NINA

scritto da SaraNina
Scritto 2 mesi fa • Pubblicato 2 mesi fa • Revisionato 2 mesi fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di SaraNina
Autore del testo SaraNina

Testo: NINA
di SaraNina

Le case parlano in casese, gli alberi in alberese, i gatti in gattese, i sassi in sassese, le strade in stradese, i fiumi in fiumese. E le lucertole? In lucertolese. 

Ne vedo tante di lucertole in giardino, ma non le ho mai sentite parlare. Nemmeno quando i ragazzini staccano loro la coda con un colpo secco e stanno a guardare quel pezzo di corpo che dovrebbe essere inerte, muoversi e divincolarsi invece, come se avesse vita propria, come animato da una forza inspiegabile, o forse solo da un impulso elettrico e convulso. Magari semplicemente non capisco il lucertolese. Perché invece l’alberese l’ho sentito. L’altro giorno, mentre passavo in cortile davanti a uno dei due alberi spilungoni con gli spini morbidi dalla punta arrotondata come quella delle forbici e le bacche rosse velenose che non bisogna toccare con le mani, solo calpestare. Ho sentito chiaramente un suono, una specie di parola incomprensibile, che proveniva da lì, e che sicuramente era diretta all’albero gemello, che si trova a meno di un metro di distanza. 

Il giardino di casa è grande, o almeno grande abbastanza da contenere tutte le storie e le avventure di una bambina della mia età, che in quel rettangolo verde ci è cresciuta, e che lo ha abitato dagli zero ai sette anni. Fino ad adesso, insomma. Ci sono uno scivolo di plastica rosso e giallo, un pozzo chiuso dove ci si può sedere sopra, un tepee di stoffa colorata, un ciliegio malato, alcune piante piene di api e di calabroni, da cui mi tengo a distanza, un angolo fitto di violette bianche e viola che vado spesso a raccogliere, cespugli di trifogli, i fili per stendere i panni agganciati a pali di ferro arrugginiti, file di formiche che attraversano il cortile che delimita il giardino. Le formiche camminano piano, una dietro l’altra. Non si capisce da dove parta la fila, ma si arrampica lungo il muro di casa fino a perdersi in alto. “Il cortile”, come lo chiama mia nonna, e il giardino occupano due spazi distinti. Il cortile è di cemento, ci si può correre in bici e con i pattini; il giardino è un rettangolo verde e dalla superficie irregolare. E in un angolo del giardino, in fondo, c’è l’enorme abete, che ha perso la punta durante una grande nevicata. Sotto le sue ampie fronde si apre un mondo parallelo, ombroso e pieno zeppo di aghi secchi e marroni, che pungono i piedi d’estate e creano un pavimento morbido su cui non cresce l’erba. Sotto l’abete abbiamo appeso alcune amache dove mi stendo a leggere o dondolare ad occhi chiusi. È un mondo semi illuminato dalla luce che filtra tra i rami, in cui è facile nascondersi e immaginare. È bello anche infilarsi dietro la siepe di cipressi che separa il giardino dalla rete del condominio di fianco, e percorrerla tutta, stare stretta stretta tra gli alti alberi e il recinto metallico, sparendo completamente alla vista. L’altro lato del giardino, quello che dà sulla strada, è più scoperto, c’è solo una siepe bassa e si vede chi cammina sul marciapiede. Mio fratello, che ha tre anni, a volte chiacchiera con i vecchietti che passano, come se li conoscesse da una vita, come se fosse uno di loro. Una volta l’ho sorpreso a chiedere a un signore mai visto prima di aiutarlo ad aprire un pacchetto di biscotti.

Il mio posto preferito è lo scivolo. Si trova al centro del giardino, quindi tutti mi possono vedere quando sono lì, ma io mi sento invisibile, nessuno può sapere quello che vedo io quando chiudo gli occhi e inizio a giocare. 

Uno, due, tre, quattro gradini, mani sui braccioli, sollevo con forza le gambe, ondeggio e mi dò la spinta ma resto all’inizio della discesa e mi siedo sulla parte piana in cima allo scivolo. Sento il sole che scalda la plastica, ma non troppo, è piacevole, saranno le cinque di pomeriggio. Chiudo gli occhi. La mamma è in cucina e Giulio al centro estivo. Fra due settimane è il mio compleanno. Qualcuno passa per la strada, sento le chiacchiere sul marciapiede. Apro gli occhi. Li richiudo. 

Dove ero rimasta l’ultima volta? Ecco sì. Nina è di spalle e cammina da sola al margine destro di uno stradone ampio, su un largo marciapiede, passa sotto un cavalcavia. La città è Berlino, è lì che vive, da qualche mese. Come è fatta Berlino l’ho visto in un film, penso che è lì che deve stare adesso Nina. 

Nina cammina, e indossa una maglietta a righe e una minigonna di jeans, degli anfibi neri, uno zainetto. Ha i capelli lunghi fino alle spalle. Non è esattamente come penso che sarei io a trent’anni. Alcune auto le passano di fianco e sfrecciano veloci. Lei ha le cuffie e non sente il rumore, canta una canzone e cammina rapida. È estate, è oggi, a Berlino come qui, fa abbastanza caldo. Il cielo è molto ampio e ci sono delle nuvole che si rincorrono, coprono e scoprono il sole, creano mutevoli giochi di luce. 

Facciamo che ero Nina. Nina che camminava per conoscere Berlino. Facciamo che era arrivata da una settimana, per restarci sei mesi. 

      Sente addosso tutta la gente, l’odore del kebab e dei dolci turchi, il cielo che si trasforma continuamente, la metro che corre piena di un’umanità brulicante, strati-su strati-su strati di persone diversissime l’una dall’altra, che attraversano una città che cambia ad ogni angolo di strada. Si sente piccolissima e insieme potente. È una sensazione nuova, quella di essere al posto giusto, anche se non sa per quanto. 

L’abbonamento della U-bahn le dà un senso di onnipotenza, di ubiquità. Può andare dove vuole, scende ad una fermata e…zac! Un microcosmo nuovo. Sale le scale, tra la puzza di piscio e di motore della metropolitana, il brulichio di voci e di suoni, buio e caldo sotto, grigio con qualche raggio di sole sopra. Leopoldplatz è un posto disomogeneo e asimmetrico, ci sono il palazzo della Karstadt e quello della Bayer in lontananza, la chiesetta e la biblioteca, il mercato dell’usato e delle verdure caotico e variopinto, con i venditori ambulanti rom che urlano a una folla informe, ruvida e scomposta, qua e là qualche turista vistosamente fuori contesto, sulle panchine tossici e alcolisti accasciati fra mucchi di panni e rifiuti abbandonati a terra. 

È scesa tre fermate prima della sua, fa due passi fra le banchette e vorrebbe mimetizzarsi tra la gente del quartiere, sulla metro più di una volta le hanno chiesto se fosse turca, - forse ci riesco a non farmi riconoscere per la studentella italiana che sono, pensa. 

Si tradisce appena uno degli ambulanti le grida qualcosa e lei prova a rispondere in un tedesco timido e stentato, le sorride, lei sorride a sua volta. 

Non compra niente, si riempie gli occhi di tutti quei ninnoli dorati, degli oggettini color ottone, delle tazze in porcellana bianche e arancio stile DDR, delle brocche in vetro soffiato, della frutta secca e dei dolcini al miele. 

Esce dal quadrilatero del mercato e della piazza e si incammina lungo Müllerstrasse, quattro corsie di auto da un lato, negozi turchi di telefonini, abiti da sposa, barbieri, verdure dall’altro. Cinquantasei, trentanove, dodici: i numeri delle case non seguono una logica lineare qua, pari e dispari mescolati in ordine sparso. Lo zaino sulle spalle pesa, il computer e i libri le piegano la schiena, ma vuole lo stesso fermarsi a comprare qualcosa da mangiare per cena. Entra da Netto ed esce con una busta: spaghetti di soia, zucchine, uova, biscotti. Ci sono due tipi di “Netto” a Berlino, il “Netto giallo” e il “Netto nero”, si distinguono per il colore dell’insegna luminosa. La prima volta che aveva messo piede in questa città per rimanerci qualche mese, proprio nei primissimi giorni era uscita con un amico italiano che le aveva insegnato quelle quattro-cinque cose da sapere per sopravvivere e le aveva detto, ironizzando, che esiste una chiara gerarchia tra i supermercati che corrisponde esattamente ai gradi di “disperazione” e disagio che si possono attraversare nella vita in una grande città. E aveva detto che il Netto nero sta proprio all’ultimo gradino, ci entri quando sei studente appena arrivato senza un soldo, “il confine dell’umanità” lo aveva definito, con un tono fra il romantico e il bohemienne. Le viene in mente mentre esce dalle porte scorrevoli e le sfugge un sorrisetto. Riprende a camminare verso casa, pochi minuti e sarà arrivata. Sente un peso sul petto e il respiro che si fa pesante, una specie di inquietudine che inizia a salire. Un misto di angoscia ed eccitazione: è il suo mood da quando è qui. Si sente microscopica in una galassia enorme e piena di strade, di scale, di sottopassaggi, di treni che portano ovunque, di cieli sconfinati e infinite possibilità. Le gira la testa, si guarda le scarpe e si ricorda che deve solo percorrere la strada che fa ogni giorno e che può limitarsi ad osservare le vetrine dei negozi e l’asfalto sotto i suoi piedi, per non perdersi. In fondo, questa città, come ogni luogo ed ogni esistenza, la si può vivere al massimo, fino in fondo e fino al fondo, oppure semplicemente seguendo i propri passi uno dopo l’altro. Se si fa sempre lo stesso percorso, è quasi come essere al paese nel quale è cresciuta, 1 km di viale da casa a scuola e ritorno.

Sta scendendo il Sole, ora Nina è sotto il portone del palazzo, l’irrequietezza si fa più intensa. Entra in casa, butta a terra la busta della spesa e lo zaino del pc. Chiama un’amica mentre prepara la cena. “Ci vediamo domani”, pianifica per non restare troppo sola e per non dire di no a nessuna proposta, almeno finché è qui. 

Cena davanti a un film al pc e si butta sul letto. Sul soppalco vicino al soffitto della stanza, al buio, ascolta il silenzio del condominio, un piano sopra l’altro fino in cima e poi fuori dalle finestre senza tapparelle, nel cortile, sul marciapiede e nella strada, qualche schiamazzo notturno, un ubriaco che passa e urla parole incomprensibili, qualche auto, l’eco di un’ambulanza su Müllestrasse, in mezzo al traffico e ai semafori e poi giù giù sempre più lontano, i parchi al buio, le panchine vuote, gli Späti aperti h24, la U-bahn semi deserta che continua a correre, la città è sconfinata e illuminata dai fari delle auto e dalle luci artificiali, le stelle di solito non si vedono bene. Lei si sente molto piccola, un puntino minuscolo sotto le coperte, come una delle formiche che camminavano nel cortile di casa quando era bambina, però sola, fuori dalla fila indiana. Respira. Sente il petto che si alza e si abbassa lentamente. Sprofonda sempre di più nelle viscere scure della città, lei si fa sempre più piccola, i contorni della stanza intorno a poco a poco meno definiti. Uno, due, tre, buio. 

      "Ritaaa! È pronta la cena, vieni?"

Apro gli occhi, intorno a me è scuro e anche l’aria si è fatta più fresca, una leggera brezza estiva mi scombina i capelli. Quanto tempo è passato? Mi spingo con forza e scivolo giù sulla superficie di plastica ormai non più rovente. Atterro sull’erba del prato. La pancia mi brontola: ho fame. Salgo le scale di casa e mi arrivano le voci della mamma, del babbo che è tornato dal lavoro e del mio fratellino che corre nel corridoio. Mi sento ancora stordita dalla lunga sessione di giochi segreti e silenziosi, che lasciano sempre un forte strascico e che a volte prendono quasi vita propria, sfuggendo al mio controllo. 

Entro in casa e vado in bagno. Accendo la luce, l’interruttore produce un suono secco e scattoso. Mi lavo le mani e asciugo bene.

La mamma ha cucinato spiedini di carne, verdure e patatine fritte. Siedo a tavola, posti fissi, io di fronte alla mamma, Giulio di fronte al babbo. Non ho troppo da dire da quando la scuola è finita e sono iniziate le vacanze, e non sono molte nemmeno le domande a cui rispondere. I miei genitori chiacchierano di politica e lavoro, io mangio in silenzio, la mente vuota. 

Squilla il telefono nell’altra stanza: “vado io!”. 

- "Se mi cercano dì che non ci sono!"

Alzo la corretta bianca della Sip.

- “Pronto? cerchi il babbo? Il babbo ha detto che non c’è”. 

- “Rita! Ma chi è? Cosa dici?”.

- “Ha detto così..aspetta..te lo passo..”.

Non sono coerenti gli adulti, sono bugiardi e parlano una lingua che non si capisce. Gli adulti parlano adultese. 

Improvvisamente mi viene una gran voglia di dormire, sparecchio la tavola, cerco di spiegare che al telefono ho solo risposto a quello che mi era stato chiesto, loro dicono qualcosa sull’ironia e sui doppi sensi..adultese. 

Mi lavo i denti, spazzolino-dentifricio, interruttore della luce, pigiama, bacino, buio. 

Come mi succede spesso di recente, non prendo sonno. I pensieri si gonfiano dentro la stanza e rimbombano nella testa. I mobili si deformano e diventano enormi, si gonfiano e si piegano verso il letto. Per un attimo mi manca il fiato. Respiro. Provo a contare le note musicali, anziché le pecore, come mi ha insegnato il babbo. 

Do-re-mi-fa-sol-la-si-do-do-si-la-sol-fa-mi-re-do. 

Do-re-mi-fa-sol-la-si-do-do-si-la-sol-fa-mi-re-do.

Do-re-mi-fa-sol-la-si-do-do-si-la-sol-fa-mi-re-do.

Do-re-mi-fa-sol-la-si-do-do-si-la-sol-fa-mi-re-do.

Do-re-mi-fa-sol-la-si-do-do-si-la-sol-fa-mi-re-do.

Do-re-mi-fa-sol-la-si-do-do-si-la-sol-fa-mi-re-do…………….

      Nina si sveglia alle 8.00 di mattina, sempre troppo in ritardo, sempre in corsa e in debito col tempo e con i propri alibi, vinta dalla pigrizia e dall’incostanza. Fa caldo nella stanzetta, nel letto a soppalco vicino al soffitto. La luce filtra dalle finestre che qui sono senza tapparelle e illumina tutta la stanza. Infila la testa sotto il cuscino e la spinge contro il materasso. Si rigira un paio di volte nervosamente, poi scalcia via le coperte e salta su con un colpo di reni. È l’unico modo per alzarsi. Scaletta-pavimento-corridoio-bagno-pipì. 

È già tardissimo, l’archivio apre alle 9 e lei non sarà mai lì prima delle 10. Colazione. Yogurt di soia, lamponi, corn-flakes.

Oggi è tutto storto, già dalla mattina. Vorrebbe distruggere tutto, sente quella familiare furia devastatrice che la pervade dalla punta dei capelli all’unghia dell’alluce sinistro, la conosce molto bene ma non sa come placarla. Il suo corpo è troppo piccolo ed esile per contenere quella scossa elettrica che vorrebbe la fulminasse e riducesse in cenere, lasciandola lì, sul pavimento della cucina, un mucchietto di fuliggine scura. Si apre la finestra, entra un po’ di vento e spazza via la cenere. Puff, sparire così, senza clamore, senza fatica, sul tavolo la tazza vuota e la scatola dei corn-flakes. 

Il groviglio sullo stomaco si fa più stretto, i pensieri si affollano. Tutti insieme. 

La relazione più lunga mai avuta finita nel migliore dei modi possibili, lo spazio per nuove cose, troppo spazio, quasi gira la testa, capire cosa fare nella vita, riprendere la ricerca accademica o continuare a lavorare a scuola?, una serata con F., qualche mese fa, sul divano a suonare la chitarra, una cena al cinese, un pomeriggio al lago, dubbi, paure, stanchezza, tanto, troppo lavoro, troppe domande, ma anche strade da esplorare, infinite possibilità per ricostruirsi. Molti pezzi, taglienti e sghembi, con i bordi che non collimano e non si incastrano, difficile trovare la soluzione del puzzle. 

Di nuovo sola con sé stessa, “è quello che volevo, no?”. Niente legami, niente catene. Un puntino al largo in mezzo al mare.

La stretta alle viscere si fa più intensa, sudore freddo sulla fronte, Nina chiude gli occhi. Vorrebbe solo svegliarsi cenere da soffiare via. Ma niente. Apre gli occhi ed è ancora lì, le chiappe incollate alla sedia della cucina, il sudore che bagna il pigiama e una voglia matta di lanciare contro il muro la tazza con tutti i cereali. Una casa in affitto a Berlino per sfuggire alle certezze e alle routine pre-impostate, per non avere rimpianti, prima che sia troppo tardi. Una pausa dall’insegnamento per ripiombare nella ricerca, darsi un’altra chance per decidere che fare, pubblicare quel maledetto libro che da anni si trascina come un peso morto, vedere che succede se ci si lancia contro il muro delle paure ad occhi chiusi. Che vuoi che succeda? Un giorno ti senti libera e indistruttibile, un giorno spiaccicata a terra come un bicchiere di plastica sotto una scarpa. 

Oggi è uno di quei giorni. Nina si accartoccia e si appiattisce e pensa che vorrebbe essere la ragazza che immaginava di diventare quando era piccola. Allora pensava che a trent’anni sarebbe stata tutta intera, alta e con i capelli lunghi lunghi, dritta verso un futuro luminoso e certo, un lavoro, dei figli, una casa, un tailleur e una valigetta porta documenti nera, forse sarebbe stata una maestra. Quando aveva cinque-sei anni appariva tutto molto definito e sembrava che non potesse andare diversamente, che la strada fosse già tracciata e bastasse percorrerla. 

Ed eccola qua, nella cucina di un monolocale, alle 10 di mattina, maglietta stropicciata e mutande, occhiaie e rabbia, un lavoro a scuola in aspettativa, una borsa di studio per sei mesi, un paio di auricolari e uno di scarpe per attraversare questa città che le permette di passare inosservata mentre cammina senza una direzione. 

Esce di casa e alza il volume.

C’è un solo modo per tentare di salvare questa giornata, Nina lo sa bene. E allora ci prova. 

Le auto corrono veloci come sempre su Müllerstrasse, sirene di ambulanze, voci concitate, un mix di tedesco e arabo, ugualmente incomprensibile e ruvido ma con qualcosa di familiare; odore di kebab, di fumo aromatizzato alla vaniglia che esce dai narghilè sui tavolini dei bar, banchi della frutta e della verdura e abiti da sposa tempestati di zirconi luccicanti nei negozi turchi, insegne luminose con le migliori offerte di telefonia mobile. Scende le scale che portano alla metro. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, destra, sinistra, uno, due, tre, quattro, cinque. Le suole delle scarpe si appiccicano sul pavimento gommato dei gradini del sottopasso della U6, odore intenso di nafta e di chiuso, la voce metallica annuncia l’apertura delle porte “Einseigen bitte”. 

Nina si siede e chiude gli occhi sulla tappezzeria a chiazze blu e rosse, si sente avvolta e contenuta dal groviglio di umanità accalcata tutto intorno. Può lasciarsi cullare dai sobbalzi e sussulti per almeno dieci fermate, prima di Tempelhof. Conta le note: do-re-mi-fa-sol-la____________il suono violento della sveglia preimpostata del cellulare Wuawei la riporta in superficie, appena prima che le porte della U6 si spalanchino sulla banchina di Tempelhof, “zurückbleiben bitte”. 

Zaino, auricolari, playlist inserita, scale mobili, S42 direzone Greifswalder Strasse. 

La metropolitana corre in superficie, il sole pallido entra nelle carrozze, non si dorme. 

In un attimo, Treptower Park. 

Sono le 13 e il parco non è affollato come l’ultima volta, complice forse anche il tempo variabile, ora una leggera pioggia riga gli occhiali e scivola sull’impermeabile Quechua. Questa città abitua a non abituarsi a nessuna condizione metereologica, troppi repentini cambiamenti dentro una stessa giornata; anche Nina che odia la pioggia ha imparato a non arrabbiarsi e a farsela letteralmente scorrere addosso come se niente fosse. 

La passeggiata sul sentiero che costeggia il parco fitto di alberi altissimi placa il turbinio dei pensieri e scolla di dosso la rabbia. Saranno almeno dieci minuti a piedi, un passo dopo l’altro.

Sempre dritto, destra, sinistra, stop. Il monumento all’Armata rossa in fondo al viale toglie il fiato, sovrasta e fa sentire microscopici ed è esattamente quello di cui Nina ha bisogno, rimpicciolirsi, relativizzare. Nina si stende sul marmo freddo e liscissimo a guarda dal basso le statue enormi. Ha smesso di piovere. Nina chiude gli occhi. Trascorre così un’ora, che passa senza che se ne accorga, adesso la mente è vuota e bianca, come il marmo del memoriale e del cielo, riordinata dal rigore e dalla geometria del razionalismo sovietico. 

Ha funzionato. Uno schermo piatto, i pensieri non ci sono o almeno non fanno rumore.

Un leggero vento muove le cime degli alberi di Treptower Park, si insinua fra le enormi strutture geometriche e le statue del Sowjetische Ehrenmal e le accarezza la pelle. Il respiro si fa più profondo e a Nina sembra di galleggiare su una superficie piatta e calma, senza affondare mai. Non si sentono suoni intorno, Berlino sembra lontana, niente U-bahn, auto, voci umane…

      È la sera del suo compleanno, una calda sera d’estate, appena mitigata da una piacevole brezza che scompiglia un po’ i rami dell’abete del giardino di casa. Rita è stesa sull’amaca appesa all’ombra, gli aghi appuntiti e secchi dell’albero ogni tanto le pungono la pelle, ma non importa: non ce n’è per nessuno, perché ora Rita indossa le nuovissime cuffiette del suo nuovissimo walkman Sony e ascolta la sua canzone preferita. Ha appena compiuto otto anni.

Ripensa alla festa di compleanno, le scorre davanti agli occhi come un film: va sempre così, tanta eccitazione e aspettative durante l’attesa, poi il momento arriva e passa senza far rumore, un po’ come il Natale o la domenica, che è sempre peggio del sabato.

Tanti libri ricevuti in regalo, gli amici lo sanno che le piace leggere e che passerà gran parte del tempo rimasto prima dell’inizio della scuola sprofondata fra le pagine di qualche romanzo. Per fortuna però, qualcuno ha pensato alla musica. Le hanno anche scattato una foto con la polaroid, Rita la stringe fra le mani e la riguarda adesso, tornando così per un attimo alla sorpresa dopo l’apertura del pacco, come davanti a uno specchio che è anche un po’ macchina del tempo. Si osserva sorridere a labbra strette, mentre guarda dritta verso l’obiettivo lanciando al fotografo un’occhiata d’intesa. Non le piace essere fotografata, ma l’emozione del momento la tradisce e non può nascondere quel sorrisetto compiaciuto.

La mamma la chiama per la cena, ma lei non la sente: è saltata giù dall’amaca, un piede dopo l’altro, ha alzato il volume di Boys don’t cry dei The Cure e ora balla concentrata e scomposta, gli occhi chiusi, le mani sulle cuffie, il perimetro del giardino la sua dance hall e un’inedita sensazione di libertà che le percorre tutto il corpo.

      Una grossa goccia di pioggia centra in pieno la fronte di Nina, facendola sobbalzare e ripiombare nel presente. E nel caso ci fosse ancora qualche speranza di prolungare quello stato di quiete che sembrava poter durare all’infinito, ecco che comincia a farsi sentire la fame, che morde lo stomaco senza preavviso, determinata a farsi ascoltare. Nina non ci aveva pensato: la pioggia, le sigarette, le cuffie, le chiavi, l’abbonamento della metropolitana. A volte la necessità di scappare da se stessi è più forte dei bisogni primari. Niente cibo e niente soldi. Cerca bene nello zainetto: nessuna traccia del portafoglio.

La fame riprende a mordere. Tornare a casa e divorare qualcosa o provare a resistere fino a stasera?

La risposta non arriva, quindi Nina si stacca dalla superficie di marmo come una figurina piatta che riprende tridimensionalità, e si mette a camminare lungo il viale rettilineo, con il memoriale alle spalle e la statua della madre Russia di fronte.

Appena riprende a muoversi, tutta la materialità vitale del corpo e dello spazio riprende vita e con essa anche quella del flusso dei pensieri.

La sveglia ritardata, la mattinata persa, la borsa di ricerca che è solo all’inizio e che è boccata d’aria e cappio al collo allo stesso tempo, una decisione da prendere, dove vivere, chi volere diventare, il tempo che corre e corre, sul pianeta Terra già da trent’anni, l’illusione di poter essere chiunque si voglia in questa città, ma cosa succede fra cinque mesi, quando arriva settembre?

Andare a casa in questo momento non è una buona idea, meglio continuare a camminare, la fame passerà. Esce dal parco. Marciapiede, asfalto a sei corsie, cavalcavia, solo il rumore delle auto che corrono più rapide dei pensieri.

Fruga ancora nello zainetto, estrae le cuffie e fa partire la playlist: Boys don’t cry, la migliore. Dall’altro lato della strada una residenza per anziani, un casermone dall’aspetto piuttosto curato e accogliente, come tutto qui. Sul marciapiede un signore anziano in sedia a rotelle, in pigiama e pantofole, in testa un cappellino con la visiera calato sui capelli lunghi, sembra un ex-punk in pensione. È rivolto verso il traffico delle auto e le osserva scorrere senza sosta. L’immagine ha qualcosa di poetico, la vita che scorre come il flusso inarrestabile delle gomme sull’asfalto, una città che cambia continuamente sotto gli occhi dei suoi abitanti, ma, almeno in alcune zone, conserva la propria identità…mentre Nina è assorta in questo genere di riflessioni, il signore infila una mano dentro i pantaloni, estrae un pene rugoso e floscio e si fa una bella pisciata, lì seduto sulla sua sedia, in faccia alle auto.

Nina sorride. Pensa che forse il senso sta proprio qui: una pisciata senza troppe pretese che riporta bruscamente ma in modo inequivocabile ad una dimensione materica e reale.

Riprende a camminare, inspira aria che sa di umidità e smog ma anche di metropoli, di spazio vasto, di libertà, espira, si sente più leggera. Il marciapiede prosegue dritto, la playlist è appena all’inizio, la fame si è calmata, rimane solo un piacevole brontolio alla pancia, un leggero languore, come un vuoto piccolo piccolo da colmare, oppure da lasciare lì, a bruciare ancora per un po’, come un pizzicotto sulle guance per mantenersi vigile.

NINA testo di SaraNina
4