Frugava nei sacchetti dell’immondizia come una mendicante. Mangiava le bucce delle mele e beveva così tanta acqua che lo stomaco le sembrava sempre in procinto di esploderle. Tutto per non mangiare. Prima, quando Giselle aveva fame, le bastava aprire il frigorifero o spalancare i mobili della cucina, frugare tra i pacchi di fette biscottate integrali che sua madre gettava sempre chiusi perché nessuno le mangiava, tra i sacchetti di farina, i succhi di frutta di sua sorella, ed estrarre merendine, barrette di cioccolato, patatine in busta. Ostruivano la sua fame come un tappo ostruisce un buco e lei tornava a fare quello che stava facendo, più soddisfatta che mai. Adesso, da quando si era resa conto di essere troppo grassa da meritare di mangiare, se Giselle ammetteva a se stessa di avere fame veniva sopraffatta dal panico. Ora ricomincerò a mangiare e a ingrassare, si diceva colta dal terrore. Non sono in grado di riuscire in niente. Non sono neanche capace di esercitare controllo sul mio corpo, di decidere come voglio essere. Voglio essere magra, ma ho fame. Frugava tra gli avanzi del bucce delle due mele e dell’unica pera che costituivano il suo spuntino pomeridiano. Sono compresi in quello che mi è permesso mangiare. Fanno parte della mia dose giornaliera di frutta. Non mi succederà niente se li mangio. Guardinga, nel caso sua madre la scoprisse, si avvicinava lentamente ai sacchetti appesi fino alla maniglia della porta che dava sul giardino e li schiudeva senza far rumore. Si tappava il naso e rovistava tra gli avanzi. Si faceva schifo, ma persisteva, incoraggiandosi, promettendosi che sarebbe finita presto. Rimasugli di pasta le si attaccavano alle dita e a lei veniva voglia di vomitare. Non lo faceva mai. Non era brava ad indursi il vomito, anche se aveva provato a farlo varie volte, ma con scarsi risultati. Tutto quello che otteneva era qualche rigurgito che le seccava la bocca, e non sortiva alcun effetto al di là di farle venire ancora più fame. Anche se nel suo attuale regime alimentario c’era ben poco da espellere. Se Giselle avesse dovuto indicare quale fosse il momento peggiore della sua giornata, avrebbe affermato senza subbio che era la notte. La sua cena consisteva essenzialmente in un piatto di verdure scondite, sempre diverse ma sempre incapaci di saziare la sua fame, un pasto così misero che la faceva alzava da tavola con lo stomaco che gemeva, reclamando altro cibo. A quel punto le venivano i crampi alle dita nel tentativo di non aprire il frigo e ingurgitare qualunque cosa in cui si imbattesse. La notte la fame non la faceva dormire bene. I suoi sogni avevano il colore della pasta che si negava, del pane di cui non ricordava neanche più il sapore, del filetto di maiale che avevo smesso di mangiare, del cioccolato, della torta caprese, dei biscotti alla ciliegia, della lasagna della sua mamma, quelle che prima cucinavano insieme. La notte Giselle si sforzava disperatamente di conciliare il sonno per poter giungere quanto prima alla mattina e poter consumare una colazione almeno in parte soddisfacente. A volte le capitava di essere sopraffatta dalla disperazione e, in quei casi, si portava la mano sulle costole sporgenti, o si cingeva un polso scarno, e la faceva giacere là. Il contatto con le sue ossa le suggeriva che ne valeva la pena. Soffrire in quel modo ne valeva la pena, perché presto avrebbe conquistato il corpo che le avrebbe permesso di essere felice. E quando si risvegliava, dopo un sonno tormentato e inquinato di incubi, la prima cosa che faceva era sorridere. Perché sapeva che le era finalmente concesso di accontentare il suo stomaco che si era dimenato tutta la notte. Ma la sensazione di benessere che si irradiava nel suo corpo quando portava alle labbra i suoi 150 ml di cappuccino scremato durava poco, ed era subito sostituita dalla crudele consapevolezza che avrebbe dovuto aspettare altre quattro, cinque ore per potersi sfamare di nuovo.
Giselle scoprì di essere malata quando la verità le si rivelò senza censure, tatuata sui suoi stessi polsi. Si era tagliata con una lametta per la barba di suo padre perché aveva mangiato due fette di pizza margherita per cena. Aveva provato una gioia radiosa, se pur, fugace nel portarle alle labbra, nel masticarle lentamente e nel sentirle precipitare nel suo esofago per riempirle lo stomaco. Ma nell'attimo in cui entrambe furono sparite all'interno del suo corpo, si era sentita violata dalla loro presenza, si era odiata per essere ceduta, aveva attribuito loro la responsabilità del suo corpo sgraziato. "Sono state fette di pizza come queste ad avermi resa brutta, grassa e infelice come sono" si era detta. Aveva sentito di doversi punire per la sua debolezza, e la lametta di suo padre le sembrava il mezzo adatto. La aveva fatta passare lentamente sopra i suoi polsi, procurandosi prima un graffio superficiale, ma poi, esercitando una pressione maggiore, una ferita più profonda. Una lacrime di sangue le era precipitata sulla pelle, sporcandole le dita.
Giselle la aveva guardata con soddisfazione. Poteva finalmente perdonarsi
Ossessioni testo di Duilia