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Jago chiuse la porta dietro di sé, che inghiottì la poca luce che filtrava nella stanza e all’improvviso non vide più niente. In quella che era l’oscurità più buia mai vista, allungò le mani brancolando intorno a sé. Passò diverso tempo, non si seppe mai quanto, prima che lo stanco uomo venne sfiorato da un’intuizione: non stava procedendo alla cieca ma si stava muovendo come uno sciocco in una vuota stanza dalle pareti nere, di un nero così profondo da causargli ora vertigine. La luce di quella chiarezza illuminò anche l’ambiente, adesso di un bagliore quasi fastidioso, e non passò molto che le mani tremanti di lui si portarono a coprire gli occhi. Poi, nei riflessi tra le dita, un’ombra che si muove. Allora poco a poco scoprì lo sguardo con fatica, verso quella forte luce che si rompe in una figura umana che a passo lento si avvicina. Jago, subito: “Chi sei?”, ma nessuna risposta se non un suono di passi al suolo che si fanno avanti.
Poi, controluce, linee femminili si fan bordi, contorni, occhi, capelli e labbra morbide che si schiudono piano e, infine, parlano; ma Jago non sente.
E fu ancora buio
per un attimo
prima che si schiuse
al levar del Sole.