuttavia il predatore attese ancora, tenendo a freno l'impulso di entrare in azione. Era ancora troppo presto.
Rapida come una freccia, un'antilope correva zigzagando disperatamente fra l'erba della savana. Non si era ancora resa conto di non essere lei il bersaglio scelto dalle leonesse. Sapeva solo che doveva fuggire da quel luogo il più rapidamente possibile. Nella sua folle corsa vide a malapena un'ombra confusa piombare dall'alto proprio davanti a lei e sbarrarle la strada. Troppo tardi per cambiare direzione. In una nuvola di polvere l’antilope ruzzolò al suolo, con l’elegante fianco striato di sangue dove gli affilati artigli del leopardo l’avevano squarciato. Un attimo dopo la massa di muscoli potenti del predatore le piombò addosso, e per lei fu la fine.
Silenzioso, efficiente, il leopardo risalì a ritroso sull'albero, trascinandosi dietro la preda. Incastrò la carcassa nella biforcazione fra due rami, poi tranquillamente iniziò il suo banchetto.
Una volta sazio, il possente felino si sistemò più comodamente su un ramo e si mise a riposare. Attraverso le palpebre semichiuse, il suo sguardo si posò sulla carcassa mezza sbranata dell'antilope. Uno strano pensiero, fastidiosamente insistente, si mise a formarsi nella sua mente.
«L'antilope è morta. Io sono vivo. Se io resterò vivo, è grazie al fatto che l'antilope è morta. Se non avessi ucciso l'antilope, prima o poi sarei morto di fame. Quindi, l'antilope viveva perché doveva servire da pasto per me. Questo è giusto. Le antilopi vivono per servire da pasto anche a quei leoni laggiù. Anche questo è giusto. L'erba esiste perché le antilopi possano usarla da pasto, affinché possano crescere e servire da pasto per me ed anche per i leoni. È giusto, una volta ancora.» Lo sguardo dei suoi gialli occhi si appuntò su una moltitudine di formiche, giù in basso sotto di lui, raccolte come una massa fremente sulle gocce di sangue cadute dal corpo dell'antilope. «Perfino quelle formiche laggiù, infime per quanto possano essere, servono tuttavia a ripulire la savana da ciò che io e quei leoni laggiù lasciamo delle nostre prede. Anche questa è una cosa giusta.»
«Io però sono il leopardo, sono forte e possente, non ho nemici, nessuno mi caccia per nutrirsi di me. Io sono il re, qui nella savana, ma, non servendo da cibo per nessuno, allora qual'è il mio scopo?» Il leopardo rimuginò per qualche tempo su questo, senza successo, ed alla fine poco a poco si addormentò.
Nei giorni seguenti, tuttavia, fra una caccia e l'altra, fra un sonnellino e l'altro al sicuro fra i rami del suo albero, questo dubbio tornò spesso a presentarsi nella mente del leopardo, sempre più di frequente fino a trasformarsi in una vera ossessione.
Il tempo passò: giorni dopo giorni, stagioni dopo stagioni. Le piogge, poi la siccità, poi di nuovo le piogge. Il leopardo ossessivamente cacciava, uccideva, sbranava ogni giorno di più, anche oltre il suo bisogno, nella speranza di tenere occupata la mente per allontanarne quel fastidioso pensiero, ma in ogni minimo istante di pausa quello perfidamente tornava ogni volta a farsi avanti: «Tutti hanno uno scopo nella vita. L'antilope ha uno scopo nella vita: servire da cibo per me. Perfino la formica, per quanto insignificante, ha uno scopo nella vita: ripulire la savana dai miei rifiuti. Io però sono il leopardo, sono forte e possente, non ho nemici, nessuno mi caccia per nutrirsi di me. Io sono il re, qui nella savana, ma qual'è il mio scopo?»
Alla fine al leopardo venne un'idea: si ricordò che, quando ancora era un cucciolo che poppava dalla madre, lei a volte raccontava dell'Antico, un vecchio e saggio leopardo, il padre, il nonno, l'antenato di ogni altro leopardo vissuto nella savana, che sapeva ogni cosa che un leopardo potrebbe mai aver bisogno di sapere in tutta la sua vita. Valeva quindi la pena di mettersi alla sua ricerca e sottoporgli il suo quesito: di certo il vecchio ne avrebbe conosciuto la risposta.
Il leopardo partì allora alla ricerca dell'Antico. Viaggiò per molto tempo, fin quasi a logorare i morbidi cuscinetti sotto le zampe, percorse la savana in lungo e in largo ed infine trovò ciò che cercava.
«Dovrò portare all'Antico un dono, suppongo» si disse. Si appostò lungo il cammino verso il fiume più vicino ed attese che le antilopi andassero all'abbeverata, ne scelse una, la catturò e la trascinò ai piedi della grande acacia sulla quale viveva l'Antico.
Il leopardo ruggì per richiamare l'attenzione dell'antenato, sforzandosi di mettere in questo tutta la deferenza che poteva - cosa difficile, questa, per creature fiere come sono i leopardi - ed infine il vecchissimo predatore si decise a scendere con estrema lentezza dal grande albero. Il leopardo si trovò finalmente di fronte a quella leggenda vivente: un animale talmente vecchio da avere il manto ormai bianco ed a malapena ancora chiazzato di rade macchie grigie, pressoché cieco e quasi del tutto sdentato.
Ormai impossibilitato a cacciare per conto proprio, l'Antico accettò ben volentieri l'omaggio; mentre con i pochi denti rimasti assaporava faticosamente la gustosa carne dell'antilope ascoltò quindi con molta attenzione il quesito che il suo lontano discendente gli sottoponeva.
Il vecchissimo leopardo meditò a lungo ed alla fine con un ruggito reso flebile dall'età rispose: «Figliolo mio, neppure io conosco la risposta al tuo quesito. Tuttavia posso darti un suggerimento. Sappi che non sono io colui che possiede la più vasta conoscenza che si possa avere: c'è chi ne sa ancora più di me. Assai di più. È a lui che devi chiedere.»
Il leopardo ruggì sorpreso: «E chi mai potrebbe saperne di più dell'Antico?»
«Colui che fece tutto ciò che vedi, figliolo mio, ecco chi. Colui che fece la savana, con tutte le sue piante, le antilopi, l'acqua, il cielo con le sue nuvole, i leoni, gli elefanti ed anche me, te ed ogni altro leopardo. Fece tutto ciò che vedi: perfino la grande montagna laggiù.»
«Dove posso quindi trovare questo personaggio tanto potente, così da sottoporgli il mio quesito?» chiese allora il leopardo.
«Colui che fece tutto ciò che vedi è dappertutto, figliolo mio» rispose l'Antico. «Tu chiedi e ti risponderà.»
Il leopardo allora ringraziò l'Antico e si congedò da lui.
Percorsa una breve distanza dalla grande acacia, pensò: «Questo luogo mi pare ideale per esporre il mio quesito.» Guardandosi intorno e sentendosi in fondo un po' ridicolo nel parlare senza avere davanti un interlocutore in zanne e pelliccia, si fece forza e ruggì a gran voce: «Tu che facesti tutto ciò che vedo, rispondi al mio quesito: "Tutti hanno uno scopo nella vita. L'antilope ha uno scopo nella vita: servire da cibo per me. Perfino la formica, per quanto insignificante, ha uno scopo nella vita: ripulire la savana dai miei rifiuti. Io però sono il leopardo, sono forte e possente, non ho nemici, nessuno mi caccia per nutrirsi di me. Io sono il re, qui nella savana, ma qual'è il mio scopo?". Ecco: questo è il mio quesito.»
Il leopardo attese a lungo, ma non giunse risposta. Ripeté allora il proprio quesito, ruggendo ancora più forte, ma non accadde nulla. «Forse devo offrirgli un dono, se voglio ottenere una risposta» si disse. Avendo offerto un'antilope all'Antico, decise che questa volta ne sarebbero occorse almeno tre. Si diede da fare, le catturò, le ammucchiò l'una sull'altra e ripeté il suo quesito.
Nulla.
Il leopardo uccise allora molte altre antilopi, le ammucchiò, si arrampicò in cima al grosso cumulo di prede e ripeté una volta di più il proprio quesito.
Nulla.
«Forse non mi sente perché sono troppo lontano» si disse il leopardo. Mentre così pensava, lo sguardo gli andò alla grande montagna che dominava la savana. Guardò giù alla pila di carcasse sotto di sé e gli parve ridicolmente piccola. «Ecco, forse da un luogo così elevato riuscirò a farmi finalmente sentire» pensò.
Individuato finalmente il luogo più propizio il leopardo si avviò di buon passo verso la grande montagna, pieno di aspettativa per l'ormai imminente risposta al suo quesito. Raggiunte le prime propaggini, senza esitare si avviò su per il lungo pendio. Salì e salì ancora, sempre più faticosamente, ma non si arrese. Infine raggiunse le nevi eterne e rabbrividendo per il freddo sotto le zampe coraggiosamente si inoltrò ancora. Finalmente raggiunse la cima.
Il leopardo si guardò intorno con soddisfazione: sì, da lassù poteva vedere proprio tutto ciò che poteva esservi da vedere. Si trattava quindi senz'altro del luogo giusto per esporre nuovamente il proprio quesito.
«Tu che facesti tutto ciò che vedo, rispondi a questa domanda: "Tutti hanno uno scopo nella vita. L'antilope ha uno scopo nella vita: servire da cibo per me. Perfino la formica, per quanto insignificante, ha uno scopo nella vita: ripulire la savana dai miei rifiuti. Io però sono il leopardo, sono forte e possente, non ho nemici, nessuno mi caccia per nutrirsi di me. Io sono il re, laggiù nella savana, ma qual'è il mio scopo?". Ecco: questo è il mio quesito» ruggì a pieni polmoni il leopardo, poi si accucciò tranquillo ad attendere pazientemente la risposta, sicuro che in quel luogo era stato finalmente udito.

"Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5895 metri e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata, dai Masai, Ngàje Ngàj, la Casa di Dio. Vicino alla vetta occidentale c'è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell'altitudine". (E. Hemingway, "Le nevi del Kilimangiaro")
Il leopardo testo di Grog
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