Il mondo è un ingranaggio che macina speranze,
un banchetto di pochi servito su tavole di ferro,
dove il pane si fa scarso e il debito si fa catena.
Ci hanno promesso il cielo, ci hanno dato il deserto,
e ogni mattina, nel petto di chi lavora,
il pugnale del domani affonda senza pietà.
Ma guarda la piazza, dove il fumo si alza nero:
non è il fuoco della giustizia che purifica,
è l' incendio cieco ci chi ha smarrito la via.
Si infrangono vetrine, si calpestano i sacrifici,
e il piccolo mercante, che ha le mani callose
come quelle di chi urla, vede il suo mondo in cenere.
E' un paradosso amaro, un' ombra che si morde la coda;
colpisce il vicino per ferire il padrone,
distrugge il poco che resta, per la rabbia di non avere il tutto.
La protesta che era voce, si è fatta rumore,
un'orda che non costruisce, ma divora se stessa,
mentre, lontano, chi tiene i fili del gioco
sorride, guardando le marionette che si sbranano tra loro.
Siamo naufraghi che, per sete,
invece di cercare la fonte,
danno fuoco alla zattera che ci tiene a galla,
e nel chiarore di questo scempio,
la verità si perde tra i cocci di vetro:
non c' è vittoria nel rogo,
se a bruciare è la casa di chi, come noi,
s' arrabatta giorno dopo giorno per un boccone di pane amaro.