Sua nonna, sulla soglia del secolare genetliaco, riusciva ancora ad infilare il refe nell'angusta cruna dell'ago: di grazia, com'era possibile che un uomo, nel pieno delle proprie facoltà fisiche, munito di torcia digitale in prossimità della finestra più assolata, limitrofa a consistente arredo termico che impossibilitava alla scusante di dita intirizzite, non riuscisse in un'impresa sì semplice?
Il professore (ci teneva molto al titolo) ragionava tra sé in stile classico, talmente intriso di cotale stile da non riuscire a farne a meno.
Eppur non c'era pensiero che lo distraesse da quell'incombenza di rammendare un calzino. A quarant'anni, per tutti i sacri mirti olimpici!, non era decoroso che un uomo del suo sommo linguaggio culturale, rinsaldato da copiose librerie a ridosso di ogni parete praticabile di sapere, non fosse abile in un sì umile lavorio d'artigianato vulgaris...
"Dai a me! Te ne regalo una dozzina a Natale. Non vedo perché debba incaponirti in una sciocchezza", l'aveva distratto la moglie con una certa dose d'ironia.
"No!", un po' troppo categorico. "E' un cavillo cui porre rimedio con certosina cura e razionale collaborazione di occhi e dita. Niente può impedire ad un essere superiore ed evoluto di giungere alla soluzione di un rompicapo di fattura così elementare", molto, molto risoluto.
Alzando le mani in segno di resa, la moglie aveva preso congedo prima che principiasse la logorrea filosofica sulla metafora del filo nell'ago.
Mentalmente, tra sé, era già troppo tardi.
Posto che il filo fosse l'umanità congenita in ogni creatura e la cruna l'angusto spazio del manifesto, ne risultava che, malgrado gli sforzi personali, in pochi riuscivano ad esternare i propri sentimenti cucendo sinceri e amorevoli rapporti interpersonali.
Una volta munito di filo, l'ago scorreva agilmente, univa lembi distanzi, ricamava trine, rammendava strappi; occorreva pazienza, precisione e sentimento, ma il risultato ripagava della fatica, perché era proprio fatica quella che sentiva il professore quando si trattava di palesare mere confessioni d'affetto.
Non che la giudicasse attività di nullo pregio ma, insomma, non trovava valide spiegazioni per cui esseri coabitanti in medesime strutture socio-fisiche (case) dovessero esternare quotidianamente quell'insita volontà d'amore.
All'uopo, non contava più un gesto?
Ed ecco il motivo per cui il professore doveva, ad ogni costo, fare ammenda di quel calzino, manufatto ammalorato di un modesto buchino ad altezza di un alluce cui, in tempi non sospetti, avrebbe dovuto tranciare il surplus di appendice ungueale.
Sotto casa, da qualche giorno, sostava rantolante un pietoso mendico senza pretese.
Con la consueta buona educazione, il professore l'aveva sempre salutato, informandosi sulla salute e proponendosi come samaritano invitandolo a seguirlo in appositi siti umanitari di benefici caritatevoli. Con un orgoglioso decoro, il mendico aveva sempre rifiutato le profferte di ausilio, con energiche e catarrose scrollate di spalle e dinieghi del capo.
Per una volta che il professore si era deciso a manifestare interesse a parole, quell'uomo non aveva dato segno di apprezzamento. Ma, se fosse riuscito a sistemare il calzino, poteva ancora averla paga perché, dopo tanto rimuginare, alfine aveva trovato il bandolo della matassa: non erano le parole rifinite ed ostentate a calamitare l'accettazione del dono, ma il dono in sé.
Il mendico voleva qualcosa di caldo che andasse oltre le parole gentilizie.
Voleva che lui sbottonasse il senso di cordiale carità di facciata e gli parlasse davvero, come meglio poteva, se l'intento e la volontà fossero stati parimenti sinceri.
"Ti ho portato i calzini. Io non sono capace come mia nonna e avrei fatto prima a comprarteli, ma l'ho fatto: ho infilato quel dannato filo e ho ricucito i miei calzini migliori e ora te li infilo ai piedi... perché fa freddo, è Natale e non verresti mai a casa mia, cocciuto uomo di strada", imperterrito.
Allungando le gambe, l'uomo aveva fatto intendere che glieli infilasse ai piedi, quei calzini rammendati con zelo e interessamento, così che potesse avviarsi alla sua slitta in tempo per consegnare i suoi di doni.
Fiaba sibillina testo di Deaexmachina