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MI RODO DENDRO
C’è una cosa che mi rode, e ha le foglie verdi e i petali viola.
È il RODODENDRO.
No. Non è un trapezio rosa. È un fiore. Un bel fiore, peraltro.
Eppure, il suo nome contiene dentro di sé un tormento, un paradosso che mi perseguita.
Perché, pensaci: RODO-DENDRO.
"Rododendro" viene dal greco: rhódon (rosa) e déndron (albero). Quindi è un "albero delle rose".
Tutto chiaro, tutto bello.
Ma il mio cervello italiano, ignorante e giocherellone, lo legge così:
"MI RODO" + "DENDRO".
Ed è lì che scatta la crisi esistenziale.
La prima parte, "MI RODO", è un grido dell'anima.
È lo stato d'essere nazionale.
"Mi rode" la meducazione. "Mi rode" aver perso le chiavi. "Mi rode" che il cellulare si scarichi sempre al 10% nel momento necessario.
È l'azione incessante, la lenta corrosione interiore. Il rodere.
E poi c'è "DENDRO".
Che sembra l'inizio di una parola scientifica e importante. "Dendritico", "dendrologia", "Dendrocnide moroides" (l'ortica gigante che ti uccide, guarda caso).
Sembra qualcosa di strutturato, di complesso, di ramificato. Un sistema. Una logica.
Mettili insieme ed ecco il tormento:
Da una parte, "MI RODO" – il caos, il nervoso, la corrosione casuale della vita.
Dall'altra, "DENDRO" – l'idea di una struttura, di un albero, di qualcosa che cresce con un piano, con rami precisi, verso il cielo.
È come se il fiore mi dicesse: "Ehi, tu che ti rode tutto dentro, guardami! Io sono un albero! Ho una struttura! Io cresco con criterio! Tu invece ti limiti a roderti".
Il rododendro è il testimone silenzioso e beffardo della mia incoerenza. È il promemoria vivente che, mentre io mi struggo per un caffè versato sulla tastiera, la natura crea qualcosa di complesso, bello e con un nome che è un perfetto ossimoro per i nostri tempi: l'Albero della Rosa che suona come "Mi rode dentro la struttura".
E A TE COSA TI RODE DENDRO?