Ivan varcò la prima porta di sicurezza, poi la seconda, con un'espressione di perplessità via via crescente che andava dipingendoglisi sul volto, e si accostò all'impiegato allo sportello.
«Ma... la signorina Rina non c'è?» domandò, incerto.
«No, la Rina oggi non è venuta» rispose cortesemente l'impiegato. «Mi dispiace.»
Il fatto che al cassiere effettivamente dispiacesse o meno dare ad Ivan quella notizia non è cosa che sia dato di sapere con esattezza: in fondo, gli impiegati bancari si comportano sempre in maniera molto cortese e comprensiva, ma solitamente non vi è modo di capire fino a che punto si tratti di puro e semplice atteggiamento professionale.
Nel caso specifico, però, non era del tutto da escludere che il cassiere fosse realmente un po' dispiaciuto nel comunicare ad Ivan che quel giorno avrebbe dovuto accontentarsi dei suoi servigi e rinunciare a quelli della Rina, perché tutto il personale della banca era al corrente di quella specie di flirt a sfondo calcistico fra quel particolare cliente e la loro cassiera titolare, flirt che ormai da anni andava avanti attraverso il vetro blindato dello sportello bancario.
Già, perché il motivo delle periodiche visite di Ivan a quella particolare banca, della quale non era poi nemmeno correntista, era l'acquisto in prevendita dei biglietti per lo stadio di San Siro e, dal momento che Rina condivideva con Ivan il tifo per la medesima squadra, ogni visita diventava per loro il pretesto per una chiacchieratina a bassa voce attraverso la piccola fenditura sotto il cristallo antiproiettile.
Naturalmente, una relazioncella del genere non poteva che dare adito ad innumerevoli pettegolezzi, bonarie illazioni, frecciatine, anche perché Rina era nubile, non era precisamente una bellezza e si stava ormai inesorabilmente avvicinando a quell'età alla quale una donna un po' scialba passa quasi inavvertitamente dallo status di nubile a quello di zitella. D'altronde Rina era una brava impiegata ed una persona gentile e benvoluta da tutti, quindi i suoi colleghi guardavano con affettuosa indulgenza a quelle occasionali mezz'orette perse dalla donna chiacchierando. Anche perché non era che in quella filiale ci fosse poi da ammazzarsi di lavoro, probabilmente.
Tuttavia, ciò che nessuno degli impiegati sapeva era che in quelle chiacchieratine sottovoce i due supposti innamorati si mantenevano rigorosamente sull'impersonale piano della conversazione a sfondo calcistico, sfoggiando entrambi ammirevole equilibrio di giudizio, sportività e competenza, dandosi educatamente del lei e gareggiando nell'abuso di espressioni fin troppo cortesi. Ignorando tutto questo, quando finalmente Ivan si congedava e lasciava la banca tutti gli impiegati facevano a gara per prendere in giro la povera Rina, che per tutta risposta si limitava ad arrossire in silenzio ed a nascondersi dietro un faldone, fingendo di avere molto lavoro da sbrigare.
Insomma, quel giorno la visita in banca si risolse invece per Ivan in una faccenda di due minuti, passati i quali si affrettò a battere in ritirata con aria delusa e con il suo biglietto per il terzo anello di San Siro al sicuro nel portafogli. Delusione sopra delusione, con lo stadio strapieno già al primo giorno di prevendita il povero Ivan si era dovuto anche accontentare di un posto in un settore diverso, molto meno bello del suo abituale.
«Poveraccio, mi fa quasi pena» commentò il cassiere scrollando il capo e rivolgendosi al collega più vicino. «È fin troppo chiaro che c'è rimasto male a non trovarla qui, la Rina.»
«Già!» concordò l'altro. «Dio li crea e poi li accoppia, ma sembra che questa volta si sia fermato a metà lavoro, eh?»
Giunse infine il giorno della partita. Ivan, metodico come sempre, eseguì con l'abituale meticolosa precisione il rituale scaramantico anti-sfiga: indossò i soliti indumenti "da stadio", prese la macchina, andò alla metropolitana seguendo il solito percorso per raggiungere la solita via nella quale parcheggiare, dopo un'infinita serie di fermate scese a Bande Nere - pur non essendo la fermata più vicina allo stadio - lungo il cammino si fermò a divorare in fretta il solito trancio di pizza nella solita pizzeria al taglio, entrò nello stadio dal solito cancello, salì passo passo ma sbuffando come sempre la solita interminabile rampa a chiocciola, andò a fare pipì nei soliti gabinetti e finalmente raggiunse il proprio settore.
La partita in programma era di quelle di grosso richiamo: ritorno dei quarti di finale di Coppa contro una squadra mitteleuropea tecnicamente inferiore, ma ostica e combattiva; il tutto, in una situazione resa difficile dal poco confortante zero a zero della partita d'andata. Di conseguenza, stadio praticamente pieno già una mezz'ora abbondante prima del fischio d'inizio.
Ivan ebbe il suo bel daffare per raggiungere il suo posto sulla ripida scalinata del terzo anello, spremendosi fra la ringhiera di protezione ed i corpi degli spettatori costretti ad alzarsi per lasciarlo passare. Bene o male, comunque, ce la fece ed andò ad incunearsi fra un tizio robusto alla sua sinistra ed una donna di taglia minuta alla sua destra.
«Con permesso…» disse Ivan educatamente.
«Prego, prego» rispose la donna, tutta intenta a seguire il riscaldamento della squadra sul prato verde, venti o trenta metri più in basso, voltando appena la testa e scansandosi di due centimetri.
Quel piccolo movimento della testa della donna bastò però a far venire ad Ivan un tuffo al cuore.
«Signorina Rina?…» alitò sbalordito.
Sia detto per inciso, ad Ivan quell'allitterazione nell'espressione "signorina Rina" dava un gran fastidio, ma per nulla al mondo si sarebbe mai permesso, anche dopo tanto tempo passato a bisbigliare al di là del vetro blindato, di chiamarla semplicemente "Rina", mentre il chiamarla "signorina Gennarina" era una cosa che gli faceva venire semplicemente i brividi. Pertanto, "signorina Rina" era e "signorina Rina" sarebbe rimasta in eterno.
Comunque fosse, nell'udire quella voce inattesa la donna si volse di scatto, con un'espressione a metà strada fra la sorpresa e l'imbarazzo dipinta sul volto.
«Oh, signor Ivan… lei qui? Io… le assicuro… io non immaginavo che saremmo finiti così vicini» mormorò Rina in tono di scusa. «Questo non è il suo solito settore…»
Anche Ivan non sapeva bene come comportarsi: in fondo, una cosa è la banca e tutt'altra cosa lo stadio, ma cercò di far finta di trovarsi ugualmente nell'ambiente neutrale e lievemente asettico nel quale era abituato ad incontrare Rina. Peggio ancora, si accorse subito che, con quel tipo robusto alla sua sinistra, per quanto si stringesse non riusciva ad evitare l'imbarazzante contatto della propria coscia contro quella della donna.
«Mi dispiace» rispose, a sua volta in tono di scusa, «ma non essendo riuscito ad andare a prendere il biglietto più presto mi è toccato adattarmi a cambiare settore. Ma non credevo che lei frequentasse lo stadio. È per caso qui con amici? Non vorrei distoglierla…»
«No, no, sono sola» rispose Rina con una punta di imbarazzo.
C'era forse un'ombra di rimpianto nelle parole della donna? Ivan non avrebbe saputo dirlo con certezza; di sicuro provò invece un momentaneo, imbarazzante sollievo: con sorpresa mista ad un briciolo di senso di colpa, si rese conto di provare una lieve fitta di gelosia all'idea che Rina potesse avere degli amici.
In attesa dell'inizio della partita, i due continuarono a conversare a bassa voce del più e del meno, ma sempre su temi di rigoroso ambito calcistico, entrambi consci del fatto che di lì a poco avrebbero dovuto sforzarsi per quasi due ore per non tradirsi l'uno agli occhi dell'altra.
In effetti, la loro piccola commedia resse soltanto fino al dodicesimo minuto del primo tempo, quando l'intervento assassino di un avversario mandò il maratoneta di centrocampo, uno dei beniamini dei tifosi, il sanguigno guerriero tutto cuore, muscoli e polmoni, a rotolarsi per terra dal dolore.
«Bastardo!» sbraitò Rina balzando d'impulso in piedi.
«Figlio di puttana!» rincarò Ivan a pieni polmoni.
«Il rosso! Dagli il rosso, deficiente di un arbitro!» completò Rina con un urlo rabbioso prima di tornare a sedere.
Un attimo dopo, Ivan e Rina si volsero simultaneamente a guardarsi in faccia, entrambi rossi come peperoni, un po' per l'arrabbiatura ed un po' per l'imbarazzo.
«Mi scusi» borbottò Rina, riportando però subito lo sguardo sul campo di gioco. «Lei lo sa: di solito non mi comporto così…»
«Nemmeno io: lei lo sa, no?» le fece eco Ivan, attento comunque anch'egli a non perdersi un solo istante dell'azione. «Certi termini io non li uso mai, mi creda… cioé, mai fuori dallo stadio, intendo dire.»
«Sì, anche a me lo stadio fa questo effetto…»
«È solo uno sfogo… lo stress quotidiano…»
«È che il calcio mi appassiona talmente…»
«L'importante è di non trascendere nel teppismo…»
All'improvviso le mani di Rina si strinsero come morse sul braccio di Ivan troncando lo scambio di battute, mentre la donna si protendeva in avanti, gli occhi fissi sull'azione, come se fosse in grado di sospingere con la sola forza del pensiero il giovane attaccante, laggiù sul prato verde, fino dentro la rete, lui ed il pallone insieme.
«Noooooo!» strillò Rina sobbalzando sul sedile, nel vedere l'azione sfumare per un pelo in un deludente calcio d'angolo.
«Cazzo…» ringhiò invece Ivan. «Ma perché non l'ha passata?»
«E come poteva? Era chiuso…» replicò seccamente Rina, per nulla contenta di sentir criticare il suo idolo.
«Beh, non è che sia il tipo che la cede tanto facilmente, la palla, una volta che ce l'ha lui…» azzardò Ivan. Rina si volse di scatto e lo fulminò con un'occhiata rovente che lo indusse a correre d'urgenza ai ripari: «Beh, però in effetti questa volta non avrebbe potuto fare di più!»
La discussione finì lì, anche perché entrambi si ammutolirono, paralizzati a seguire il conseguente calcio d'angolo: il pallone, calciato magistralmente, planò con arco perfetto verso una testa dai lunghi capelli biondi che spiccava nel caos dei giocatori in area.
La testa si sollevò imperiosamente sulle altre; una brusca torsione del busto; una deviazione perentoria… L'urlo congiunto di Rina ed Ivan si perse nel boato esploso di colpo nello stadio: uno a zero!
«Siamo qualificati!» strillò Rina, saltellando di gioia come una bambina.
«Presto per dirlo» borbottò invece Ivan, già seduto e scuro in volto per la preoccupazione. «Quei tipi sono tosti: non si daranno certo per vinti così.»
«Ce la faremo! Dobbiamo farcela!» replicò Rina tornando a sedersi accanto a lui e stringendogli il braccio nella morsa delle sue minute mani nervose mentre lo fissava intensamente negli occhi. «Ce - la - faremo!» scandì ancora. «Lo sento.»
Appena due minuti dopo, invece, Rina si ritrovò già con le lacrime agli occhi: una goffa uscita del portiere, un pasticciaccio in area, il pallone diretto lentamente, beffardo, verso la rete incustodita, il tuffo disperato di un difensore per allontanare d'istinto la sfera con la mano. Espulsione del colpevole e rigore: uno a uno, squadra in inferiorità numerica e stadio ammutolito.
«Niente da fare: i portieri italiani sono tutt'altra cosa…» commentò Ivan, costernato.
«E così, quei tipi sono tosti, vero? Sei un maledetto gufo» sibilò invece con puro odio Rina al povero Ivan, sconvolto ed inebetito; lei stessa sconvolta al punto di non essersi nemmeno accorta di aver usato il tu, senza tante cerimonie. «Tanto varrebbe che tifassi per… per quegli altri, ecco!»
Quel riferimento all'altra squadra cittadina grondava di così tanto disprezzo da lasciare Ivan sconvolto: «Io?» replicò a voce bassa, intensa, oltraggiata. «Mai! Piuttosto la morte…»
Rina capì subito di aver colpito troppo duramente: la sua collera svanì all'istante, soffocata dal senso di colpa. «Oh… scusami…» annaspò contrita, alzando per un istante appena una mano, come in un accenno di carezza. «Cioè… Volevo dire: mi scusi…» si corresse subito, imbarazzatissima, ritraendo di scatto e quasi nascondendo la mano galeotta.
«Puoi darmi del tu, se vuoi» concesse Ivan, imbarazzato a sua volta. «A me non dispiace.»
Rina rispose con un sorriso timido, annuì, poi entrambi tornarono a concentrarsi sulla partita.
La sofferenza fu lunga, interminabile: forse a causa dell'inferiorità numerica, ma i ragazzi quella sera non erano loro, o forse erano piuttosto gli avversari che si stavano spremendo al massimo per resistere e portarsi a casa una qualificazione insperata. Comunque fosse, la partita andò avanti, brutta, tesa e per nulla spettacolare, fino all'ultimo minuto.
Dando fondo alle ultime energie, gli ospiti stavano cercando in tutti i modi di guadagnar tempo, di tenere lontano il pallone dalla propria porta, scambiandoselo stucchevolmente l'un l'altro a centrocampo.
«Se fanno il minimo errore li fulminiamo in contropiede» disse Ivan, più che altro per scaramanzia.
E, guarda caso, proprio un attimo dopo l'errore finirono per farlo davvero: un passaggio un po' troppo corto, un guizzo del giovane attaccante e via, palla al piede, veloce come una lepre inseguita dai cani e dritto come un fuso verso la porta; il portiere avversario, piegato in due, le braccia un po' allargate, le enormi mani guantate ad aprirsi e chiudersi nervosamente, teso e pronto a cogliere l'attimo per scattare in uscita; una muta di difensori alle calcagna del ragazzo con il pallone; il giovane campione a sfiorare l'erba nella sua corsa leggera, elegante, troppo veloce per qualunque inseguitore; l'urlo della folla a spingere il suo idolo verso la vittoria. Finalmente il ragazzo entrò in area; il portiere scattò come una molla verso il pallone; il piede sensibile, da fuoriclasse vero, sfiorò il pallone con un tocco vellutato, la sfera di cuoio si sollevò, oltrepassò i guantoni protesi, planò morbida verso la porta spalancata.
La rete si gonfiò: era fatta!
Lo stadio esplose in un boato liberatorio, poderoso, terrificante.
Ivan e Rina si volsero l'uno verso l'altra, d'impulso si abbracciarono; in un gesto spontaneo, incontrollato, le labbra di Ivan si posarono su quelle di Rina; lei, con altrettanta spontaneità, ricambiò. Appena tre secondi dopo, però, i due già si erano staccati l'uno dall'altra, impacciati, imbarazzati, rossi come peperoni.
Pur sentendosi felici come pasque per il successo acciuffato per i capelli, Ivan e Rina non scambiarono più una parola fino a quando non furono fuori dai cancelli dello stadio, malgrado avessero percorso fianco a fianco l'intero tragitto dai loro posti, lassù vicino al cielo, giù giù fino all'uscita. Però era giunto il momento di salutarsi.
I due si fermarono, simultaneamente, e si volsero l'uno verso l'altra. Un lungo momento di esitazione, poi fu Ivan a rompere il silenzio imbarazzato: «Lei da che parte va?»
«Prendo la metro» rispose Rina, telegrafica.
«Anch'io» ammise lui, quasi scusandosi. «Posso accompagnarla?»
«Grazie» fece lei con un sorriso incerto.
Detto questo si incamminarono insieme, in imbarazzato silenzio, uno accanto all'altra ma entrambi attenti a tenere le mani ben a fondo nelle tasche dei rispettivi giubbetti, a scanso di inopportuni contatti accidentali.
Precauzione inutile, quella: giunti sulla banchina della metropolitana, i due si ritrovarono nel bel mezzo di una marea di gente vociante, bandiere e sciarpe dappertutto, urla e cori, urti e spintoni a volontà. Impossibile tenersi a distanza: appena saliti sul treno finirono per ritrovarsi in un angolino del vagone, stretti per forza di cose l'uno all'altra.
Poi, il convoglio finalmente partì. Dopo appena un centinaio di metri vi fu un improvviso scossone, Rina cacciò un piccolo strillo nel perdere il precario equilibrio, il braccio di Ivan prontamente la cinse alle reni per sostenerla, lei a sua volta si aggrappò a lui.
Non si staccarono più.
Tre settimane dopo, vi fu ressa grande alla banca: era iniziata la prevendita per la semifinale.
Rina ebbe il suo daffare per tutto il tempo, a lottare con le linee di comunicazione intasate, con le richieste a volte assurde dei clienti, con la stanchezza di una giornata incredibilmente stressante.
Poi, quando Dio volle, l'orario di lavoro passò, la bolgia di tifosi si placò ed il personale della banca si preparò a fare finalmente ritorno a casa.
«Ehi, Rina!» chiamò uno degli impiegati. «Ma il tuo spasimante non si è visto? Rinunciare ad una semifinale, proprio lui? Sarà mica morto? O magari s'è trovato un'altra filiale… o meglio ancora un'altra cassiera?»
Rina reagì con una smorfia un po' seccata allo sfottò, ma non disse nulla. Intervenne invece un altro impiegato, noto tifoso di "quegli altri": «Io invece dico che non s'è visto perché stavolta allo stadio nemmeno ci va: sente puzza di eliminazione, sicuro come l'oro! Due pappine vi pigliate, come minimo!»
Intervenne un terzo impiegato: «Vuoi dire come quelle che vi eravate prese proprio voi agli ottavi, giusto?»
«Ecco, ha parlato il "gobbo"…» ribatté piccato l'altro.
Rina li lasciò parlare, senza intervenire come abitualmente faceva: sistemando le sue cose nella borsetta, con le punte delle dita sfiorò quasi con tenerezza i due preziosi tagliandi acquistati già prima dell'apertura e subito riposti là dentro, al sicuro; li guardò per un istante soltanto, poi si concesse un piccolo, segreto sorriso.
Mai più da sola nella vita… e nemmeno a San Siro…
Terzo anello testo di Grog