“Stai tranquillo, vedrai che tutto andrà bene.” cercò di consolarlo Sara mentre camminavano sul viale in una fresca e luminosa giornata di fine marzo, nel cielo le nuvole vagabonde erano libere,
da qualche giardino occhieggiano piccoli alberi in fiore, fiori bianchi e rosati. Il traffico a quell’ora era lento, le macchine procedevano a singhiozzo.
Intanto arrivarono dal medico e dopo una breve pausa nella saletta d’aspetto entrarono.
“ Al massimo, massimo le rimangono sei - dodici mesi di vita seguendo le terapie opportune; alle conoscenze attuali, a meno di qualche evento non scientifico la situazione è così, purtroppo il suo tumore al pancreas è a uno stadio piuttosto avanzato!” Sulla scrivania vari esiti di esami diagnostici.
Con distacco e lenta misura lo specialista oncologo dott. Grassi espose la sua diagnosi. Attonito
“ Ecco ci sono dentro” pensò Luca, sospirando mentre come un gelido vento attraversava il suo corpo, una vertigine struggente, Sara aveva perso la sua attenzione.
Avvertiva doloretti all'addome trascurabili, un po' di nausea , ma non si era preoccupato oltremodo se non quando vide le feci scure e un senso di debolezza diffusa. Quindi fece gli esami con quell’esito!
Capì la gravità della situazione quando il medico gli fece osservare che forse un intervento chirurgico poteva essere risolutivo. Luca annuì rimandando il tutto, poi fecero ritorno a casa.
Sara lo rincuorò dicendo che sarebbero andati ovunque per curarlo, ma la sua depressione prese il sopravvento. Poi andarono da altri specialisti luminari seppur l’esito era sempre lo stesso.
Pensò di seguire la terapia che era piuttosto pesante, si informò sulla rete della malattia che aveva un andamento quasi sempre infausto , servì a poco tanto ormai l'aveva dentro.
Devo fare la cura pensò anche se sarà un calvario, come un'onda nera lo coprì lasciandolo asciutto.
Pesante, s'immaginava qualche malattia, ma non così grave, al dolore fisico si aggiungeva quello psichico impalpabile ma intensissimo . La conoscenza della sua fine così in anticipo lo lasciò disorientato, certo siamo nati per morire, ma saperlo prima è diverso. Luca a 58 anni, una vita dedicata al lavoro, alla famiglia, a Sara, con brevi parentesi di ferie, con un figlio che studia Architettura in una città lontana, era sull'orlo della disperazione, per dei momenti faceva finta che tutto procedesse bene , dimenticando eppure il male era lì, crudele e indifferente.
Avvertì , della sua malattia, l'Ufficio del Tribunale dove lavorava, poi tornò in salotto, cosa posso fare pensava, o non fare, cosa? Uscì per andare a fare la spesa incontrando l'aria primaverile che gli sembrò fraterna e consolatoria. Ritornando il portone di casa gli apparve come una gigantesca bocca con denti aguzzi e scuri pronta a azzannarlo, spezzettarlo. Si riprese , ma percepì il disagio, il fastidio e pur sapendo che vita e morte qui sono intrinsecamente legati provò nausea di se stesso e completo nichilismo.
Passò del tempo si ripeteva che fare di vero e infine riassunse varie possibilità: darsi ai piaceri, droga, sesso, alcool, ma non ne aveva voglia e poi avrebbero aggravato la sua situazione; viaggiare per distrarsi, veder cose nuove, ma con il male dentro è come vederle attraverso una lente opaca, vederle alterate; suicidarsi, si ci aveva pensato, ma non ne aveva il coraggio.
Che fare? Il tempo è come un'anguilla , dopo vari ripensamenti pensò di scrutarsi dentro, parlare con il suo corpo insalubre e la sua anima. Ristudiò alcuni autori di religione e filosofia fatti ai tempi del liceo e poi abbandonati, ore come un richiamo atavico riemergevano nella loro sapienza eterna ed è come se fosse entrato in un mantello bianco luminoso e trasparente.
Sara, il figlio, i pochi parenti e amici lo consolavano anche se lui preferiva star solo in compagnia dei libri.
“ E dopo aver parlato, trattenendo il respiro, bevve fino all'ultima goccia senza alcun segno di disgusto e con facilità.” Socrate bevve il veleno, dopo aver a lungo discusso con i suoi amici di giustizia e valori, dopo gli altri piansero, mentre lui rimase sereno. Bevve per abbandonare la prigione del corpo con la certezza di trovare dopo la luce e la bellezza. E Luca sentì di trovarsi perso in un orizzonte cremisi , di volare stando fermo.
Poi passò al sublime Epicuro “ Non bisogna aver paura della morte poiché quando c’è lei noi non ci siamo e quando noi ci siamo lei non c’è.” E poi la condividiamo con la natura caratterizzata da questo eterno ciclo.
Dalla vita segue la morte, dalla morte chissà.
Socrate credeva nell’aldilà mentre Epicuro no.
Proseguì con altri autori mentre la stanchezza lo raggiungeva, verso il settimo mese la sua situazione si aggavò e pur rimanendo cosciente era consapevole che le terapie si erano arrese al progresso del male, decise di non prendere più medicinali, era languido, dimagrito, eppure si sentiva sazio pur mangiando poco.
Era sereno, sereno e distaccato.
Quel che mi resta , pensava è semplice: unico, evidente.
Aspettare, aspettare di scivolare nel sonno profondo forse senza risveglio.
Ineluttabile testo di albedo