La mosca

scritto da athos
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 8 anni fa • Revisionato 8 anni fa
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Testo: La mosca
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La mosca
La giornata non era delle più propizie. Ogni volta che Giobbe doveva andare all'Agenzia dell'Entrate, provava un gran fastidio. La gente in coda era sempre tantissima, spesso il numero di chiamata era bloccato, e bisognava aspettare come minimo qualche decina di minuti, prima di poterlo ritirare. D'al¬tronde l'Italia era il paese delle code, dove la burocrazia era un mostro che il cittadino periodicamente doveva affrontare. Per non tediarsi ulteriormente, ne approfittava per osservare come la gente si vestiva e parlava. Anche se di parole ne sentiva ben poche, tutti attaccati allo smartphone, la musica di sottofondo era il fischiettio continuo dei messaggi di Whatsapp. Anche Giobbe magari avrebbe dato una sbirciatina ai social, ma il suo telefono era un piccolo aggeggio da trenta euro, e poteva utilizzarlo solo per qualche messaggino. Gli capitava, però, in quelle attese, di dover sempre andare in bagno.

Fu così anche quel giorno.

Chiamavano il numero diciotto mentre lui aveva il ventotto. Pensò che, visto i ritmi, avrebbe potuto ritirarsi in bagno per un’urgenza, e ritornare in tempo per essere pronto alla presentazione dei documenti.
Si affrettò il più veloce possibile, ma lo trovò occupato. Attese pazientemente un paio di minuti poi poté entrare.
La toilette, francesismo che in romanesco si traduce in latrina, era molto piccola, circa tre metri per due, maledettamente maleodorante non avendo finestre. Giobbe in fretta e furia si slacciò e si sedette.
Una mosca girava fastidiosamente, di sicuro stazionava lì da parecchio tempo. Inebriata dalle puzze che ammorbavano l'aria, era particolarmente aggressiva. Simile a quegli insetti, come impazziti, che d’estate cercano di infilarsi nelle orecchie o nel naso. Giobbe sentiva il maledetto ronzio che si avvici-nava minaccioso, zzz zzz zzzzzzzzzzzzzz per poi tornare a volteggiare nell'aria, prendere la rincorsa e ritornare all'attacco.
Si sentiva nervoso e disturbato, in più cominciava a sudare. Non riusciva a evacuare, nonostante gli sforzi. A un certo punto sentì bussare alla porta.
"Occupato" rispose per evitare che il malcapitato di turno la sfondasse.
"Oh scusi, aspetterò" gli rispose la voce dall'altra parte.
Giobbe con un gioco di parole pensò allo stronzio, questo metallo dal nome pertinente visto la situa¬zione in cui si trovava. Non sapeva che consistenza avesse e dove si trovasse in natura.
Digrignava i denti, ogni tanto prendeva ampie boccate d'aria fetida per uscire dall’apnea e ritentare con maggior forza.
Toc toc, toc toc, "Scusi manca molto? È urgente, sono il direttore dell'ufficio."
Giobbe pensò in slang lombardo - E mì su de fà?- "Un momento, manca poco" urlò esausto.
La mosca continuava a imperversare, il caldo era opprimente e finalmente Giobbe, con un boato, si liberò. Che sensazione di benessere! Anche la mosca si era tranquillizzata, non attaccava più e non si sentiva neanche volare.
Pensò al silenzio assoluto che regnava, ora che anche l’insettaccio si riposava. Doveva fare in fretta, perché l’energumeno dall’altra parte della porta era fremente.
Quando ebbe finito di sistemarsi, Giobbe sentì qualcosa in bocca di morbido, alla pressione della lingua sul palato.
Incredulo e inorridito, mise due dita in bocca, e ne estrasse una poltiglia nero-verdastra. La lasciò cadere nel water.
Poi tirò l'acqua.
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