La barca dei folli

scritto da Malax
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Malax

Testo: La barca dei folli
di Malax

Annunziata Sotutio quel giorno era nervosa. Quella maledetta macchina si era rotta per la seconda volta in una settimana. Ma era anche una psicoterapeuta e stava ascoltando un paziente e si innervosiva ancora di più perché non poteva sfogarsi. Arturo Pelosi, ma che nome poi pensava Annunziata, non la finiva più di parlare. Era uno di quei pazienti logorroici che quando sei in buona sono perfetti: parlano, parlano e fanno tutto da soli e tu puoi stare lì a pensare all’appuntamento col parrucchiere o a quella battuta raccontata da Arturo, lo spiritoso marito della tua amica spiritosa, che capisci solo in quel momento e puoi permetterti di sfiorare i capelli o di increspare leggermente le labbra, nonostante tutti gli anni di psicoterapia che hai dovuto fare tu per poterla fare agli altri. Ma tanto, forse, lei avrebbe potuto mettersi a ballare anche nuda saltellando su una enorme palla rossa, e l’immagine la divertiva anche molto, senza che l’avvocato Pelosi di fronte a lei se ne accorgesse. Gettò un rapido sguardo all’orologio che campeggiava alle spalle del paziente. Mancavano solo cinque minuti alla fine di quel profluvio di parole. Dove aveva comprato quell’orologio? Da quello stile inglese che nobilita anche una umile scatola di the, si ricordò di quel giorno da Mason Du Monde; pioveva a dirotto e lei l’aveva comprato perché le piaceva Londra, ma aveva dovuto portarlo da sola in macchina, con la paura che si bagnasse e rovinasse, ancor prima di essere arrivata a casa. Ma pioveva anche in quel momento? Era strano, fino a un attimo prima c’era il sole; no non pioveva, era sempre la voce dell’ingegnere, martellante e inesorabile come la pioggia d’autunno.
Mancavano ora solo tre minuti e poi quale era l’appuntamento successivo? Certo, il generale in pensione, quello che si eccitava a stare nudo davanti ai gatti; lui era venuto da lei per quel problema, ma a lei sembrava tutto sommato che non fosse un problema: che male c’era alla fine a fare così? L’avvocato della carriola di Pirandello, scrittore che lei amava e molti sui colleghi anche, faceva una cosa ancor ben più strana: faceva appunto la carriola con la sua cagnetta; almeno il generale si limitava a guardarli i gatti. Forse sarebbe stato più normale se si fosse eccitato vestito davanti al prorompente seno di una bella mora, coma la sua amica Gisella, ma le sembrava davvero un peccato veniale. A parte quello, era un uomo veramente gradevole e galante, un uomo che nella vita aveva fatto il generale per caso, perché la vita l’aveva portato là e lui era solamente curioso. Si riaggregò appena in tempo per capire che l’ingegner Pelosi le aveva fatto una domanda; ma certo, era avvocato, non ingegnere:
“No continui pure col dosaggio dell’altra volta. Dieci gocce la mattina e altre cinque eventualmente all’occorrenza?.
Era stata tentata di raddoppiare la dose pensando alla povera donna che era la signora-avvocato Pelosi, ma alla fine, come sempre del resto, aveva prevalso la sua professionalità. Certo, di quel passo, la signora Pelosi sarebbe diventata paziente di qualche suo collega, ma c’est la vie.
L’avvocato era uscito dopo averla salutata calorosamente ed aver biascicato qualcuna delle sue formule di saluto; per questa cosa le era invece simpatico, ne ammirava la fantasia. Forse era la nona, o forse decima volta che veniva e non l’aveva mai salutata due volte nella stessa maniera.
Aveva cinque minuti di pausa prima della carica del generale nudo e dei suoi occhi e il nervosismo della macchina già sembrava distante anni luce; perché a lei la terapia faceva bene, la faceva distrarre dai piccoli incidenti della vita, e la parola incidente le riportò alla mente la macchina e, ora che era sola, si concesse una smorfia, chiudenda l’occhio sinistro e mettendo la bocca in una posa che un suo amico d’infanzia aveva definito a culo di gallina. Le scappò una risata che prima si allargò e poi si restrinse, seguendo il pensiero di Gianni, il suo amico, seguendo la parabola della di lui vita troppo presto spezzata, della giovinezza che era fuggita, nonostante lei amasse profondamente Lorenzo dei Medici. Sentì l’amarezza, ma intervenne con le sue doti di psicoterapeuta perché non poteva permetterselo; i gatti del generale erano la sua urgenza professionale, anche se già la prima volta che l’aveva visto aveva tentato di fargli capire che quella mania o coazione forse non era così grave.
Ma dopo il generale, ci sarebbe stato il suo prediletto, uno dei suoi capolavori. Marzio Vincente.
Marzio Vincente era arrivato da lei il giorno dopo aver compiuto trent’anni; le era stato subito simpatico, le aveva ricordato un pulcino un po’spennato, con quella cresta di capelli blu un po’ spelacchiata. Ora Marzio avrebbe compiuto trentadue anni l’indomani e il pulcino aveva lasciato il posto ad una magnifica aquila. Bello, imponente dall’alto del suo metro e novanta. Era arrivato ingobbito, quel sette di Novembre di due anni prima, quasi avesse una zampetta spezzata per quanta foga metteva nell’appoggiarsi al suo ombrello. E quel giorno minacciava solo di piovere, non aveva piovuto, ma la scena di Marzio che arrivava col suo ombrello totemico era andata avanti per almeno altri tre mesi, con o senza pioggia.
E quell’aquila avrebbe spiccato il volo quel giorno, era l’ultima seduta e lei era un po’ dispiaciuta e un po’ contenta, come ogni bravo psicoterapeuta che riesce ad aiutare qualcuno, ma che non potrà mai goderne i frutti maturi. Deontologia professionale.
Era arrivato quel sette di Novembre, con la fottuta paura di perdere il controllo, di diventare folle se lo avesse fatto. Ci aveva messo due anni di lotta strenua, impegnando tutta sé stessa, per fargli capre che la follia non era in agguato dietro la perdita di controllo, ma la follia era proprio il controllo. Un po’ come a Regina reginella, avevano fatto insieme passi da formica e da gambero, balzi da canguro o voli da gru.
Ma alla fine quel pulcino era diventato aquila, aveva tagliato la sua cresta blu, il suo ombrello, da bastone, si era trasformato in un’elica di Mary Poppins, finalmente era pronto.
"Dottoressa io le devo la vita", le stava dicendo mentre era seduto davanti a lei, ma la sovrastava di tutta la testa anche da seduti, perché lei superava di poco il metro e cinquanta. Davanti a lui si era sempre sentita come pensava che avesse potuto sentirsi la bambina di fronte al gigante ?dottoressa, io non so davvero come ringraziarla? e giù una lacrima, poi un’altra, poi un rigagnolo, poi un torrente. E pensare che la prima volta le aveva detto:
"Dottoressa, non so neppure piangere". Ma era davvero un magnifico pianto quello, così pieno così sincero, così libero che lo invidiò, avrebbe voluto fare lo stesso, ma la sua faccia a specchio non glielo permetteva. Lei era stata sempre lì, ad osservare i suoi passi, uno dietro l’altro, piccoli, titanici, benevola verso un fratello che si liberava del suo fardello. E il suo pianto era diventato sempre più bello, man mano che avanzavano con la terapia perché era diventato un pianto-riso, il pianto di chi si è liberato tra la scelta di dover piangere o di dover ridere e può fare tutte e due le cose insieme, maschera di teatro greco sul volto di un ragazzone di un metro e novanta.
Ma cosa aveva anche comprato quel giorno da Maison du Monde? Quel pensiero le si era infilato nella testa e non capiva da dove e perché. Tornò a concentrarsi sull’aquila di fronte a lei, contemplandola come Michelangelo davanti ai suoi prigioni.
"Dottoressa, io sono arrivato qui due anni fa come… come un uno senza gli altri, come un anacoreta del deserto e me ne vado sapendo di essere unico, profondamente unico, ma non solo…".
Aveva studiato lettere, aveva amato le lettere nonostante la madre, quella madre che ostinatamente, caparbiamente, sanguinosamente e sanguinariamente aveva tentato in tutti i modi di fare di lui un giocatore di basket, come quel marito che all’altare aveva giurato fedeltà ma poi era andato via con un altro, con un suo compagno di squadra. E quella notizia era deflagrata, dirompente sulla vita di Marzio e di sua madre, perché il padre giocava in Nazionale, era deflagrata lasciando cicatrici indelebili alla madre e la solitudine al figlio, non compreso neppure più da lei.
"…e ora vado via come, come un uomo di quella barca, in quel quadro".
Ecco cosa aveva comprato da Maison Du monde quel giorno, insieme all’orologio.
Gli sorrise:
"Non proprio come in quel quadro, Marzio". Con quel tono leggermente ansante, unica traccia dell’emozione che sembrava volerle squarciare il petto nonostante tutto, continuò:
"Quella è la barca dei folli".
"Cos’è la barca dei folli?".
Glielo raccontò a parole sue, perché non ricordava precisamente la storia, ma l’aveva comprato per la particolarità che i folli erano rappresentati come camaleonti, rovesciato significato della staticità della follia.
"Nel Medioevo spesso si usava raccogliere la gente considerata folle e metterla su una barca e spingerla in mezzo al mare. Era l’espiazione per i loro peccati, per la loro incapacità di adattarsi alla vita degli altri. Tutti insieme su una barchetta in mezzo al mare, sbattuti tra le onde, insieme ma soli, come per contrappasso, condannati ognuno a remare per conto proprio, mentre la loro unica possibilità di salvezza sarebbe stata remare tutti insieme".
Soddisfatta di quel quadro e dell’effetto che aveva avuto su Marzio, la dottoressa si appoggiò allo schienale. Marzio guardava quel quadro e… Annunziata credette di vedere qualcosa, ma si riscosse subito è scrollò la testa. Quella maledetta macchina doveva rirompersi proprio quel giorno, quel giorno che lei avrebbe voluto dedicare al suo trionfo professionale e umano.
"Posso vederlo più da vicino?"
"Certo".
Marzio si alzò, titanico nel suo metro e novanta di muscoli stentorei, bellissimo se non fosse stato un suo paziente.
Si alzò andando verso il quadro, dando le spalle ad Annunziata che lo vide scuotersi, che sentì il suo riso che l’aveva sempre affascinata da quando l’aveva scoperto, che le aveva riaperto, per la prima volta dopo il devastante divorzio col marito, il cuore in un amore impossibile per età e deontologia; ma solo ora si concedeva di pensarlo, di indugiare un pochino in quel pensiero, ora che l’aquila e il pulcino che era stato stavano prendendo il volo insieme. Marzio continuava a ridere, ma c’era qualcosa che non andava, pensò Annunziata allarmata, il riso non si smorzava in pianto, sul volto di quella maschera greca di un metro e novanta, ma saliva, saliva sempre più in uno stridio fastidioso che sembrava, sembrava quello dell’aquila. Poi Marzio si girò. Il suo sguardo era folle.

Ormai era in pensione. Annunziata Sotutio era finalmente in pensione. In realtà non finalmente. Aveva sessantotto anni. E non faceva altro che pensare, guardando l’abete del giardino della sua casa, ma lo faceva ovunque da quel sei Novembre di diciassette anni prima, che era stata un’idiota a non capire quel pigolio di un pulcino e a trasformarlo nello stridio di un’aquila folle, che quel quadro era il trigger, l’innesco di Marzio Vincente. Non poteva fare a meno di pensare, conficcandosi i chiodi della croce ancora più in profondità nella carne, che su quella barca le sarebbe piaciuto salire pure a lei, ma poi si ricordò che era stata una psicoterapeuta e che non sarebbe stato mai professionale. C’est la vie, ma a lei quel giorno sembrò davvero amara.
La barca dei folli testo di Malax
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