La lavandaia

scritto da Fresia
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Questa fiaba mi è stata ispirata dal vecchio ferro da stiro a carbone, appartenuto alla mia famiglia.
- Nota dell'autore Fresia

Testo: La lavandaia
di Fresia

LA LAVANDAIA

C'era una volta una povera fanciulla, che viveva in una misera casupola al limitare di un piccolo borgo.
Si chiamavava Clara ed era l'unica figlia femmina di un fabbro e di una lavandaia, la quale lavorava per i ricchi signori dei dintorni. 
Il destino di Clara era già segnato: era nata figlia di lavandaia e giammai avrebbe potuto scegliere di fare qualcosa di diverso.
Infatti, fin da piccola, la madre le fece imparare il proprio mestiere. 
La fanciulla, tuttavia, odiava profondamente quel lavoro. Avrebbe voluto imparare a scrivere e a leggere per saziare la sua innata voglia di sapere e di conoscere, ma non le era consentito neppure sognare e, se le capitava di distrarsi per fantasticare, veniva ripresa con dure parole. 
Più il tempo passava e più Clara si sentiva infelice. La salute della madre si era fatta precaria e la giovane la sostuiva ormai in tutto e per tutto. Purtroppo, la biancheria da lavare sembrava moltiplicarsi e quello stancante lavoro, sommato a quello che dedicava alla famiglia, raramente le concedeva qualche attimo di spensieratezza.
Ogni giorno, la rassegnata lavanderina raccoglieva i panni sporchi delle famiglie facoltose e li lavava nel vicino ruscello.
Inginocchiata sulla riva, utilizzava la cenere del camino per sbiancare i tessuti e le occorreva molta forza fisica per strofinarli sulle pietre, per sciacquarli e infine strizzarli. 
Anche portarli a stendere era piuttosto faticoso, poiché essendo bagnati divenivano ovviamente più pesanti.
Inoltre, c'era sempre il timore di non riuscire a eliminare del tutto le macchie e anche l'ansia di dover stirare i panni con il ferro a carbone, che sovente li sporcava di nuovo, costringendo la poveretta a ricominciare tutto da capo.

Un mattino, Clara si trovava accanto al ruscello con la sua solita cesta di biancheria. Era tardo autunno e l'acqua era particolarmente gelida. La giovane tremava per il freddo e le sue mani apparivano rosse e screpolate.
Mentre strofinava i panni, dai suoi tristi occhi verdi, scendevano lacrime amare che si mescolvano all' acqua del ruscello, il quale, scorrendo, le portava con sé. 
Ad un tratto, passò di lì un' anziana donna, che sulla schiena aveva una pesante gerla piena di legna. Appariva visibilmente affaticata e si rivolse a Clara per avere aiuto. La fanciulla non esitò a caricarsi sulle spalle la gerla e ad accompagnare a casa la vecchia.
 "Sei una ragazza molto gentile e generosa", le disse con riconoscenza, "ed io ti auguro che ogni tuo desiderio venga esaudito". 
"Grazie", rispose Clara, "ma sono rassegnata alla mia sorte e non mi aspetto nulla dalla vita".
La donna le sfiorò dolcemente i bei capelli color mogano, raccolti sulla nuca e la salutò con un sorriso.

Dopo aver steso i panni al sole, la giovane si apprestò a stirare quelli asciutti del giorno precedente.
Aprì il pesante ferro, ci mise il carbone ardente e cominciò. Purtroppo, più d' una camicia si sporcò di nero e lo stesso accadde ad altra biancheria. Sconsolata, Clara si sedette su una vecchia panca di legno, pensando alla propria sfortuna.
"Quanto vorrei divenire dura e inanimata come questo ferro e non provare più nulla", pensò con profonda tristezza. 
Dopo essere stata sfiorata da quel pensiero, la fanciulla cominciò a percepirsi strana e a sentire un ronzio spaventoso.
Trascorsero pochi minuti e Clara scomparve. Di lei non restò nulla, e invano fu cercata ovunque dal padre e dai fratelli.
Solo occhi attenti avrebbero potuto notare che la testa di donna, che decorava il ferro a carbone, non era più la stessa di prima e che assomigliava in modo impressionante alla fanciulla. Clara era divenuta parte di quell'oggetto di metallo, poiché era accaduto esattamente ciò che aveva desiderato.

Un giorno, si presentò nel borgo la vecchia della gerla  piena di legna e si dimostrò molto interessata al ferro da stiro.
Chiese di acquistarlo e il padre di Clara, che in quel momento aveva un grande bisogno di denaro, lo vendette senza esitare. 
In realtà, la donna era una vecchia fata e, sapendo benissimo ciò che era accaduto, era intenzionata a risolvere quella situazione e a liberare la povera fanciulla.
Purtroppo, la sua magia non era più quella di un tempo e non sempre funzionava. Tentò inutilmente di spezzare l'incantesimo, ma alla fine dovette riporre il ferro, confidando di riuscirci in futuro.

Non lontano dalla dimora della fata, c'era un ameno laghetto nel quale si gettava il ruscello della sfortunata lavanderina. Quel piccolo torrente aveva portato proprio lì tutte le lacrime che Clara aveva versato nelle sue acque.
Una mattina, accadde che un cavaliere si fermo sulla riva per abbeverare il proprio cavallo.
All'improvviso, gli occhi del giovane videro qualcosa di stupefacente: come per incanto, il triste volto della fanciulla apparve nel lago. Era bellissima e l'uomo ne rimase affascinato. 
Disse a se stesso che, pur non potendo essere certo della sua esistenza, avrebbe provato a cercare quella donna in ogni dove. 

Per una fortunata coincidenza, gli capitò di arrivare alla casa della fata e, vedendo il ferro da stiro, riconobbe subito il volto apparso nell'acqua. 
L'uomo, visibilmente turbato, chiese di poter esaminare l'oggetto da vicino e non poté evitare di accarezzare la testa metallica della fanciulla. Con sua enorme sorpresa, Clara si materializzò di fronte a lui. 
"Hai liberato questa ragazza dalla sua prigionia!", esclamò la fata, rivolgendosi allo sconcertato giovane per spiegargli ogni cosa.
Dopo aver realizzato di essere tornata quella che era, Clara raccontò la propria storia.
Mentre l'ascoltava, il cavaliere ammirava la sua dolcezza, la profondità dei suoi occhi, la sua figura esile, ma forte e non poteva fare a meno di osservare quelle mani provate dal duro lavoro.
La lavanderina lo aveva conquistato e avrebbe sfidato tutto e tutti pur di averla accanto per sempre.
Nonostante le loro diversità, i due giovani convolarono a nozze, ma Clara, divenuta una signora, non dimenticò mai le proprie umili origini e per tutta la vita continuò ad adoperarsi per migliorare le condizioni di chi faticava per vivere.
 

La lavandaia testo di Fresia
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