Il ritorno del Moscone: sono qua per la creatività

scritto da il Moscone
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo il Moscone
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Ognuno di noi ha dentro di sè la forza creativa del papavero e della Fenice e può arrivare in ogni momento a sapere dove si trova la sua gioia e da che cosa dipende la sua fioritura. Siamo fiori che vogliono sbocciare e non limoni da spremere.
- Nota dell'autore il Moscone

Testo: Il ritorno del Moscone: sono qua per la creatività
di il Moscone

"Si ritiene che il mondo sia colmo di possibilità ma, nella maggior parte dei casi, nell'esperienza personale si riducono a pochissime. Vi sono miriadi di pesci nel mare... forse... ma a quanto sembra, la stragrande maggioranza è composta da sgombri o sardine, e se non si è uno sgombro o una sardina, si hanno scarsissime probabilità di incontrare altri tipi di pesci nel mare."

“L'amante di Lady Chatterley”, David Herbert Lawrence


“Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha."

Gesù di Nazareth


"Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa, non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi."

“La guerra di Piero”, Fabrizio De André


Fin dall'inizio della storia, l'essere umano ha sostenuto una dura lotta per sentirsi a casa sulla faccia della terra, e, dopo secoli, ancora non ci è riuscito.
Da quando si è scoperto nudo, fragile e indifeso e schiacciato tra cielo e terra, ha continuato a combattere per più cibo, più vestiti, più riparo e più sicurezza; e sebbene abbia ricoperto il mondo con case e sebbene la fertile terra abbia cresciuto e donato un'enorme abbondanza di cibo e nutrimento nelle sue mani, ancora l'uomo non si sente placato, soddisfatto.
L'Homo Consumens continua a lavorare incessantemente all'infinito, incalzato dal bisogno metafisico dell'aumento indefinito del fatturato . Nella sua ansia di progresso ha evoluto nazioni ipertecnologiche e tremendi governi autoritari per proteggere la sua persona materiale e le sue concrete proprietà; il suo strenuo proposito, inarrestabile, lo ha portato a incrementare al massimo l'intero tumulto frenetico dell'industria moderna, anche se ha già quello che gli basta per vivere, ha già il necessario per mangiare e per vestirsi, e per poter essere al sicuro.
Ha persino inventato una religione come sistole del suo battito cardiaco, la propiziazione di un Dio unico che controlla la morte e le fonti di sostentamento.
Ma come diastole del suo battito cardiaco, c'è qualcosa di più, qualcos'altro, -grazie al cielo!-, di questa rabbiosa e inesauribile smania di autoconservazione camuffata da progresso illimitato. Anche la passione di essere ricchi non è semplicemente il desiderio avido di essere sicuro all'interno di triple mura di bronzo, insieme a un enorme granaio pieno di oro e di cibo.
E la storia dell'umanità non è solo la storia di uno sforzo di autoconservazione che alla fine è diventato esagerato e folle.
Lavorando in opposizione a quella volontà di autoconservazione, i primi esseri umani hanno sperperato tante energie per generare bambini, per colorare il proprio corpo e danzare e ululare al cielo, e ornandosi di piume i capelli, e incidendo graffiti sulle pareti della sua caverna e scolpendo immagini nella pietra per esprimere e raffigurare le proprie emozioni interiori.
Quindi andarono avanti istintivamente senza pensare al domani, e, a sera, contemplavano la bellezza di un giglio bianco in fiore.
Nel sonno, mentre sognavano, tuttavia, capirono presto che il giglio è un fiore saggio e casalingo, premuroso di se stesso, che pone segretamente il suo piccolo magazzino e il suo fienile, ben nascosto e pieno di provviste, nel bulbo sottoterra.
E questa previdenza da parte del giglio, l'uomo l'ha fatta sua.
All'alba uscì con ansia per uccidere il più grande dei mammut, in modo da avere un'enorme dispensa piena di carne, così tanta da non riuscire a mangiarla in una sola volta.
E l'anziano seduto vicino al fuoco nei pressi della porta della caverna, impaurito dal prossimo inverno con le sue scarse derrate alimentari, guardando i giovani farsi intorno a lui per ascoltare la sua esperienza, cominciò a raccontare storie impressionanti, come la crudele favola della cicala e della formica; e lodò la parsimonia e la previdenza del piccolo scoiattolo rosso, e trasse una morale dal papavero effimero e fugace.
"No, miei cari figli", continuò l'antico uomo paleolitico, mentre sedeva vicino al falò acceso vicino alla porta della sua caverna,
"non comportatevi come quel fiore scarlatto spericolato e svergognato. Ah, miei cari, voi non capite quanto lavoro, e la costruzione mirabile, e tutta la chimica, la tessitura e la profusione di energia, tutta la faticosa crescita avvenuta giorno dopo giorno e notte dopo notte, e ora quel vostro vistoso rosso relitto si è appassito in pochi giorni. Pufff! - ed è sparito, e la sua splendida vita non tornerà mai più.
Ora, miei cari figli, cercate di non essere mai così. "
Tuttavia, il vecchio cavernicolo osservò un'ultima volta il papavero che usciva dal bocciolo, con quella fiamma che gli illuminava come un rosso sole la vista; guardò quella fiammata salire in alto aggrapparsi insieme alle lingue delle fiamme del falò, e pianse, pensando alla sua gioventù perduta.
Finché quella rossa bandiera vegetale s'ammainò davanti a lui, cadendo come uno straccio sporco per terra.
Ora, non sapeva se venerare, rendere omaggio al papavero con il silenzio o mettersi ancora a predicare qualche morale.
Quindi scese a un compromesso e continuò a raccontare una storia sulla Fenice.
“Sì, miei cari figli, nel deserto desolato, conosco l'albero verde e aggraziato dove la fenice fa il suo nido. E lì ho visto l'eterna Fenice rinascere dal fuoco, lasciando i suoi resti corporali nel rogo, in forma di ceneri.
Con un movimento improvviso entrò nel grande falò e scomparve, lasciando che la sua vita corporale rinascesse dalle sue stesse ceneri. "
"E l'ha fatto davvero?"
"Oh, sì, e così risorse."
"E dopo che cosa ha fatto ?"
"È cresciuta di statura e poi si è immersa di nuovo nelle fiamme."
E quel grande fuoco era tutta la storia e tutto il trionfo. L'anziano narratore lo sapeva. Fu così che lodò, nell'intimo del suo cuore, la rossa esplosione in cima al papavero che non aveva paura dell'inverno. Anche i suoi semi nascosti erano secondari, una volta bruciati all'interno del fuoco.
E non era rimasto più nessun colore rosso fiammante; c'era solo un'erba bruciacchiata, senza nome o segno di papavero.
Ma aveva visto il fiore, nel contempo, in tutta la sua evanescenza e il miracolo del suo essere.
L'anziano narratore paleolitico, con l'esperienza del papavero e della Fenice, aveva scoperto l'arte: un'attività umana che non risponde a nessuno dei due istinti base della specie homo sapiens: l'autoconservazione e la riproduzione.
E' un gioioso aspetto della vita umana non essere obbligati, in modo brutale e coatto, a passare tutto il tempo umano da svegli mangiando - e cercando di non essere mangiati - o facendo sesso.
Non importa quanto perseguiamo un istinto primario e quanto questo ci tiranneggi, ci saranno comunque prima o poi dei momenti in cui non avremo niente da fare e solo in quei momenti ritroveremo, grazie all'arte, l'autentico essere se stessi; a causa della sua indipendenza dai nostri istinti evolutivi, l'arte è la maniera in cui affermiamo veramente la nostra identità profonda come individui e rompiamo e ci liberiamo dai pochi ruoli schematici che la natura ci obbliga a seguire.
Lo spreco e lo sperpero di energie richiesto dall'arte è la stessa rappresentazione dell'apice del nostro essere.
Se, per risparmiarsi e capitalizzare le sue risorse, il papavero avesse rallentato la sua crescita, non sarebbe mai esistito.
Se mancasse questa volontà di donarsi e di sprecarsi per qualcosa di superiore, le tenebre coprirebbero la faccia della terra.
In questo sperpero di energie, la pianta si trasfigura in fiore, e diventa finalmente se stessa.
Lo scopo, il culmine di tutto questo sbattersi, darsi e donarsi è il rosso fiammante del papavero, la gloriosa e rinascente fiamma della Fenice.
Ma gli esseri umani del terzo millennio non hanno più rispetto per il singolo individuo e la sua forza creativa e la sua voglia di darsi e di donarsi.
Indugiano nell'inattività nichilista della fase vegetale, reattiva e autoconservante e preferiscono confluire in qualche gregge politico, manipolati e spinti al non-pensiero da qualche demagogo ignorante e interessato solo al soddisfacimento dei propri istinti naturali.
E così passiamo tutta la vita a lottare per rimanere identici a noi stessi, murati vivi dentro quello che siamo, ed è così che la sprechiamo davvero, la nostra unica e preziosa esistenza.
E così diventiamo come la verza, che nasconde la sua palla commestibile dentro le larghe foglie esteriori, e resta lì, tremante e nascosta a nascondersi, finché il contadino non la coglie e non la porta al mercato per venderla.
Un cavolo che si nasconde per tutta la vita dentro al letame, rispetto alla fiamma spettacolare di un papavero è per noi uno spettacolo vergognoso, quasi indecente. Meglio essere come la gramigna, un'erbaccia nociva.
Quindi le persone dell'inizio del terzo millennio preferiscono starsene chiuse, bene al sicuro, dentro a una crisalide ripiena di consumi e protezione dalla vita.
Ma il fiore che nasce e cresce dentro al nostro cuore, si sforza e lotta per alzarsi a vedere la luce del sole, mentre la volontà statica e reattiva c'imprigiona nell'immobilismo.
Ma il fiore, se non riesce a farsi strada e a crescere fino alla luce solare finirà per autodistruggersi.
E così la verza, chiusa in se stessa raggrinzirà e diventerà marcia, corrosa dalle lumache, dai vermi e dai virus.
Tuttavia chiamiamo il papavero "vanità" e lo trattiamo come un'erbaccia.
E lo offendiamo così perché crediamo che il nostro vivere al risparmio, murati vivi dentro al nostro cieco istinto di autoconservazione sia l'atteggiamento più importante per la conservazione dell'umanità.
Ma che cosa conta davvero?
Per il papavero, che il suo fiore si dischiuda alla luce del mondo; per il cavolo, che vive timido e nascosto, non creare nessun fiore fiammante.
Semi, frutti e prodotti, questi sono solo traguardi secondari: far nascere bambini e lavorare come somari sono solo obiettivi banausici.
Il lavoro, nel suo significato ordinario e alienante, e ogni sforzo per il bene pubblico, questi sono solo lavori di autoconservazione, sono solo mezzi per raggiungere un fine.
L'obiettivo finale è il fiore, un nocciolo d'energia propulsiva, svolazzante e cantante come un uccello in primavera, lo spruzzo magico dell'essere che è come una cascata ribollente in un laghetto, al chiaro di luna.
Lo scopo finale di ogni essere vivente è il pieno raggiungimento di se stesso. Ciò realizzato, produrrà ciò che vorrà produrre, e creerà i frutti della sua natura. Non il frutto, tuttavia, ma il fiore è il culmine e l'apice, il fine da perseguire. Non il lavoro che produrrò, ma il vero Io che realizzerò, questa è la meta; dal Me completo verrà il frutto completo di quello che sono e solo dopo verrà il lavoro e il far nascere e crescere dei bambini.
E so che il comune papavero selvatico ha raggiunto la sua splendida fioritura fino a diventare davvero se stesso.
Ha scoperto il suo rosso sfolgorante. La sua luce, il suo vero Sè, si è alzato dalla terra e ed è diventato radioso, è volato con i venti per un momento.
È splendido. Il mondo è davvero il mondo a causa del rosso unico del papavero. Altrimenti sarebbe un pezzo inerte di fango.
E lo sono anche io, dopo questa rivelazione.
Di che cosa si tratta, di che cosa si parla, lo respiro e lo annuso, riguarda me ed è fuori e dentro di me.
E posso dire che so di non sapere ancora tutto. C'è tant'altro ancora da rivelare. E al momento, quel sovrappiù, non lo conosco.
Mi emoziono pensando alle infinite possibilità della vita , quando penso a ciò che il papavero deve ancora rivelare nel corso della sua evoluzione e non ha ancora avuto il tempo di manifestare.
Nonostante il fatto che viviamo in questa continua meraviglia che è la natura, il nostro asservimento alla società ci fa sempre sostenere che la vita è soltanto una dura lotta per l'autoconservazione, e che questa guerra per il controllo degli strumenti che permettono l'autoconservazione è l'essenza della vita.
Come se l'esistenza fosse qualcosa di così banale, inutile, ingestibile.
E continuiamo a ripetere sempre gli stessi stereotipi sulla vita come se non avessimo alcuna volontà e possibilità di migliorarla e cambiarla, come se fossimo gli schiavi di un Destino inappellabile.
Ma non è vero: questa è solo menzogna e manipolazione mentale.
Ognuno di noi ha dentro di sè la forza creativa del papavero e della Fenice e può arrivare in ogni momento a sapere dove si trova la sua gioia e da che cosa dipende la sua fioritura.
Siamo fiori che vogliono sbocciare e non limoni da spremere.

“Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha."
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